La Venezia delle polemiche premia Israele: cinema o politica?

Tralasciando le controversie di casa nostra, preferiamo soffermarci invece sul Leone d'oro, a Lebanon: su quello che ha significato e quello che potrà significare.

Senza polemiche non sarebbe Venezia. E in questi giorni della 66° Mostra del Cinema non si può certo dire che siano mancate: si è cominciato prima della partenza, con le critiche a quello che sulla carta sembrava un programma minore, con pochi grandi nomi ed alcune scelte poco ortodosse, e alla fine si è quasi tutti concordi nel dire che si tratta di una delle migliori edizioni degli ultimi anni. Si è proseguito poi tra interferenze (il premier Silvio Berlusconi che si improvvisa critico cinematografico per Baarìa), insulti (quelli ad Alessandra Mussolini contenuti nel film Francesca, diretta conseguenza di alcune dichiarazioni passate dell'onorevole sul popolo rumeno), censura (i famosi spot di Videocracy - Basta apparire rifiutati dalle emittenti televisive), provocazioni (Michele Placido che in conferenza stampa esplode quando gli viene chiesto come possa far convivere le proprie ideologie politiche e il vedere il proprio film distribuito da Medusa) e perfino azioni legali (oltre alla Mussolini che ha anche minacciato di far ritirare il film di Popescu, anche lo stesso Placido che risponde alle denigrazioni pubbliche del ministro Brunetta ricorrendo all'avvocato).

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Le polemiche che avranno una eco più duratura, tuttavia, sono ovviamente quelle relative ai premi, legati per sempre nella memoria a questa edizione del festival. Tralasciando le controversie di casa nostra, ad esempio quelle sul premio Mastroianni, destinato ad un interprete emergente e assegnato a un'attrice già navigata anche se giovane come Jasmine Trinca, o quelle sulla Coppa Volpi femminile alla pur bravissima Ksenia Rappoport, che fa sorgere il sospetto di una volontà di premiare il cinema italiano ben oltre i suoi meriti, sospetto supportato anche dalla presenza di due italiani in giuria. Preferiamo soffermarci invece sul Leone d'oro, su quello che ha significato e quello che potrà significare. Lebanon è un film israeliano che racconta la terrificante giornata di un manipolo di soldati ventenni rinchiusi a bordo di un carrarmato durante la prima guerra in Libano; il contesto, dunque, è analogo a quello del bellissimo Valzer con Bashir di Ari Folman, film che fu tra i più acclamati a Cannes lo scorso anno, e che arrivò fino alla nomination all'Oscar, dove appariva come il favorito. Ma non vinse nessun premio, non certo perché non ne meritasse, ma perché toccava un tema scottante che tende a dividere l'opinione pubblica e anche le giurie. Sorte non dissimile toccò tre anni fa a Beaufort di Joseph Cedar: applauditissimo a Berlino, dovette accontentarsi del premio per la regia e fu sconfitto a Los Angeles. Parimenti, non hanno ottenuto l'attenzione che meritavano, almeno in termini di allori, pellicole eccellenti quali Paradise Now di Hany Abu-Assad e The Time that Remains di Elia Suleiman.
Perché dunque Lebanon è riuscito dove tanti hanno fallito? Perchè, potrebbe darsi, si tratta di un film meno politico dei suoi predecessori, e parla, come rilevato dal presidente della giuria internazionale di Venezia 66., Ang Lee, di una esperienza universale. Oppure la giuria potrebbe aver scelto di prendere una posizione politica, o anche aver sottovalutato o volutamente ignorato il potenziale esplsivo della scelta di incoronare il film di Samuel Maoz, come fa pensare l'atteggiamento rilassato di Ang Lee e degli altri giurati, che - come con Jasmine Trinca, che ha dovuto indirizzare da sé, con un certo imbarazzo, le domande sul suo status di "attrice emergente" - non hanno rilasciato alcun commento.

Una scena di Lebanon
Certo è che si tratta di un Leone d'oro il cui strascico polemico non si esaurirà in tempi brevi, e che potrebbe accompagnare l'opera fino agli Oscar in marzo. La stampa palestinese, e parte della stampa di sinistra italiana ed europea, non ha mancato di accusare Maoz di essersi concentrato solo su alcuni aspetti di quella guerra tralasciando i massacri gratuiti e quelle azioni particolarmente disumane dell'esercito d'Israele che lo rendono colpevole a tutti gli effetti - mentre i ragazzi protagonisti di Lebanon sono dipinti decisamente come vittime.
Il regista ha replicato nell'unica maniera possibile, sottolineando la natura autobiografica dell'opera e la limitatezza della sua memoria e della prospettiva personale, che non vuole abbracciare il punto di vista di un intero paese, né commentare un'intera guerra.
Ciononostante, il fuoco della polemica viene alimentato anche da parte israeliana, con un intellettuale di sinistra piuttosto in vista che ha attaccato pubblicamente i quattro giovani attori protagonisti del film, colpevoli di aver evitato la leva grazie alla loro carriera cinematografica e pertanto indegni di rappresentare soldati che hanno conosciuto davvero la sofferenza, il sacrificio e la morte.

Insomma, se è vero che la Mostra di Venezia vive anche di polemiche, quest'anno il festival lagunare ha dimostrato una rinata vitalità anche da questo punto di vista, e una sorprendente capacità di porsi al centro del dibattito non solo cinematografico ma anche politico, sociale e culturale.

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