Senza destino

2004, Drammatico

Recensione Senza destino (2004)

Una disumanizzazione rappresentata in modo calibrato e sobrio che raggiunge l'apice nel ritorno in patria del protagonista: uno strepitoso ragazzo rispondentente al none di Marcell Nagy.

Olocausto ungherese

Fateless è la storia, tratta dal romanzo vincitore del Nobel di Imre Kertesz, della tragedia personale di Gyuri Köves, ebreo ungherese non ancora quindicenne catapultato nella realtà agghiacciante dei campi di concentramento nazista. Un'esperienza mortale che va oltre l'annientamento fisico per comprendere tutte le sfere di un'esistenza retrocessa allo stato di assoluta disumanizzazione.

Quello che ci troviamo davanti è un film complesso da analizzare, non completamente riuscito probabilmente, ma riabilitato dall'esigenza descrittiva che lo caratterizza. Se nei primi quaranta minuti la pellicola fatica a decollare, non riuscendo ad aggiungere sostanzialmente nulla di nuovo al lungo elenco dei film sull'argomento, anche per colpa di scelte stilistiche non impeccabili, decisamente convincente è tutta la seconda parte.

Dall'insediamento coercitivo del protagonista nel campo di concentramento di Buchwald, la storia prende la strada dell'intensità emotiva non risparmiando nulla dell'agonia e della tremenda sofferenza dei prigionieri. Una disumanizzazione (esiste sinonimo più rappresentativo?)rappresentata in modo calibrato e sobrio e resa ulteriormente efficace dalla strepitosa interpretazione di Marcell Nagy: narratore della storia attraverso la voce-off ed intreprete particolrmente realista per capacità di comunicare il senso di tragedia insito in uno dei momenti più bui della storia della civiltà umana. L'apice di questo senso di perdita di sé stessi trova il culmine nel suo ritorno in patria e nella consapevolezza di aver perso qualsiasi cosa, in particolare il senso della sua esistenza e delle aspettative sul futuro. Emblematica a questo proposito è una scena in cui Gyuri sostiene di non essere stato all'inferno, semplicemente perchè questo non esiste mentre i campi di concentramento sì.

Recensione Senza destino (2004)
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