Recensione Un matrimonio da favola (2014)

I Vanzina riescono, come sempre, a costruire un'ironia garbata e pulita ma che si ripete con puntuale prevedibilità nei suoi schemi

Recensione Un matrimonio da favola (2014)

Cinque amici e un matrimonio

Organizzare un matrimonio è una delle attività più stressanti cui ci si possa sottoporre. Bisogna scegliere bomboniere, partecipazioni, menu e decidere chi invitare o escludere all'evento . Se poi a convolare a giuste nozze è un normale impiegato di una banca svizzera con la figlia del suo capo, allora le cose si complicano. Il fatto è che Daniele è pronto a superare il disprezzo del futuro suocero pur di sposare la sua Barbara e di mostrare agli ex compagni di classe dove è riuscito ad arrivare. Così, per riunire il leggendario gruppo della V F, il promesso sposo organizza una trasferta a cinque stelle sperando di riabbracciarli tutti dopo vent'anni di lontananza. Ma che fine hanno fatto gli altri ex liceali? Luca è ancora bello e affascinante ma, invece di viaggiare per il mondo come aveva programmato, accompagna attraverso i misteri del Colosseo turisti e affini. Giovanni, invece, sognava di lavorare in Borsa ma si è dovuto accontentare di un negozio di pelletteria e di una moglie avvocato divorzista che teme più di qualsiasi cosa. Fortuna che a sollevarlo dalla depressione c'è la giovane amante Sara con la quale si dimentica strategicamente di nominare il suo matrimonio. All'appello mancano ancora Alessandro e Luciana. Il primo è un militare di carriera dentro la cui divisa batte il cuore di un uomo gentile innamorato del suo Roberto. Mentre Luciana, persa ancora nei suoi rimpianti adolescenziali per non aver mai rivelato ad Alessandro i suoi sentimenti, ha finito per sposare un uomo prevedibile, noioso e, caso mai ci fosse bisogno di un'aggravante, anche avaro. Inutile dire che, nel momento in cui si ritroveranno tutti, la nostalgia per il tempo trascorso e la gioia per un sentimento d'unione mai perso li travolgerà mettendo a soqquadro le loro vite. Nessuna esclusa.

Video-recensione Un matrimonio da favola


Immaturi come noi
Un matrimonio da favola: Stefania Rocca gioca a pallone con Giorgio Pasotti in una scena
Prendete un gruppo di ex compagni di classe, fateli rincontrare dopo molto tempo e, per finire, aggiungete un pizzico di amarcord adolescenziale. In questo modo si ottiene la formula infallibile della "nuova" commedia italiana. A dimostrarlo sono film come Immaturi e Immaturi - Il Viaggio di Paolo Genovese cui i fratelli Vanzina rispondono con Un matrimonio da favola, dopo il taglio più famigliare scelto con Mai Stati Uniti. Insomma, se è vero che la generazione dei quarantenni, o giù di li, ha difficoltà a staccarsi dal sogno di una eterna giovinezza esente da responsabilità, questi film sono il manifesto inquietante di una generazione che aspetta ancora di crescere. Alla base dell'intreccio narrativo ci sono degli elementi fondamentali che i Vanzina applicano come un teorema. Innanzi tutto bisogna valersi dell'appoggio di personaggi incompiuti, ancora alla ricerca di se stessi o, apparentemente, disinteressati al ritrovamento in questione. A loro è affidato non solo il compito di costituire il gruppo, luogo affettivo in cui ritrovarsi e riconoscersi, ma soprattutto una serie di inconvenienti comici tra cui l'eterna e immancabile gag con un malcapitato animale. Il tutto arricchito da una partita di calcio, evergreen lanciato da Gabriele Salvatores in tempi non sospetti, e da una perla di saggezza popolare secondo cui " le donne passano ma gli amici restano," Tutto questo a dimostrare che i Carlo e Enrico Vanzina riescono, come sempre, a costruire un'ironia garbata e pulita ma che si ripete con puntuale prevedibilità nei suoi schemi.

Donne da ridere

Un matrimonio da favola: Paola Minaccioni in una scena con Emilio Solfrizzi
In un racconto volto alla risata e costruito con lo scopo di mettere in mostra i molti vizi di un preciso target sociale, è d'obbligo giocare sull'esasperazione delle maschere e dei caratteri. In questo caso, ad essere maggiormente interessate sono le figure femminili rispetto ai colleghi uomini il cui compito è barcamenarsi nelle quotidiane incertezze delle proprie vite. Così ecco che la donna in carriera, interpretata da una Paola Minaccioni sempre in parte, deve necessariamente nascondere una natura da rompiscatole. Ilaria Spada, invece, ha il compito di rappresentare la "bella ma povera" Sara con accento burino e fisico da pin up il cui sogno è sposarsi a Grottaferrata finendo poi con il trovare l'amore in un "principe azzurro" dotato di macchina sportiva. A lei risponde Barbara che, grazie all'elegante bellezza di Andrea Osvart, illude con una tranquillità apparente per poi rivelarsi disinibita e libera. Troppo per il mondo maschile che la circonda. E per finire c'è Luciana, rappresentata dalla fisicità quasi acerba di Stefania Rocca, il cui compito è esibire la negazione stessa della femminilità con i suoi calzettoni a quadri e i vestiti castigati. Esperta di calcio fino all'esasperazione con alle spalle una carriera da bomber stroncata troppo presto, nell'omologazione con i suoi ex compagni di squadra riconosce se stessa. A questo punto, però, sorge una domanda. Vuoi vedere che donne "normali", intelligenti, autonome, sessualmente libere e a loro agio con la compagnia maschile senza per questo somigliare agli uomini non esistono? O magari non fanno ridere. Chi può dirlo.

Tiziana Morganti
Redattore
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