Recensione Sin City - Una donna per cui uccidere (2014)

A nove anni dal primo Sin City, Robert Rodriguez e Frank Miller dirigono un sequel che esalta ancor più l'iperrealismo delle storie originali, che si pone cronologicamente a cavallo degli eventi narrati nel primo film.

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Sin City - Una donna per cui uccidere

2014 – Azione
2.9 2.9

A Sin City, intorno al KadiEs Bar, si incrociano quattro storie di personaggi vecchi e nuovi. Nella prima, Marv si risveglia sulla statale che domina la città, con la sua auto distrutta e circondato dai cadaveri. Com'è arrivato fin lì, e chi erano quei giovani morti intorno a lui? L'uomo fa uno sforzo di memoria, ma i suoi ricordi recenti sono annebbiati, confusi. Nella seconda storia, Dwight McCarthy sta combattendo con i suoi demoni, e col bisogno di bere, quando una sua vecchia fiamma, Ava Lord, gli chiede aiuto: la donna dice di essere prigioniera di un marito violento e tirannico, il milionario Damien Lord, che la opprime servendosi dell'enorme guardia del corpo Manute. Nonostante la sua diffidenza verso Ava, e i ricordi ancora vivi di una relazione finita male, Dwight non riesce a restare sordo alla richiesta di aiuto della ragazza.

Nella terza storia, Johnny, abile e presuntuoso giocatore d'azzardo, arriva a Sin City e sconfigge a poker, più volte, il potente senatore Roark. Invece di prendersi il bottino e lasciare la città, come tutti gli consigliano, Johnny resta a Sin City in cerca di altre avventure; ne pagherà, ovviamente, le conseguenze. La quarta storia ha per protagonista Nancy Callahan, spogliarellista del KadiEs Bar, che non è mai riuscita a superare il dolore per il suicidio dell'amato Josh Hartigan. Quel suicidio ha un responsabile preciso, che risponde al nome del senatore Roark: senza più niente da perdere, Nancy sta meditando da tempo la vendetta, e forse ora è giunto il momento di metterla in pratica. La "città del peccato" è infuocata di nuovo dalle violente passioni di anime a un passo dal baratro...

Strisce digitali

Sin City - Una donna per cui uccidere: un primo piano della glaciale Eva Green

Il secondo episodio della saga di Sin City (ma le storie che lo compongono si collocano sia prima che dopo quelle del prototipo) arriva circa un decennio dopo l'originale. La coppia composta dal graphic novelist Frank Miller e dal regista Robert Rodriguez si riforma per raccontare quattro nuove vicende (ma la prima è poco più che un riempitivo) ispirandosi in parte al fumetto Una donna per cui uccidere, scritto dallo stesso Miller e facente parte della serie cartacea. Nel frattempo, molto è cambiato nell'industria hollywoodiana, specie dal lato della tecnologia: il green screen, oggetto misterioso e poco utilizzato all'epoca del primo film, è ormai la norma per qualsiasi blockbuster, l'uso del 3D ha affiancato in pianta stabile quello del digitale, mentre i linguaggi del cinema e del fumetto si sono incontrati e scontrati più volte. Lo stesso Miller, qualche anno dopo l'originale, ha tentato di dire la sua, in proposito, dirigendo in solitaria il poco riuscito The Spirit. Questo Sin City - Una donna per cui uccidere si innesta dunque su un terreno molto diverso da quello che aveva caratterizzato il predecessore, e si rivolge inevitabilmente a un pubblico più smaliziato. Chi scrive, deve ammetterlo, aveva dei dubbi anche sul precedente lavoro di Rodriguez e Miller; e in particolare sulla mescolanza spregiudicata (ma molto sbilanciata da un preciso lato) che quel film faceva di due linguaggi dalla natura diversa. Nel primo Sin City, il fumetto letteralmente fagocitava il cinema, forzando lo spettatore a una fruizione simile a quella delle strisce disegnate. Operazione problematica, che però era affiancata da una buona sceneggiatura, e da suggestioni squisitamente cinefile (prese a prestito dal genere noir) che il film, traendole dalle tavole di Miller, "riportava a casa" sul grande schermo. Ridottasi, inevitabilmente, la carica innovativa della formula, questo sequel ha dovuto cercare altre strade per far presa sullo spettatore. Compito non facile.

