Recensione The Midnight After (2014)

Dopo il passaggio alla Berlinale, approda anche al Far East il nuovo lavoro di Fruit Chan, uno sci-fi che gioca su diversi piani, tra il demenziale e l'horror, per un risultato tutto sommato divertente ed efficace.

Recensione The Midnight After (2014)

Siamo soli

L'edizione 2014 del Far East Film Festival sarà probabilmente ricordata per un nuovo e gradito ritorno: il cinema di Hong Kong che, finalmente, sembra aver deciso di liberarsi - o, quantomeno, di limitarne l'influenza - delle pastoie delle co-produzioni con la Cina continentale (e con gli annessi problemi di censura) per riscoprire l'autarchia e dunque la violenza (Unbeatable), la gratuità delle situazioni, la demenzialità, l'erotismo (3D Naked Ambition), l'action puro anche estremamente dark (That Demon Within), ecc. Un ottimo esempio in tal senso appare il nuovo film di Fruit Chan, The Midnight After che, già presentato alla Berlinale, approda a Udine in anteprima italiana. Tenendo fede al suo spirito libertario e anarchico, Chan sprigiona con la sua nuova opera tutta la sua sfrenata fantasia: i 17 passeggeri di un mini-bus si ritrovano improvvisamente gli unici abitanti di tutta Hong Kong e devono districarsi tra una serie di situazioni che passano dall'assurdo, al drammatico, al trash.

Dementia city
In una cinematografia come quella hongkonghese che non ha mai percorso con troppo interesse il terreno della fantascienza, Fruit Chan decide di muoversi su un piano realistico e a basso budget, coniugando il demenziale e il surreale - quasi come fosse memore della grande lezione carpenteriana di Dark Star. Ne nasce così un film sgangherato e a tratti folle e persino visionario, con spunti geniali (la pioggia di sangue mentre il mini-bus viene attaccato da due mezzi blindati) e soluzioni paradossali (la grande lama che rimane conficcata per tutto il film sulla spalla di uno dei personaggi), ma anche con diversi momenti decisamente troppo artigianali e quasi buttati via. A fare da trait d'union è il paesaggio deserto e desolante di Hong Kong, come forse non si era mai vista sullo schermo (abituati come siamo ad averne un'immagine brulicante di vita, a tutte le ore del giorno e della notte). Una città-isola che qui al Far East è tornata pienamente al centro della scena (in modo simile a quanto si vedeva già in Unbeatable e in Aberdeen), un luogo che Fruit Chan descrive, oltre che nei campi lunghi privi di vita, soprattutto nelle parole dei suoi protagonisti: ne parlano con rimpianto e con sfiducia, odiano e amano il posto in cui sono nati e, se proprio devono morire, vorrebbero almeno sarà quale sarà il loro prossimo governatore.

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Midnight After
David Bowie, ovvero Space Oddity
Sequenza cult di The Midnight After è quella in cui gli alieni - o presunti tali - comunicano con i 17 abitanti hongkonghesi rimasti attraverso i versi di Space Oddity, uno dei più grandi successi di David Bowie, centrato per l'appunto su una deriva spaziale a bordo di una navicella. Uno dei personaggi - in modo didascalico e trascinante - esplicita il riferimento al Duca Bianco mettendosi a cantare la canzone ed esibendosi come un vero cantante rock. La scena, che dura praticamente tutto il tempo della canzone, riesce a unire - come forse nessun altro momento del film - il demenziale e il sublime, il trasporto nostalgico e la rilettura contemporanea e spiazzante e conferma come certi autori orientali dimostrino a volte una passione persino ossessiva verso alcuni classici della musica occidentale (The Sound of Silence di Simon & Garfunkel in Aberdeen, Golden Slumbers dei Beatles riusato nel quasi omonimo Golden Slumber di Yoshihiro Nakamura, Amami cantata da Gianna Nannini in Beyond Our Ken di Pang Ho-cheung, ecc.

Tra macchiette e personaggi
Una delle note più riuscite di The Midnight After viene dal gioco di caratteri che passa per la messa in scena auto-riflessiva di alcune star hongkonghesi (Lam Suet nei panni dell'autista-caronte, Simon Yam, volto simbolo del cinema di Johnnie To, qui in vesti particolarmente grottesche e divertenti) e arriva anche a descrivere personaggi estremamente sgradevoli, come ad esempio i due ragazzi colpevoli di stupro. Quasi come in un novello Ombre rosse, Fruit Chan non esita a descrivere una "rifondanzione" di Hong Kong in cui per ritrovare le regole bisogna scandagliare attentamente tra i vari tipi umani e capire chi può ancora dare qualcosa per la ricostruzione. Così, dietro alla demenzialità delle situazioni, si cela in realtà la miseria solitaria di alcune vite e la possibilità che l'evento eccezionale possa dare vita a una sorta di riscatto.

Alessandro Aniballi
Redattore
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