Recensione Another Me (2013)

A una forma barocca, Another Me affianca una sceneggiatura dall'architettura traballante in cui troppo numerose sono le ingenuità narrative e la ricerca del riferimento cinematografico a tutti i costi, quasi non considerando l'eventuale memoria e conoscenza di un pubblico d'appassionati.

Recensione Another Me (2013)

Il riflesso dell'altra

Secondo un vecchio detto di origine popolare "il troppo stroppia", sempre e in qualsiasi caso. E non fa alcuna eccezione nemmeno l'ambito cinematografico dove, anzi, l'eccesso di un'estetica troppo ridondante o esageratamente descrittiva, tende a peggiorare le sorti di un film che potrebbe già non brillare per innovazione tematica. Questa è esattamente la sensazione d'inutile abbondanza che si registra a pochi minuti dall'inizio di Another Me dove sono sufficienti alcune sequenze per comprendere, non solo l'intreccio e l'andamento della vicenda, ma, in modo particolare, l'intenzione da parte della regista d'infiocchettare il suo prodotto con tutti i classici rimandi del thriller psicologico dal gusto sovrannaturale. Nulla da stupirsi, dunque, se accanto a dei corridoi deserti, alle immancabili luci ballerine e ai tunnel minacciosi Isabel Coixet, in un momento di evidente ottimismo, aggiunge vetri rotti, incubi, ombre dalla provenienza ultraterrena, altalene costantemente dondolanti e il ritorno di morti, in questo caso, non più viventi. Tutto questo per portare sul grande schermo una vicenda che, a essere onesti, pur rifacendosi a modelli alti come il miglior cinema orientale e un De Palma d'annata, non riesce nemmeno a sfiorare i risultati dei suoi predecessori. Il problema reale è che, a una forma barocca, corrisponde una sceneggiatura dall'architettura traballante in cui troppo numerose sono le ingenuità narrative che sembrano rincorrere a tutti i costi vari riferimenti cinematografici, quasi non considerando l'eventuale memoria e conoscenza di un pubblico d'appassionati.

Another Me: Gregg Sulkin in una tenera scena del film con Sophie Turner
Alla base dell'intero processo, come spesso accade, c'è un romanzo omonimo cui la regista a imposto un tocco personale, semplificando ciò che sembrava essere troppo laborioso da portare sul grande schermo e lasciando così intatta, nella sua semplicità, il tema certo non originale del doppio e dei suoi effetti distruttivi sulla vita quotidiana. Protagonista della vicenda è Fay, un'adolescente che, pur avendo vissuto un'infanzia idilliaca, inspiegabilmente è vittima d'incubi terribili che sembrano presagire sventura. Ed effettivamente il suo piccolo nucleo familiare viene sconvolto dalla malattia improvvisa del padre cui fa seguito una serie di eventi curiosi e bizzarri. Presa dalla sua quotidianità di adolescente, però, Fay non si rende conto dell'evoluzione dei fatti, né dell'ombra che la segue con disappunto nei suoi momenti di maggior serenità. La recita scolastica, la storia con un suo compagno di corso e la momentanea relazione della madre con il fascinoso professore di recitazione, non le offrono la lucidità sufficiente per comprendere la natura degli eventi, nonostante ne sia cosciente. Questo fino a quando i suoi genitori le rivelano l'esistenza di una gemella morta alla nascita e il senso di colpa che li attanaglia per aver dovuto sostenere il ricordo di quell'avvenimento per tutta la vita. Una colpa che, secondo un'entità di natura misteriosa, sembrano non aver ancora pagato a sufficienza.

Another Me: Jonathan Rhys Meyers in una scena del film con Claire Forlani
A questo punto avvertire un "vago" sentore di déjà vu non solo è plausibile ma perfino doveroso per gli amanti o estimatori del genere. Da Two Sisters di Kim Ji-woon , passando per Alone e Le due sorelle firmate da Brian De Palma, il cinema ha da sempre approfondito l'elemento inquietante che si trova alla base di un legame fisico e affettivo così forte. In modo particolare ad essere osservato da un punto di vista più inquietante e oscuro è l'appartenenza genetica che esiste tra due gemelli, tanto da portare spesso alla sovrapposizione degli individui o alla soppressione di uno da parte dell'altro. Il film della Coixet si rifà con fin troppa precisione proprio a questo filone narrativo fallendo, però, nella costruzione della suspense e del terrore. Sarà per quelle immagini già tanto sfruttate e proiettate o per un intreccio che non offre nuovi punti di vista, ma Another Me non offre un solo momento di sussulto emotivo né genera aspettativa alcuna. Un risultato mediocre che non riesce ad essere ribaltato nemmeno dalla presenza di Sophie Turner, direttamente da Il trono di Spade, né del redivivo Jonathan Rhys Meyers, tornato sullo schermo dopo aver fatto parlare troppo di sé per fatti tutt'altro che cinematografici.

Tiziana Morganti
Redattore
2.0 2.0
Privacy Policy