La voce di Gandalf: il retaggio di J.R.R. Tolkien al cinema

A quarant'anni dalla morte, facciamo il punto sul rapporto tra l'opera letteraria di Tolkien e il cinema; già spiazzato, negli anni '60, dal successo e dall'impatto culturale dei suoi romanzi, avrebbe mai potuto immaginare il suo futuro da proficuo soggettista per alcuni tra i maggiori blockbuster degli albori del nuovo millennio?

Se vivesse ancora oggi, J.R.R. Tolkien probabilmente inorridirebbe di fronte a certe derive fantasy/ young adult che pure sono epigoni del successo dei suoi romanzi, letti e adorati da intere generazioni di ragazzi anglofoni e non. Ma, secondo molti dei suoi estimatori, non lo renderebbe felice nemmeno scoprire di essere diventato ispiratore di una serie di trionfi ai botteghini cinematografici; che Frodo Baggins abbia, per il grande pubblico, i grandi occhi cerulei di Elijah Wood, e Aragorn/ Granpasso il fascino ruvido di Viggo Mortensen; che Faramir abbia portato Frodo e Sam a Osgiliath, che Saruman non sia andato nella Contea e che The Hobbit, un romanzo di poche centinaia di pagine, stia ora diventando un'ipertrofica trilogia.

Elijah Wood ne Il signore degli anelli - Il ritorno del re
Ipotesi abbastanza oziose; è vero, al contrario, che Tolkien non era per nulla refrattario all'idea di vedere un film tratto dalla sua opera, "con tutti i rischi di semplificazione del caso" (lettera n. 198, 19 giugno 1957), tanto è vero che cedette i diritti cinematografici de Il signore degli anelli e de Lo Hobbit alla United Artists già nel 1959, dopo aver considerato varie offerte arrivate poco tempo dopo la pubblicazione del terzo e conclusivo volume dell'opera, ed è anche vero che, come sa chi conosce l'epistolario tolkieniano, il Professore, alle soglie della pensione, non era neppure privo di interessi economici.
Lui però pensava a un film d'animazione, dato che una pellicola live action con i mezzi dell'epoca era inconcepibile. Dal 2 settembre 1973, il giorno in cui il Professore lasciò questo mondo per ricongiungersi all'adorata Edith/ Lúthien, i tempi sono molto cambiati, e, nonostante le proteste degli integralisti tolkieniani, è una grande fortuna che il progetto della trasposizione cinematografica de Il signore degli anelli e de Lo Hobbit, due dei maggiori bestseller e letterari di ogni tempo, sia toccato in sorte a un cineasta dotato della passione, della straordinaria capacità di controllo e della visionarietà di Peter Jackson.

Martin Freeman e Ian McKellen sul sentiero della Terra di Mezzo in Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato
Dopo i trionfi della prima trilogia, maestosa, rivoluzionaria opera in tre atti che valse a Jackson e alla New Line, tra le altre cose, anche 17 Oscar tra il 2002 e il 2004, una lunga serie di vicissitudini ha condotto alla realizzazione della seconda: il regista neozelandese infatti, che per lungo tempo non è stato nemmeno legato al progetto come regista (avendo ceduto lo scettro a Guillermo Del Toro, che finì per restituirglielo, annientato dalla magnitudine e dalle difficoltà dell'impresa) ma solo come produttore, annunciò a metà 2012 che The Hobbit, inizialmente sviluppato in due parti, sarebbe stato speculare a Il signore degli anelli, e quindi triplo. L'annuncio fu accolto con enorme scetticismo anche dai fan più accaniti: tre film erano stati necessari a lasciare respirare il complesso affresco de Il signore degli anelli, uscito d'altro canto in tre volumi (La compagnia dell'anello, Le due torri e Il ritorno del re) ma la scelta di realizzare tre film sulla base dello smilzo Lo hobbit non poteva che snaturarlo, dimostrando cupidigia, megalomania e, horribile dictu, mancanza di rispetto per Tolkien.

A molti mesi dall'uscita de Lo hobbit: un viaggio inaspettato, possiamo dire con una certa sicurezza che questri timori erano fuori misura. E' vero che Jackson ha cercato di inserire le vicende de Lo hobbit in un contesto molto più grandioso ed epico, per restituire agli appassionati le atmosfere e l'afflato de Il signore degli anelli, ampliando l'intreccio con l'inclusione di elementi del legendarium tolkieniano che non erano presenti ne Lo hobbit, e alterando in qualche caso la caratterizzazione dei personaggi (soprattutto per quanto riguarda Thorin Scudodiquercia), ma è vero pure che in buona parte c'è riuscito. Un film "minore", più fedele alla sintesi e ai registri leggeri e fiabeschi del romanzo del 1937, sarebbe stato un modesto successore, un passo indietro sul piano del fascino e dello spettacolo che avrebbe lasciato freddo il grande pubblico conquistato dalla prima trilogia: Un viaggio inaspettato, invece, pur con tutti i suoi difetti, è un degno ritorno nella Terra di Mezzo di Mezzo cinematografica che ci aveva esaltato dieci anni fa; pur inferiore ai tre predecessori, è, in relazione alla sua genesi, un film sorprendentemente riuscito.

