La mia droga si chiama Julie

1969, Drammatico

Recensione La mia droga si chiama Julie (1969)

Una storia d'amore e dissoluzione sullo sfondo di due solitudini che si scontrano.

Alessandro Puglisi

Marion lo amava...

E' in una scena sul finire del film, nell'enigmatico incrocio di sguardi tra Louis e Marion che si coglie il significato della loro storia d'more sofferta e inusuale. Pellicola ispirata a un romanzo di Cornell Woolrich (Waltz into darkness, del 1947), è il tredicesimo film diretto dal maestro François Truffaut, e probabilmente anche la sua opera più incompresa e sfortunata e che quindi ha ottenuto meno successo, sia per la critica, che per il pubblico.

Racconta di Louis Mahé (un Jean-Paul Belmondo eccezionale, e unico nello stile di caratterizzazione del personaggio), proprietario di una fabbrica di sigarette nella stupenda isola di Réunion, che attende al porto l'arrivo della promessa sposa, Julie, conosciuta tramite un'inserzione matrimoniale e quindi mai vista. La Julie Roussel che sbarca da La sirène du Mississippi non assomiglia affatto alla donna ritratta nella fotografia che Louis aveva ricevuto in precedenza. Ma è così bella, e i suo modi sono così delicati, che l'uomo non può far altro che cadere prigioniero di quella donna dallo sguardo ipnotico. Ne nascerà una storia di grande amore, che verrà turbata da avvenimenti imprevisti, i quali ribalteranno ogni cosa.

Dedicato a Jean Renoir, ma influenzato dalle più disparate istanze cinematografiche, è soprattutto un'opera sull'amore; un amore che nasce in maniera graduale, cambiando volto e adattando le sue caratteristiche al vortice situazionale che trascina i due protagonisti.
Lo stesso regista ha affermato: "Per me, l'interesse di questo film è d'aver rovesciato una coppia e filmato una iniziazione al rovescio. Volevo raccontare la storia di un giovane che non conosce nulla della vita e soprattutto delle porcherie della vita. Alla ricerca della donna ideale, gli capita il contrario di ciò che cercava, ma l'amerà ugualmente di un amore così forte che a sua volta lei lo amerà, dopo essersene infischiata di lui per la durata della storia. Attraverso di lei, egli scopre la realtà". Quindi amare quella donna ha un valore di iniziazione, gli permette di scoprire l'essenza di ciò che lo circonda e allo stesso tempo di riscoprirsi, attraverso il confronto con le proprie paure. E dall'altra parte c'è Marion (interpretata da una splendida Catherine Deneuve), il cui amore appare inizialmente determinato da un carattere ambiguo e ricattatorio, ma che progressivamente acquista autenticità, anche in relazione alla presa di coscienza su quanto Louis dimostra di voler addirittura annullare sè stesso, farsi da parte, per lei.

In ultima analisi, Truffaut mette in piedi un'intelaiatura drammatica che funziona bene, supportata da due grandi personaggi principali, ben caratterizzati e inquadrati nel contesto di quello che il regista vuole comunicarci. Le finalità dell'opera sono molto ben leggibili e, se consideriamo l'anno di uscita del film, è d'obbligo considerarle di spiazzante attualità.

Da questo film e quindi dal romanzo di Woolrich, più recentemente è stato tratto Original Sin, ad opera di Michael Christopher con Angelina Jolie e Antonio Banderas come protagonisti. Indubbiamente quest'ultima pellicola non può essere neanche lontanamente assimilata al film del regista francese, nè per la realizzazione tecnica in generale, nè tantomeno per l'efficacia nel riprodurre drammaticamente il rapporto tra i due protagonisti.

Recensione La mia droga si chiama Julie (1969)
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