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"Entrare" nelle tavole

L'espediente più immediato atto allo scopo, quasi obbligatorio dati i tempi, è quello dell'uso del 3D. Va detto che il film, servendosi di una tecnologia ormai invariabilmente imposta dalle major, ma quasi sempre superflua e svuotata di tutto il suo potenziale visivo, ed immersivo, riesce a dare ad essa un senso. È soprattutto interessante il contrasto tra la natura bidimensionale delle immagini, che mantengono le forme e la resa visiva delle tavole disegnate, e la profondità conferita dalla stereoscopia, che ne esalta il carattere fantastico. La città di Sin City, più ancora che nel film precedente, è luogo immaginifico per eccellenza, regolato da leggi proprie: uno spazio in cui collidono le suggestioni della letteratura hard boiled e quelle del cinema noir, i "tipi" di tanto cinema classico (il duro investigatore privato, i poliziotti corrotti, la femme fatale) e quelli provenienti dal nuovo millennio (la guerriera asiatica con la katana), la violenza sordida di un universo criminale in bianco e nero e quella iperrealistica e splatter dell'exploitation. Sin City - Una donna per cui uccidere, in questo senso, spinge ancor più del predecessore sul pedale dell'iperrealismo, dà ad alcune sequenze un chiaro mood da videogioco, si fa beffe con la sua messa in scena dell'ostentata natura tragica di personaggi e situazioni; per mostrare, senza timori di sorta, pallottole che spillano sangue a fiotti ma non uccidono, ferite mortali che lasciano in piedi i guerrieri bramanti vendetta, occhi cavati trattati alla stregua di un semplice graffio, guardie del corpo invincibili presentate come "non umane" (e infatti ci si aspetta, quasi, di vedere sotto la pelle i circuiti di un cyborg). La (ri)costruzione dell'universo milleriano è quindi sopra le righe e surriscaldata, con tutti i rischi di saturazione che ciò comporta.

Scritture problematiche

Sin City - Una donna per cui uccidere: Powers Boothe in una scena del film

Se il primo Sin City era, a livello di minutaggio, più esteso di questo sequel (142 minuti, nella versione unrated, contro 102) la compattezza narrativa, la gestione degli incastri e la tenuta del tutto, a livello di tensione, risultavano lì decisamente più efficaci. Il film si presenta come "complemento" del precedente, una prosecuzione (anche se non a livello cronologico) da esso inscindibile; coerentemente, la sceneggiatura non si sofferma a introdurre i personaggi, dando per scontata la loro conoscenza, così come il ricordo delle vicende narrate nell'originale. Scelta perlomeno discutibile, a nove anni di distanza; ma il problema del film di Rodriguez e Miller sta solo in minima parte in questo. E' la gestione della narrazione, sfilacciata e spesso dilungata in sottotrame inutili, a risultare deficitaria; l'episodio con protagonista Joseph Gordon-Levitt, in particolare, si rivela il più debole dell'intero film, e la sua conclusione finisce per lasciare abbastanza indifferenti; quello iniziale, con lo smemorato Marv di Mickey Rourke impegnato a riassemblare pezzi dei suoi ricordi recenti, sembra inserito a semplice scopo di riempitivo (o forse per svolgere il ruolo, appena accennato, di presentazione - almeno parziale - del personaggio). Il cast, ereditato in parte dal film precedente (compreso un Bruce Willis che torna sotto forma di fantasma) fa il suo, con gli innesti di una Eva Green abbastanza ispirata nel ruolo di femme fatale, e di un Josh Brolin a suo agio quale duro dal cuore vulnerabile. La saturazione visiva che i due registi inducono, tuttavia, non supportata da una scrittura abbastanza equilibrata, finisce per indurre a più riprese alla noia.

Conclusioni

Sin City -Una donna per cui uccidere: la sexy Eva Green

Al netto dei dubbi che, almeno da parte di chi scrive, restano sul complesso dell'operazione Sin City, va detto che questo sequel si rivela complessivamente meno efficace del predecessore. Rodriguez e Miller fanno un uso intelligente del 3D (e di questo va dato loro atto) ma nell'accumulazione di espedienti visivi sembrano spesso dimenticarsi di stare girando un film; anche perché la sceneggiatura, a livello di definizione dei personaggi, e di gestione organica della storia, mostra più di un problema. Così, questo Sin City - Una donna per cui uccidere si rivela prodotto destinato principalmente ai fan di Frank Miller; per il resto degli spettatori, i difetti potrebbero pesare sul piatto della bilancia più dei pregi.

Marco Minniti
Redattore
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