Audition

2000, Horror

Recensione Audition (2000)

E' complesso penetrare l'intimità dello spettatore: questo film ha tutte le carte in regola per farlo.

Alessandro Puglisi

Perversioni dal passato

Molto spesso si sente parlare di film scioccanti; spesso si usa, anche a sproposito, il termine "disturbante". Eppure, questo aggettivo si potrebbe attribuire solo a poche opere cinematografiche, perché è relativamente facile mostrare scene di violenza, sequenze piene di smembramenti, evirazioni e quant'altro, ma è molto più complesso riuscire a penetrare l'intimità dello spettatore e gettarlo in uno stato di disagio che perdura ben oltre la fine della pellicola.

E' indubbiamente il caso di questo film (tratto da un romanzo di Ryu Murakami), che porta la firma del visionario e geniale Takashi Miike, il quale ancora una volta riesce a stupire e sconcertare con invidiabile disinvoltura. La trama è molto semplice, quasi banale: il protagonista Shigeharu Aoyama, dirigente di una importante azienda di produzione televisiva, vedovo da dieci anni e sempre più frustrato, indice, su suggerimento di un amico, una audizione, allo scopo di trovarsi una nuova moglie. L'uomo rimane subito colpito dalla bella e longilinea Asami, che rappresenta la sua donna ideale. I due cominciano a frequentarsi, ma il tutto prende una piega inaspettata quando dal passato della ragazza emergono realtà sepolte particolarmente inquietanti. Partendo da questa premessa, si può benissimo dire che il film è diviso in due parti: la prima ora, assolutamente "normale", dal ritmo basso, sincopato, dominata dall'approfondimento psicologico delle enormi contraddizioni presenti nei vari personaggi, per mezzo dei dialoghi, ora frammentati, ora articolati e multiformi. Oltrepassando il limite della prima ora, l'opera cambia radicalmente registro, in tutti i sensi. Prende forma una sorta di incubo che accompagnerà lo spettatore in un crescendo di follia, un delirio che sfocerà in un finale catartico e delirante allo stesso tempo. Come già visto in altre sue produzioni, Miike sa davvero come girare un film; la sua camera è un occhio che si insinua entro gli ambienti, coglie l'azione, ma anche la mancanza d'azione, con cinica freddezza.

Viene affrontato il tema dell'amore, dell'odio, in maniera estremamente originale e insolita: l'amore è totalizzante in senso letterale, così come il suo sentimento opposto. Ciò si fonde con il riemergere di un passato da dimenticare, ma che inevitabilmente ha lasciato i suoi segni nel presente. Nel momento in cui si affonda nelle cicatrici, da esse ricomincia a sgorgare il sangue... attraverso questa analogia è possibile raffigurare quello che accade nel film, dove a un certo punto tutto si ribalta, si confondono i piani temporali, le vittime e i carnefici diventano parte dello stesso grande e terrificante disegno. L'offeso reagisce in maniera imprevista e fulminante, e il risultato è devastante.

Questo film è molto di più di un semplice horror. Alcune sequenze sono veramente da antologia del cinema; il connubio tra immagine, suono e parola funziona sempre in maniera impeccabile. La tensione viene accumulata attraverso piccoli flash che interrompono la normale narrazione nella prima metà, introducendo elementi che sono di dubbio, inizialmente, ma vanno ad assumere caratteri sempre più spaventosi, fino al famigerato climax. A questo proposito è notevole la capacità del regista giapponese di sclerotizzare degli attimi "pregnanti", creando immagini piene di significato, assolutamente autosufficienti nell'economia della messa in scena e contemporaneamente tasselli di un puzzle che, come detto, si ricompone pezzo a pezzo, un passo alla volta, attraverso meccanismi di gestione degli avvenimenti (parlando del plot vero e proprio) molto convincenti.

Ottimi tutti i componenti del cast, molto incisivi nel dare corpo alle emozioni dei personaggi e alla loro crudeltà, sia essa esplicitamente espressa oppure nascosta in fondo all'anima. Nel caso specifico le validissime prove recitative contribuiscono in maniera determinante alla costruzione del "sogno malato" di Miike. In realtà non è facile rinchiudere tutto questo entro un genere particolare, tanta è la varietà di sensazioni che vengono evocate, soffocate, esaltate.
Alla luce di tutto questo, non è un'esagerazione definire Audition uno dei film più spaventosamente perversi e folli degli ultimi anni: un perfetto concentrato di sentimenti, violenza e mistero.

Recensione Audition (2000)
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