Enter the Void

2009, Drammatico

Recensione Enter the Void (2009)

Nonostante sia facile percepire il fascino oscuro di Enter the Void, considerando anche il tentativo intellettualmente mostruoso dell'opera, difficilmente, però, si riesce a far emergere lo scheletro che tiene in piedi questa pachidermica struttura, che non ha la sfavillante leggerezza degli skyline di Tokyo

Allucinazione perversa

Enter the Void era stato presentato a Cannes nel 2009, ma la distribuzione italiana aveva glissato sul terzo lungometraggio del controverso regista argentino Gaspar Noé. Due anni dopo, sempre al festival rivierasco, sono stati presentati (e premiati, seppur in misura diversa) The Tree of Life di Terrence Malick e Melancholia di Lars von Trier. Due film quasi speculari per come trattavano da due angolazioni differenti la vita e la morte, il rapporto dell'uomo col mondo esterno e la possibilità di un'apocalisse (anche nel senso più strettamente etimologico, quindi di "rivelazione"). Strano che Enter the Void venga ripescato dalla Bim proprio quest'anno, quasi a completare un trittico ideale su modalità diverse di intendere la condizione umana su questa terra. Il trascendentalismo indistinto di Malick e il nichilismo assoluto di von Trier sono due posizioni antitetiche, compimento di un percorso e di una maturità artistica raggiunta da due personaggi lontani anni luce ma che hanno saputo marchiare con la loro presenza e il loro stile la Settima Arte. In mezzo alla purezza delle immagini malickiane e all'estetizzante pessimismo cosmico vontrieriano ci ritroviamo con l'autore argentino in un terreno molto più confuso, in cui il gusto della provocazione forza spesso la mano alla coerenza interna dell'opera e ai limiti del morboso.

Video-recensione Enter the Void


Paz de la Huerta in una scena del film drammatico Enter the Void
Dopo i titoli di testa che hanno mandato in estasi Quentin Tarantino, due minuti e mezzo di susseguirsi di scritte al limite del subliminale, a forte rischio epilettico, ci ritroviamo in una Tokyo dalle acide luci al neon, nell'appartamentino dei protagonisti, Oscar e Linda. Vediamo tutto attraverso gli occhi del ragazzo, le sue percezioni, i suoi stati di alterazione: è un piccolo spacciatore che è riuscito a far arrivare sua sorella nella capitale giapponese, sono orfani, e Linda ha iniziato a lavorare come lap-dancer in un locale ed è l'amante del suo capo. Dopo un primo lungo trip, causato dall'assunzione di DMT, Oscar cerca di ridestarsi per andare all'appuntamento con un suo amico, accompagnato da Alex, pittore bohémian, guru delle sostanze psicotrope. Viene nuovamente citato Il libro Tibetano dei morti che, se non lo si fosse ancora capito, è la chiave con la quale leggere e speculare sul terzo lungometraggio di Noé. Come spiega l'artista , Il libro Tibetano dei morti parla dell'ultimo e più grande viaggio dello spirito che compie un percorso di agnizione prima di reincarnarsi. Così, quando Oscar viene ucciso dalla polizia, inizia una lunghissima esperienza extra-corporea, in cui la pedante - ma, qui, coerente - soggettiva si spezza in osservazione semi-soggettiva del passato del ragazzo, di cui vediamo tutta la vita precedente. Si dipana una bellissima fase di ricordi dolci (la nascita della sorella) e tremendi (l'incidente stradale che uccise i genitori), che costituiscono l'odissea di Enter the Void: ed è la parte più limpida e luminosa di un film che non risparmia nessuno degli incubi esistenziali di ciascuno di noi, tra morti accidentali, abbandoni, separazioni, disperazione, aborti e violenza.

Enter the Void: Nathaniel Brown in una scena del film
Il regista argentino ha dichiarato che definirebbe il film un "melodramma allucinogeno" e di conseguenza la componente visiva si erge al di sopra del discorso filosofico-metafisico dove ogni trascendenza sembra azzerata: eppure esiste lo spirito (noi vediamo ciò che sta vedendo), ma non si coglie bene l'obiettivo del suo viaggio se non quello di continuare a proteggere la sorella (l'ha mai fatto?), che si compie nella reincarnazione del suo futuro bambino, chiudendo anche il cerchio di un rapporto potenzialmente incestuoso. L'autore gioca a rimpiattino con lo spettatore, lanciando il sasso e nascondendo la mano (per lui non c'è nessun incesto tra i protagonisti), in un film eccessivo che sembra più volte finire, dove l'occhio della macchina da presa vola costantemente sopra i personaggi, con movimenti che penetrano i grattacieli di una psichedelica Tokyo. E quindi è riposante la parte degli innocenti ricordi di due bambini, come in fondo sono rimasti Linda e Oscar, fermi alla fase orale freudiana: il "succhiare" sembra un atto continuo e sessualmente percepito a partire dalla visione della mammella della madre, ma anche l'attrazione per gli orifizi sembra incistata in Oscar dal troncato rapporto della donna tragicamente scomparsa.

Enter the Void: un'immagine tratta dal film
La sproporzionata e gigantesca ambizione di Noé di realizzare un film a suo modo definitivo appare più volte come una velleità artistoide non compensata da un'idea cinematica solida: vivere la (propria) morte è già di per sé un'idea scandalosa. E, pertanto, un film che per 143 minuti distende in maniera estenuante tale idea non può non risultare osceno, immorale, spudorato. Noé non è Kubrick, sebbene anche lui possa consigliare agli spettatori di assumere sostanze stupefacenti prima della visione del film, in maniera tale da entrare nel giusto mood (come, secondo un famoso aneddoto, fece Kubrick con un critico severo verso 2001 - Odissea nell spazio) e il sistema audio-visivo architettato dall'autore di Irréversible non fornisce una fenomenologia stringente, bensì solo un lungo trip dove si mescolano senza soluzione di continuità elementi eterogenei e quasi inconciliabili tra loro. Noè non si fa mancare niente, e dissemina nella pellicola un'infinita rete di riferimenti che vanno dall'estetica psichedelica, al cinema, dalla psicanalisi alla religione, da far sguazzare qualsiasi semiologo. Nonostante sia facile percepire il fascino oscuro di Enter the Void, considerando anche il tentativo intellettualmente mostruoso dell'opera, difficilmente, però, si riesce a far emergere lo scheletro che tiene in piedi questa pachidermica struttura, che non ha la sfavillante leggerezza degli skyline in scala costruiti dal coinquilino di Alex. Tutto sembra svolto per risolversi nell'enorme orgia del Love Hotel, dove Oscar può passare di stanza in stanza osservando i dettagli degli orgasmi e degli amplessi (sic!) e scegliere dove reincarnarsi. Una soluzione a dir poco semplicistica in un film dove la grande intuizione di base, di un'anima che deve elaborare il lutto per sé stesso, è gettata nel vuoto senza la levità per spiccare il volo ed entrare nell'Olimpo.

Recensione Enter the Void (2009)
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