Leatherface: la nascita del male, tra sangue, manicomi e inseguimenti

Un'icona del cinema americano rivisitata da registi francesi, con riprese in Bulgaria. No, non è una barzelletta, è il nuovo, interessante capitolo del franchise inaugurato nel 1974 dal compianto Tobe Hooper.

[Foto esclusiva] Leatherface: un'immagine tratta dal film

Texas, 1955: la famiglia Sawyer, dedita a omicidi e atti di cannibalismo, uccide la figlia del poliziotto Hal Hartman. Non avendo prove contro la matriarca Verna e i suoi complici, Hartman si vendica facendo internare il più giovane della famiglia, Jedediah detto Jed, da poco iniziato alle tradizioni ancestrali. Dieci anni dopo, quattro giovani mentalmente instabili - tre ragazzi e una ragazza - evadono dopo aver preso in ostaggio un'infermiera, e Hartman li insegue. Ma chi dei tre ragazzi, i cui nomi sono stati cambiati per proteggerli dalle famiglie violente a cui furono sottratti, è quello destinato a divenire il temibile Leatherface?

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Non (ri)aprite quella porta!

Un crudele scherzo del destino vuole che Leatherface arrivi nelle sale poche settimane dopo la scomparsa di Tobe Hooper, l'uomo che nel 1974, insieme allo sceneggiatore Kim Henkel, regalò al pubblico uno dei massimi esempi del cinema horror americano con Non aprite quella porta, il primo capitolo della saga dedicata alla folle famiglia Sawyer (Hewitt nel remake prodotto da Michael Bay). Una saga a dir poco contorta, dove ogni sequel sostanzialmente annullava quello precedente, per poi arrivare al rifacimento e al suo prequel, che hanno infine ceduto il posto a Non aprite quella porta 3D, seguito ufficiale del film di Hooper e generatore di incassi rispettabili nonostante le reazioni negative di critici e fan a causa delle incoerenze interne (la protagonista, interpretata dall'allora ventiseienne Alexandra Daddario, dovrebbe avere quarant'anni). Di quella stessa continuity fa ora parte Leatherface, che per certi versi chiude il cerchio avendo tra i produttori esecutivi entrambi i creatori del franchise.

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Leatherface: i registi Alexandre Bustillo e Julien Maury sul set del loro film

Questo nuovo capitolo è stato segnato da un destino piuttosto curioso: affidato ai registi francesi Julien Maury e Alexandre Bustillo (autori di À l'intérieur, Livide e Among the Living), il film è stato girato in Bulgaria per motivi di budget, con un cast di semisconosciuti a parte Stephen Dorff (Hartman) e Lili Taylor (Verna). È stato poi accantonato per quasi due anni dalla LionsGate, presumibilmente delusa dagli incassi sottotono di un altro revival di franchise, ossia Blair Witch. Ora, dopo l'anteprima mondiale al festival inglese FrightFest, arriva nelle sale italiane, mentre negli Stati Uniti andrà direttamente sul piccolo schermo tramite DirecTV a fine settembre prima di avere diritto ad una limited release il mese successivo che coinciderà con l'uscita in formato Video on Demand. Una strategia che mette in evidenza la natura un po' bislacca del film, girato effettivamente con mezzi più consoni al direct-to-video e quindi meno ambizioso di uscite cinematografiche come Annabelle 2: Creation e It ma non per questo meno degno di nota.

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Il mistero della motosega

Leatherface: un momento del film

Maury e Bustillo, cineasti cinefili al primo lungometraggio americano, si discostano dal modello tradizionale dello slasher per regalarci un ibrido tra road movie e mystery (sebbene questa parte sia solo un - pur simpatico - pretesto, poiché chiunque abbia visto abbastanza film horror potrà indovinare facilmente l'identità del futuro Leatherface). Il loro ingresso nel mondo di Non aprite quella porta è un viaggio infernale, fatto di sesso e sangue (con tanto di parentesi necrofila, una delle poche note stonate dell'operazione), attraverso un Texas inusuale in quanto ricreato su un set europeo ma allo stesso tempo riconoscibilmente torrido e malsano. È forse questo il merito maggiore di Leatherface, quello di essere il primo capitolo della saga dai tempi del capostipite a ricatturarne l'atmosfera malata e sporca, quella verosimiglianza intrisa di brividi letteralmente viscerali. Lo fa collocandosi abilmente nella continuity esistente, tra omaggi evidenti (il cameo del nonno) e altri più sottili (un'allusione alla protagonista femminile dell'originale), ma restando per lo più un'entità drammaturgica a sé, fruibile anche da chi non conosce le malefatte precedenti/successive della famiglia Sawyer e ha familiarità con la saga solo tramite l'iconica immagine della motosega.

[Foto esclusiva] Leatherface: un'inquietante immagine tratta dall'horror

E proprio l'arma prediletta diventa il nucleo emotivo e visivo del film che, per la prima volta, si propone di esplorare approfonditamente, seppure con un minimo di superficialità dato il genere di appartenenza e la modalità di produzione tipicamente americana, il concetto dell'identità di Leatherface, senza fare ricorso agli stereotipi visti in oltre quarant'anni di franchise (in particolare Non aprite quella porta: l'inizio, prequel del remake del 2003). A differenza di un Michael Myers o un Jason Voorhees, che non necessitano di un'origine al di là delle menzioni sporadiche già udite (e lo stesso si può anche dire di Freddy Krueger, per il quale si parla da tempo di un prequel sui suoi crimini prima di morire tra le fiamme), il più giovane dei Sawyer trae beneficio da un'esplorazione del suo background che però non ne elimina completamente il mistero. In più di un senso, Leatherface rimane una maschera, e le sfaccettature proposte da Maury e Bustillo danno alle sue avventure una nuova energia che meriterebbe di essere sfruttata ulteriormente, con la stessa furia europea che, nei momenti migliori, è all'altezza dell'eredità di Hooper.

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Max Borg
Redattore
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