In the Name of

2013

Recensione In the Name of (2013)

Prima che di un prete, Malgorzata Szumowska scava in profondità nell'animo di un uomo svelandone l'interiorità attraverso uno stile intimo e diretto.

Il cammino di fede

Dopo aver esplorato la prostituzione dal punto di vista femminile in Elles, la polacca Malgorzata Szumowska affronta un altro tema scottante: quello della crisi della vocazione e dell'omosessualità tra i sacerdoti cattolici. Adam, il protagonista di In the Name of (il bravissimo Andrzej Chyra), è un giovane parroco dalla fede fervente impegnato a gestire un piccolo centro di recupero per ragazzi difficili che fornisca un'alternativa al riformatorio. Adam è un uomo sportivo. Le sue valvole di sfogo per smaltire l'energia sessuale repressa sono il lavoro manuale, il calcio, il nuoto e le lunghissime corse quotidiane nei boschi che gli permettono di scrollarsi di dosso temporaneamente la tempesta di passioni che lo lacera. I giovani con cui si trova a interagire rappresentano una continua tentazione alla rottura del suo voto di castità, ma è la comparsa di un nuovo arrivato, violento e provocatore, a spezzare il fragile equilibrio interiore del prete.

In the Name of: Mateusz Kościukiewicz con Sebastian Kuczynski in una scena del film
Di pellicole che affrontano il tema della crisi dei rappresentanti della chiesa e dei limiti soffocanti imposti dalla vita sacerdotale ne sono state realizzate parecchie, ma il pregio dell'opera di Malgorzata Szumowska è quello di affrontare la questione concentrandosi su un singolo individuo. L'attacco alla chiesa, se così lo vogliamo chiamare, è indiretto. Prima che di un prete, la Szumowska scava in profondità nell'animo di un uomo svelandone l'interiorità attraverso uno stile intimo e diretto. La parola viene usata in modo scarno ed essenziale, di conseguenza le singole battute acquisiscono peso e sostanza. Contemporaneamente l'immagine si fa veicolo significante riappropriandosi della sua funzione primaria. Il tormento interiore del prete, la sua relazione difficoltosa con i giovani da cui è circondato e il legame speciale con il taciturno piromane interpretato dall'intenso Mateusz Kosciukiewicz vengono ottimamente rappresentati riducendo al minimo i dialoghi e facendo ampio uso di immagini naturalistiche, scene corali e momenti di solitudine ben sostenuti dal talento di Andrzej Chyra. Curiosamente une delle scene più parlate è quella che vede Adam impegnato a rifiutare le avances della procace e insoddisfatta Ewa. Segno, questo, di un distacco netto dall'universo femminile.

In the Name of: Andrzej Chyra in una scena
Ewa è la sola donna in un film girato da una regista capace di immergersi in un mondo interamente maschile per trattare l'omosessualità con naturalezza e pudore. La natura proibita dell'atto sessuale rischia di mettere a repentaglio la carriera ecclesiastica di Adam, ma la questione non si sposta dal piano religioso e anche la conversazione tenuta via Skype dal prete che, completamente ubriaco, si libera la coscienza 'confessandosi' con la sorella lontana non sembra sconvolgere la donna più di tanto. Lo scandalo è dietro l'angolo, ma il suo impatto, calato nel contesto sociale polacco, sembra meno dirompente. A interrompere la sobrietà di In the Name of intervengono alcune sequenze 'sopra le righe' localizzate nella seconda parte del film. Malgorzata Szumowska si affaccia timidamente nel territorio dell'espressionismo riservando la sua ironia alla rappresentazione degli organi istituzionali della chiesa. Alla danza sfrenata di Adam ubriaco e abbracciato alla foto di Papa Ratzinger si aggiungono il buffo cartello ('Il Signore è impegnato. Silenzio, per favore') posto fuori dalla porta del vescovo e una luminosa processione accompagnata da musica rock a tutto volume (la sequenza più suggestiva del film). La Szumowska riesce a mantenere alto l'interesse nella storia da lei narrata fino alla chiosa finale. Purtroppo la regista si lascia prendere la mano con un secondo finale autocompiaciuto e ammiccante che, oltre a non aggiungere niente nella forza critica del film, rischia di smorzarne il pathos emotivo. Con qualche minuto in meno, In the Name of sarebbe risultato ancora più convincente.

Recensione In the Name of (2013)
Valentina D'Amico
Redattore
3.0 3.0
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