Recensione Stonehearst Asylum (2014)

Ispirandosi a uno dei racconti meno noti di Edgar Allan Poe, Brad Anderson dirige un thriller gotico con un cast da blockbuster, che si affida al fascino di atmosfere e ambientazione, oltre che a un ottimo Ben Kingsley.

Recensione Stonehearst Asylum (2014)

1899, il giorno della vigilia di Natale: Edward Newgate, neo-laureato in medicina, arriva allo Stonehearst Asylum, manicomio sito nelle campagne del nord dell'Inghilterra, per compiere il suo tirocinio. Il luogo, dall'aspetto sinistro, è gestito dal dottor Silas Lamb, un carismatico psichiatra che subito prende Newgate sotto la sua ala protettiva. Il giovane medico ha modo di sperimentare il singolare metodo di Lamb, basato sull'assecondamento delle manie dei pazienti, e sul coinvolgimento di questi ultimi nella gestione dell'istituto; ma anche di conoscere una bellissima paziente, Eliza Graves, rinchiusa nella struttura perché apparentemente affetta da isteria. Dopo i primi giorni di permanenza nell'istituto, tuttavia, Edward inizia a sospettare che Lamb e il suo personale nascondano qualcosa; mentre l'atmosfera nei suoi confronti si fa sempre più minacciosa, il giovane medico sviluppa un sentimento per Eliza e si ripromette di proteggerla... ma la verità si rivelerà, prevedibilmente, più sconvolgente di quanto Edward aveva immaginato.

Per il suo nuovo lavoro, Brad Anderson prende spunto da un racconto tra i meno noti di Edgar Allan Poe, intitolato Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma. Il regista statunitense trae solo lo spunto iniziale dal racconto originale, modificandone l'ambientazione e il periodo (dalla Francia di metà '800 all'Inghilterra di fine secolo) e costruendovi attorno una trama più articolata, con una love story che ne determinerà in parte gli sviluppi.

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Un blockbuster gotico

Stonehearst Asylum: David Thewlis in una scena del film

Regista che, da sempre, si muove sul crinale che separa le esigenze del blockbuster e le istanze di un thriller psicologico più personale, Anderson sceglie qui un coté gotico, con tutte le suggestioni del caso: l'enorme struttura isolata, la nebbia ad accompagnare l'arrivo del protagonista, la brughiera a circondare il luogo, l'immancabile scantinato rivelatore di segreti indicibili. Abituato a perturbanze e orrori contemporanei, il regista risale qui alle fonti del genere e ai suoi archetipi: tutto, in Stonehearst Asylum, denuncia un mood dal sapore retrò, con influenze e reminiscenze, cinematografiche e letterarie, che vanno ben oltre il testo ispiratore. La scelta di spostare di un cinquantennio l'ambientazione della storia originale rivela inoltre la volontà di collegarsi ad un periodo cruciale (quello a cavallo tra i due secoli) in cui la stessa psichiatria, e alcuni suoi capisaldi, stavano rapidamente cambiando. La scelta di Anderson, tuttavia, è quella di utilizzare i temi della follia e dei suoi confini, in un contesto in cui la scienza e la società tutta si avviavano a cambiamenti epocali, per confezionare quello che resta, più che mai, un blockbuster: a partire dal cast e dai nomi coinvolti (due generazioni di star, rispettivamente quella di Jim Sturgess e Kate Beckinsale, e quella di Ben Kingsley e Michael Caine, si contrappongono sullo schermo) per arrivare all'attento controllo della componente grafica del film. Senza normalizzare troppo il suo sguardo, ma anzi spostandone le peculiarità sul piano del "gioco" cinefilo della memoria, il regista sembra qui mettere l'intrattenimento al primo posto: occhieggiando sornione al pubblico, come il Lamb interpretato da Kingsley, che lascia intendere di aver ben altro da mostrare, fuori e dentro la sua testa, a chi avesse il coraggio di darvi una sbirciata.

Rovesciamento di prospettive, e oltre

Il tema forte che il film mutua dal racconto di Poe (il ribaltamento tra normalità e follia, e il carattere relativo di quest'ultimo concetto) è noto, e viene reso dalla storia in modo del tutto esplicito; il suo essere, di fatto, quasi assurto a luogo comune, in un oltre un secolo di cinema e letteratura, rende abbastanza superfluo il soffermarvisi. Più interessante, nel valutare il film di Anderson, è analizzare la love story che la sceneggiatura introduce, quella tra i personaggi di Sturgess e della Beckinsale, e le sue conseguenze: ed è qui, in una gestione poco convinta (e a tratti stucchevole) del registro romantico, che sta uno dei principali limiti di questo Stonehearst Asylum. Pur laddove, nel finale, un ulteriore twist costringe a rileggere tutta la storia sotto un'ottica diversa, il rapporto tra i due protagonisti appare forzato e meccanico, poco credibile nella sua pretesa di essere motore principale della vicenda: a tratti, gli struggimenti da romanzo d'appendice del protagonista danno l'impressione di essere stati inseriti nel film sbagliato, per quanto poco sono giustificati dall'atmosfera generale. Nonostante ciò, va detto che lo script di Joe Gangemi mostra abbastanza equilibrio nel delineare lo sbigottimento progressivo del protagonista (che non è certo quello dello spettatore), nonché l'evoluzione di un personaggio come quello interpretato da Kingsley; che, da par suo, sembra divertirsi non poco in una prova piena di gusto e autoironia. Tra disvelamenti di (finti) segreti, omicidi lasciati fuori campo, e qualche sequenza più forte (un elettroshock giunto nella pratica medica con un trentennio di anticipo: non è il caso di stare a sottilizzare) Anderson dirige il tutto con mano sicura e innegabile gusto: fino a un finale in cui un nuovo guizzo, sorretto da una sana attitudine cinica, fa guadagnare ancora qualche punto al film. Blockbuster sì, divertissment senz'altro, viene da dire: ma con un folletto malvagio ad aggirarsi tra le sue pieghe, per fortuna sempre in agguato.

Conclusioni

Stonehearst Asylum: lo sguardo attonito di Ben Kingsley in una scena del film

Se la morale di Stonehearst Asylum è risaputa, e né i suoi temi né la sua messa in scena dicono alcunché di nuovo, la sua capacità di intrattenere resta comunque innegabile; così come la giocosa, disimpegnata attitudine cinefila che muove il suo autore. Chi cerca l'impegno, o peggio (ma è superfluo specificarlo) la fedeltà filologica a Poe, farebbe bene a rivolgersi altrove; chi invece è ancora capace di lasciarsi ammaliare da temi vecchi quanto il mondo, e da ambientazioni dal sempiterno fascino, potrà entrare in sala, e lasciarsi catturare, senza rammarico.

Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
Roma 2014
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