Recensione The Perfect Husband (2014)

Lucas Pavetto amplia l'idea di un suo vecchio cortometraggio, e dirige un thriller-horror ad ambientazione rurale, indipendente nel concetto ma dall'evidente respiro internazionale.

Recensione The Perfect Husband (2014)
The Perfect Husband

2014 – Drammatico
5.0 5.0

Nicola e Viola sono una giovane coppia che sta cercando di superare una grave crisi. All'origine di quest'ultima, un trauma che ha lasciato profonde ferite psicologiche nella donna: un parto andato male, e un bambino nato morto. Da allora, Viola non si è più ripresa, e la vita per loro non è più la stessa: per salvare il loro matrimonio, i due decidono di trascorrere un weekend in uno chalet tra i boschi, di proprietà dello zio di lui, in un paesaggio incantevole. Le cose sembrano inizialmente funzionare, malgrado i piccoli segreti tra loro: lei fuma di nascosto, e forse non ha smesso di prendere i suoi antidepressivi, nonostante la prescrizione medica contraria. Poi, però, il dubbio e la paura iniziano a installarsi in Viola: il comportamento di Nicola si fa sempre più instabile e aggressivo, al punto che la donna inizia a temere per la sua vita. Quello che ha sposato è davvero "il marito perfetto"?

Ampliando il soggetto di un suo vecchio cortometraggio, già presentato con successo in vari festival dedicati, il regista italo-argentino Lucas Pavetto dirige questo thriller-horror ad ambientazione rurale, debitore a molti modelli d'oltreoceano degli ultimi decenni. Pavetto, già messosi in luce con alcuni horror indipendenti, si avvale stavolta di un cast internazionale (Gabriella Wright l'abbiamo vista in True Blood, Bret Roberts è un volto ricorrente del cinema indipendente americano - tra le sue apparizioni, l'inedito 9 Full Moons) e di una distribuzione di medie dimensioni, per un progetto che resta indipendente ma aspira a una visibilità decisamente più ampia dei suoi lavori passati.

Omaggi incrociati

The Perfect Husband: un'inquietante immagine del film di Lucas Pavetto

Da appassionati dell'italico cinema di genere che fu, non possiamo che accogliere con favore operazioni come quella di The Perfect Husband; specie laddove queste superino le asfittiche maglie della distribuzione nostrana e riescano ad arrivare, con una certa visibilità, in sala. Scelta discutibile ma coraggiosa, tra l'altro, quella di uscire poco prima delle festività natalizie, in controtendenza rispetto alla regola che vuole i mesi estivi come territorio d'elezione prediletto per questo tipo di operazioni; lasciando invece il mese di dicembre, principalmente, all'animazione, ai cinepanettoni e ai blockbuster. Nel film di Pavetto, in più, si avverte lo sforzo di confezionare un prodotto che sia appetibile (anche) per il mercato estero, a partire dall'ovvia scelta della recitazione in inglese, passando per l'ambientazione (i boschi in cui il film si svolge potrebbero essere quelli di una qualsiasi provincia americana) e per il recupero di modalità espressive figlie del "genere" per come si è affermato, oltreoceano, negli ultimi decenni. Nel film c'è, in effetti, un po' de La casa (alzi la mano chi non ha pensato al film di Sam Raimi, quando viene inquadrato per la prima volta, dall'esterno, lo chalet), un po' del clima di minaccia e violenza di Non aprite quella porta e derivati, un po' del gore esplicito dei vari Saw - L'enigmista; un po', anche, del mood carpenteriano che suggerisce, ma non mostra, una minaccia che forse viene da fuori, forse da dentro. Questo cinema, Pavetto evidentemente lo conosce e lo ha ampiamente metabolizzato, omaggiandone, con un certo gusto, i modi di rappresentazione.

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Frammenti di sguardo

The Perfect Husband: Gabriella Wright in una scena del film di Lucas Pavetto

Il problema principale, per un horror che cerca e persegue un respiro internazionale, è però una sceneggiatura decisamente esile, che non fa nulla per evitare il pesante senso di deja vu che pervade la visione. Quando i contorni della storia sono chiari, si impiega infatti poco, pochissimo, a capire dove The Perfect Husband voglia andare a parare: gli ultimi 10-15 anni di thriller psicologici statunitensi (ma anche europei) non sono passati evidentemente inosservati. Non siamo tra quelli che sostengono la valutabilità di un'opera solo nel contesto storico a cui appartiene (in buona approssimazione, un buon film e un cattivo film restano tali a prescindere da quando e dove siano stati girati): ciò non toglie che, in alcuni casi, quest'ultimo abbia un suo innegabile peso. Nell'idea narrativa che lo muove, non si può nascondere che il film di Pavetto giunga, in gran parte, fuori tempo massimo.

The Perfect Husband: Gabriella Wright in un'immagine del thriller di Lucas Pavetto

Il carattere risaputo del concetto da cui The Perfect Husband parte, è comunque parzialmente controbilanciato dalle buone idee e sequenze che affiorano, qua e là, nel film: tra queste, una fermata dei protagonisti, nei minuti iniziali, in un paesino abbandonato, con un'efficace tensione e un ottimo uso dello spazio a suggerire il senso di minaccia; un escursione della donna da sola, nei boschi, di buon impatto e tutta basata sulla non visione e sul confine tra pericolo reale e allucinazione; i totali sui boschi intorno al rifugio, fonte di misteri indicibili e possibili minacce. Solo frammenti, pezzi di costruzione visiva, non integrati in una storia che non li valorizza come forse potrebbe; così come non valorizza (anche laddove sembrava volesse farlo) il background familiare dell'uomo, solo accennato e poi lasciato cadere nel corso della storia.
Quando si giunge all'intuibilissima risoluzione della vicenda, non ci si libera dall'impressione di aver di fronte un talento visivo di una certa consistenza, limitato però da una scrittura poco ficcante. Un peccato, in questo senso.

Conclusioni

The Perfect Husband: Bret Roberts in una scena del film di Lucas Pavetto

Che arrivi in sala un film come questo, con le sue caratteristiche, lo ripetiamo, non può che farci piacere; The Perfect Husband potrà, tra l'altro, soddisfare quegli appassionati alla disperata ricerca, in questo periodo, di brividi che non siano solo climatici. Al suo interessante sguardo, il regista dovrebbe però aggiungere la ricerca di soggetti maggiormente in grado di stimolare e catturare l'attenzione dello spettatore (anche, perché no, del non appassionato). Si può comunque, per il futuro, essere fiduciosi.

Marco Minniti
Redattore
2.5 2.5
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