Un mondo fragile: speranze e rimpianti persi nella cenere

Premiato con la Caméra d'or al Festival di Cannes, la pellicola dolente del colombiano César Acevedo è un racconto intimo e sociale, attraversato da sentimenti contrastanti. Il senso di appartenenza ad una terra si alterna ad una rabbia profonda per lo sfruttamento umano, in un'opera prima che sa essere potente nonostante il tocco delicato.

Un mondo fragile: speranze e rimpianti persi...
Un mondo fragile

2015 – Drammatico
4.0 4.0

Un titolo originale, come sempre, è più immediato ed efficace di qualsiasi traduzione, soprattutto quando il film in questione racchiude pura autenticità. La tierra y la sombra, la terra e l'ombra. Due parole, due elementi cruciali che incarnano il senso di un'opera invasa dalla polvere di una realtà rurale che si sgretola assieme a chi la coltiva ogni giorno. La terra è il contesto sociale e familiare in cui si svolge una storia di legami; l'ombra è la presenza asfissiante di un passato e di una tradizione da cui è difficile divincolarsi, ma anche un posto accogliente da cui trovare la forza per liberarsi.

Un mondo fragile: una scena del film di César Augusto Acevedo

L'oppressione, dentro cui lo splendido Un mondo fragile è rinchiuso, segue la fatica quotidiana dei corteros colombiani, lavoratori sfruttati nei campi di canne da zucchero, abitatori di un'epoca sospesa nel tempo che ne castra i sogni e ne violenta la dignità. In questo tornado malato di cenere, il giovane César Augusto Acevedo segue i passi dell'anziano Alfonso, di ritorno a casa dopo diciassette anni lontani dalla sua famiglia. Ad attenderlo una moglie piena di rancore, un figlio malato e un nipotino a cui insegnare qualcosa.

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Un mondo fragile: Haimer Leal in una scena del film

Eroismo rurale

Un mondo fragile: Marleyda Soto in una scena del film

Resistere, lottare, non arrendersi e sperare in un riscatto. La quotidianità della gente raccontata da Acevedo è fatta di questo; un motivo valido per trovare in loro una scintilla di eroismo. Il regista, ospitato nel Padiglione Colombia all'interno di Expo 2015, ha svelato la necessità di un film che nasce da una storia personale, ovvero la perdita dei genitori, avendo però bisogno di personaggi che lo aiutassero a trovare il giusto distacco per raccontare qualcosa di più universale. "Sono partito da un vuoto tutto mio per poi mettere al centro del film un desiderio di riscatto. Familiare e poi colletivo. Ho voluto dare spazio ad una cultura popolare invisibile al cinema, che deve sopravvivere nella nostra memoria, anche perché troppo spesso noi colombiani veniamo rappresentati in maniera stereotipata dai film americani, come delinquenti e spacciatori. Per tutti questi motivi credo che Un mondo fragile sia scaturito da una mia esigenza molto radicata". E sono proprio le radici il tema di fondo di un film che vive di contrasti ambientali, comuni al microcosmo familiare e al macrocosmo sociale. Mentre una famiglia si ricompone tra vecchi rancori, una malattia in corso e la speranza di un futuro (incarnata dal piccolo Manuel), la campagna colombiana ammalia e allontana, affascina e respinge. La terra viene così celebrata con rabbia e amata con forte spirito di denuncia, raccontata con pochi, scarni dialoghi; vissuta attraverso i visi segnati e gli sguardi di attori non professionisti prestati al disincanto.

L'amaro dello zucchero

Un mondo fragile: un'immagine del film

In Colombia non esistono le stagioni, il metro fondamentale per la vita contadina. Così, Acevedo sembra voler sottolineare il tempo immobile e di una nazione suddivisa in cinque strati termici, che cambiano a seconda delle altitudini. Come se vivere in quel luogo sia una questione di salite e discese. In questa visione livellata della vita, l'autore parte dal gradino più basso, una situazione di svantaggio dalla quale liberarsi, esponendosi al sacrificio. Il distacco dal ricordo familiare, dalla casa e la vita di sempre è il passo doveroso per sfuggire alla nube di cenere mortifera che circonda la loro fattoria. Dalla cenere emerge un grande albero secolare, di cui il regista venera le radici pur soffermandosi sul viaggio dei rami. Radici e rami. Il nonno e il nipote. Sono loro due il centro del racconto, con il primo a rappresentare una generazione piegata, costretta a vivere a capo chino, con il terreno tra le mani, e il secondo educato alla speranza, ad alzare lo sguardo verso uccellini e aquiloni. Il tutto rappresentato attraverso un meraviglioso affresco pittorico ("mi sono ispirato a pittori come Millet e Wyeth" ha dichiarato Acevedo), una carrellata graduale dove si alternano inquadrature a cui manca solo la cornice. Seguendo un ritmo dilatato, campi lunghi, con i personaggi sempre ben calati in un paesaggio accogliente, e carrellate morbide de-scrivono una poesia dolente sporca di fango.

Arrivare al nucleo

Un mondo fragile: Haimer Leal in un'inquadratura tratta dal film diretto da César Augusto Acevedo

È curioso notare come una piccola produzione colombiana parta dagli stessi presupposti di un blockbuster americano. Una fattoria, una famiglia, una terra inospitale tempestata da cenere e polvere. Sembra Interstellar e, come nel film di Christopher Nolan, anche qui la storia, alla fine, si stringe all'interno del nucleo domestico, nell'abbraccio tra una generazione che ha imparato il dolore e una nuova a cui regalare il meglio possibile. Non dovrà stupire però il rinascimento del cinema colombiano, agevolato da una serie di interventi statali ed enti che stanno incentivando l'industria cinematografica e dell'intrattenimento digitale. "Facile immaginare come questo sia un film per certi versi scomodo, girato senza permessi nelle zone dei campi di raccolta. Eppure il supporto economico dello Stato è stato fondamentale per far arrivare questo film in tutto il mondo. La Colombia ribolle di giovani autori che hanno tanto da dire sul proprio paese". Le parole di Acevedo lasciano trasparire il desiderio ardente di un regista che ha esordito con un'opera già matura che, come vuole il regista, "lascia più domande che risposte". Noi ce ne poniamo una: può un film lento essere impetuoso? La risposta bisogna scovarla in una delle diciotto sale italiane che proietteranno questo mondo fragile, raccontato in modo feroce.

Giuseppe Grossi
Redattore
4.0 4.0
Recensione Interstellar (2014)
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