Recensione Jack (2014)

Il regista adotta un taglio realistico ed essenziale nel mettere in scena il viaggio di Jack, ponendo il protagonista sempre al centro della narrazione, ma fallisce nel circondarlo di un contesto ugualmente efficace, popolato di figure secondarie poco approfondite e situazioni irrisolte.

Recensione Jack (2014)

Infanzia negata

L'infanzia è un periodo magico, ma delicato e fragile. È il periodo in cui impariamo ad essere, nel bene e nel male, quello che siamo. È un periodo che tutti meriteremmo di vivere con la necessaria sicurezza e guida, con figure di riferimento forti che sappiamo indicare un percorso, incoraggiando senza forzare, dandoci la possibilità di sbagliare senza che i nostri errori possano avere conseguenze.
Ma ciò non è possibile per tutti. A volte perché il contesto sociale non lo permette, altre volte perché abbiamo la sfortuna di nascere nella famiglia sbagliata.

About a Boy

Jack: Ivo Pietzcker in una scena tratta dal film
È quello che capita a Jack, costretto a crescere prima del tempo, a caricarsi sulle spalle le sorti della famiglia allo sbando, a causa di una madre incapace di esserlo, e di prendersi cura anche del fratellino Manuel.
Jack è l'uomo di casa, ma è un compito più grande di lui che lo porta inevitabilmente a commettere errori, come quello decisivo in cui ustiona il fratellino provocando l'intervento dei servizi sociali.
Manuel viene lasciato alla madre, ma Jack viene affidato ad una struttura in cui deve fare i conti con la separazione dalla madre e con la difficile convivenza con gli altri ragazzi che lì vivono. Fino all'ennesima delusione subita da parte della madre e un ulteriore scontro che lo portano a fuggire per tornare a casa. Per Jack e Manuel è l'inizio di un'odissea alla ricerca della madre scomparsa lungo le strade di Berlino, fino ad una sofferta decisione finale.

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Uno sguardo sofferto

Jack: Ivo Pietzcker in una scena del film con Atheer Adel
Edward Berger adotta un taglio realistico ed essenziale nel mettere in scena il viaggio di Jack: la camera del regista è quasi sempre concentrata sul giovanissimo protagonista, scrutandolo, seguendolo, indagandone le emozioni, con movimenti e montaggio nervosi e frenetici.
E, se ci limitiamo alla sola figura del personaggio interpretato dal piccolo Ivo Pietzcker, la scelta sembra riuscita, perché il giovane attore riesce a reggere il peso del film così come il suo alterego fittizio sorregge quello della sua famiglia.
Allo stesso modo appare riuscita la rappresentazione di una Berlino ugualmente asciutta, rappresentata nei suoi aspetti meno appariscenti e creativi, un ambiente ostile a cui i due bambini devono sopravvivere.

In compagnia dei lupi

Jack: Ivo Pietzcker in una scena del film
Quello che manca è tutto il contorno. Ponendo Jack al centro della storia, le figure che lo circondano vengono dipinte con tinte di base, poco rifinite, ridotte ai loro tratti essenziali nella sceneggiatura dello stesso regista e del coautore Nele Mueller-Stöfen. Ne è esempio lampante la figura della madre, irritante nei suoi comportamenti mai approfonditi o spiegati.
Viviamo il tutto dal punto di vista di Jack, ma ci sono snodi della vicenda che avrebbero avuto bisogno di un ulteriore approfondimento, senza rimanere irrisolti e fuori campo.
È così che la voglia di realismo diventa irreale, nell'incapacità di credere alle (dis)avventure vissute dai due bambini.

Antonio Cuomo
Redattore
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