Ouija

2014, Horror

Ouija: la Blumhouse gioca con la paura

Un progetto passato di mano in mano, e con vari rimaneggiamenti narrativi, approda infine in sala col marchio della Blumhouse: lo spunto è quello di un noto gioco, consistente in una tavoletta che consentirebbe di comunicare con gli spiriti.

Ouija

2014 – Horror
2.2 2.2

Quello di Ouija è un progetto che era già in piedi da molti anni, passato più volte di mano in mano, rimaneggiato ripetutamente nel tempo e trasformatosi anche a livello di concezione. L'idea originale di un film dedicato alla tavoletta per sedute spiritiche (già al presente in molto cinema horror) risale infatti al 2008, dagli uffici della Platinum Dunes di Michael Bay e Bradley Fuller; questi ultimi volevano trarre dal gioco commercializzato dalla Hasbro (in seguito entrata anch'essa nella produzione) un franchise ad alto budget, sul modello di quello de I pirati dei Caraibi. Le successive vicissitudini produttive hanno portato a un drastico ridimensionamento dei costi, e a un ripensamento dell'intero progetto nell'ottica di un teen horror sovrannaturale, che si inserisse nel solco dei titoli a medio-basso budget che il genere ha offerto negli ultimi anni.

La co-produzione della Blumhouse Productions, responsabile di molti dei successi orrorifici degli ultimi anni (tra i tanti, i franchise di Insidious, Paranormal Activity e La notte del giudizio) è sembrata in questo senso offrire un marchio di fabbrica ideale. Malgrado ciò, la lavorazione del film di Stiles White (già effettista speciale e sceneggiatore, qui al suo esordio dietro la macchina da presa) è stata piuttosto travagliata: su richiesta della produzione, infatti, circa il 50% delle scene sono state rigirate, con modifiche sostanziali della stessa sceneggiatura e l'aggiunta ex novo di alcuni personaggi.

La poetica (tradita) del produttore

Ouija: Douglas Smith con Olivia Cooke e Ana Coto in una scena del film horror

Se la linea dello studio di Jason Blum si contraddistingue, in genere, per una forte impronta "di fabbrica" data ai suoi progetti, e per una cura che li fa risaltare, oltre che come opere dei rispettivi registi, come prodotti targati Blumhouse, qui si è di fronte alla classica eccezione che conferma la regola. Di fronte a una produzione che, infatti, ha finora teso a recuperare le radici del genere (e dei generi tout court) per valorizzare al meglio l'impianto classico e riproporne le suggestioni nell'ottica dello spettatore del ventunesimo secolo, il film di White non fa che inanellare stancamente una serie di topoi, vecchi e nuovi. Complice un progetto nato altrove, e con altri e diversi contorni, Ouija sembra un po' un corpo estraneo nel catalogo Blumhouse; configurandosi come un prodotto che avrebbe, probabilmente, trovato migliore collocazione nel variegato ambito del direct-to-video.
Uno sguardo superficiale all'intreccio mostra infatti tutti i limiti intrinseci del progetto, così com'è stato portato sullo schermo: un gioco adolescenziale dai risultati imprevisti, un suicidio indotto da un'entità maligna, una casa maledetta, un segreto sepolto nel passato e l'immancabile spirito-bambino, forse non del tutto malvagio. Se molti dei prodotti dello studio di Blum, in passato, pur nella loro classicità, avevano cercato di introdurre nella tessitura narrativa alcuni elementi innovativi, qui la strada sembra essere quella opposta: mettere insieme ciò che altrove ha funzionato, partendo da uno spunto (quello della tavoletta) già utilizzato, ma quasi mai motore primario di un soggetto.

Paura per gioco

Ouija: Daren Kagasoff	 in una scena del film horror

Se si vuole stare a una concezione rigorosa (e un po' integralista: a volte è bene esserlo) del genere, si fa obiettivamente fatica a definire Ouija un horror. Se si accetta che il cinema dell'orrore debba essere (così com'è stato nel corso di tutta la sua storia) qualcosa di più di una semplice, e inoffensiva, corsa sulle montagne russe, si fa un notevole sforzo a collocare l'esordio di White nel genere. Qui la corsa, oltretutto, è molto breve, e pensata appositamente per non far salire troppo i battiti cardiaci degli utenti. Nella sua ora e mezza di durata, infatti, il film di White offre ben pochi momenti tesi esplicitamente a spaventare, piazzati oltretutto nei frangenti più prevedibili dell'intreccio; più che il risultato di una costruzione narrativa carente, tuttavia, questa sembra essere la programmatica scelta di offrire un cinema dell'orrore annacquato, privo di mordente e della benché minima voglia di perturbare. Non è difficile, in questo, cogliere una sovrapposizione (certo non voluta, data l'assenza di questo tipo di ambizioni nel film) tra l'opera e il suo oggetto: la tavoletta, infatti, dovrebbe teoricamente essere un tramite tra il nostro mondo e l'aldilà, un modo per stabilire un contatto con i trapassati, ma ha di fatto le caratteristiche di un giocattolo (e come tale viene commercializzata). Il film sembra dire, in fondo, lo stesso: "qui non facciamo sul serio", questo è il messaggio che ne viene fuori. "Vogliamo farvi fare qualche salto della sedia, ma solo qualcuno, e stando bene attenti a che nessuno si impressioni sul serio". In fondo, stiamo solo giocando.

Conclusioni

Ouija: Olivia Cooke con Daren Kagasoff in una scena del film horror

Scolastico nella messa in scena, lento e goffo nello svolgimento, prevedibile nei suoi snodi narrativi (e con performance attoriali tutt'altro che memorabili), Ouija soffre di tutti i limiti di un prodotto derivativo; riproponendo, oltretutto, luoghi comuni vecchi e nuovi di un genere che viene svuotato della sua essenza, deliberatamente anestetizzato e reso innocuo. Un passo falso per lo studio di Blum, e un prodotto per cui si fa fatica a individuare un pubblico di riferimento: tanto il fan dell'horror, infatti, quanto lo spettatore generico, ben difficilmente potranno trovarvi qualcosa di appetibile.

Ouija: la Blumhouse gioca con la paura
Marco Minniti
Redattore
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