 scena di Il signore degli anelli - Il ritorno del re
Non è il caso di parlare anche in questa sede, come chi scrive ha fatto probabilmente troppe volte, dell'equilibrio miracoloso dell'opera jacksoniana, capace di bilanciare le esigenze di una megaproduzione hollywoodiana con una profonda, ammirata, "religiosa" aderenza alla sua fonte; tuttavia, individuare anche nel Tolkien cinematografico gli elementi più nobili che egli stesso invitava i suoi lettori a cercare nell'opera letteraria è forse la giusta via per riconciliare lo spirito del Professore con il suo destino postumo di creatore di soggetti per il cinema. I valori cristiani e cattolici, dunque, così profondamente instillati nella imagery e nelle parabole dei personaggi (pensiamo ai temi della seduzione del male, della tentazione, del sacrificio, della resurrezione) da rendere praticamente superflui riferimenti aperti a culti e liturgie, ma soprattutto la capacità di Tolkien di narrare la condizione umana (e la sua redenzione) attraverso un'avventura appassionante e di grande respiro e attraverso vicende che sublimano, in molti casi, le esperienze più intime e dolorose della sua vita, anzitutto quella durissima della Grande Guerra: la solidarietà tra commilitoni, le privazioni e le sofferenze della trincea, la malattia contratta sul fronte occidentale, la desolazione della terra di nessuno, la perdita dei migliori amici durante il conflitto sono solo alcuni degli elementi che emergono ne Il signore degli anelli e la cui eco dona profondità e malinconia all'intero legendarium, buona parte del quale fu concepito proprio durante l'esperienza bellica; "facendo di me un pessimo ufficiale", scrisse, anni dopo, il Professore al figlio Christopher.

Hugo Weaving è Re Elrond nel prologo de La compagnia dell'anello
Ma John Ronald Reuel Tolkien, che sarà presto, se tutto va bene, soggetto di un film biografico, non è stato solo un Fuciliere del Lancashire, un devoto padre e marito, un fervido cattolico, un rispettato accademico e critico, e un nerd ante litteram della mitologia e della linguistica, era anche un fior di narratore con un grande senso della rappresentazione drammatica: non tutti sanno, forse, che il Professore era solito aprire le sue lezioni su Beowulf declamando a gran voce i primi versi del poema nell'originale anglosassone. Un vezzo che colpì sempre i suoi allievi; tra loro, uno dei massimi poeti anglofoni del '900, W.H. Auden, che, divenuto grande amico di Tolkien, gli scrisse in seguito: "Non credo di averti mai detto che esperienza indimenticabile fu per me, da studente, sentirti recitare Beowulf. Quella voce era la voce di Gandalf."
Auden fu anche uno dei più energici difensori dell'opera di Tolkien dagli attacchi di chi ne stigmatizzava il successo - tra cui l'eminente e onnipresente luminare della critica letteraria USA, Harold Bloom, che definì Il signore degli anelli "un romanzo per bambini che ha rotto gli argini" - sottolineando la grande portata intellettuale e morale nell'opera tolkieniana nella sua riflessione sul potere e sulla fede, e rimarcando l'appartenenza del romanzo a una tradizione "alta" basata sulla rielaborazione di archetipi classici per la creazione di una mitologia moderna.

The Hobbit: la desolazione di Smaug: un'immagine teaser di presentazione del trailer
In un momento in cui il mercato è invaso dal fantasy di derivazione più o meno lettararia, è necessario continuare a distinguere questa serie cinematografica da ogni altra, è doveroso parlarne come dell'espressione attraverso un nuovo medium, o perlomeno dell'appassionato, sontuoso e meticoloso omaggio a una poetica forte e personale, a una gloriosa mitopoiesi che riflette come l'intelletto umano abbia sempre esperito ed elaborato il proprio ambiente e il proprio destino attraverso archetipi, sogni, storie.
Per tornare a indirizzare, infine, i dubbi con cui avevamo aperto questo scritto: sarebbe soddisfatto, Tolkien, dei film tratti dai suoi romanzi? Per quanto ci riguarda, ci sono molti indizi che fanno pensare di sì. La voce di Gandalf - e non parliamo solo quella "fisica" di Ian McKellen, interprete di cui possiamo star certi che sia Tolkien che Auden, oggi, andrebbero fieri - a oltre quarant'anni dalla morte del suo creatore, tornerà a risuonare nelle sale cinematografiche il prossimo 13 dicembre con Lo Hobbit: la desolazione di Smaug. Come resisterle?

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