American Honey

2016, Drammatico

American Honey: voglia di partire

Il nuovo lavoro di Andrea Arnold è un potente film di sensazioni, quasi antinarrativo, splendidamente realizzato ma forse privo di quel pizzico di coraggio che l'avrebbe reso indimenticabile.

American Honey

2016 – Drammatico
4.0 4.0

Star ha diciotto anni, lunghi dreadlocks, una splendida pelle tra l'ambra e il cioccolato, occhi grandi e curiosi, un profilo delicato e quasi infantile. Il suo corpo è atletico, scattante, ma anche sensibile e sensuale. Andrea Arnold si attacca subito a quel corpo e ci chiede di fare lo stesso: è attraverso quel corpo che vivremo l'esperienza sensoriale che ci attende con American Honey.

American Honey: Sasha Lane in una scena del film

Vive nella provincia texana con il repellente patrigno e i due fratellini di cui praticamente si occupa da sola. Un giorno, l'incontro casuale con una compagnia di giovani, e soprattutto con lo scatenato e carismatico Jake la convince a sfuggire a quella fetida trappola. Lasciati i bambini alla loro madre non senza una certa fatica, la ragazza spicca il volo verso l'ignoto: un pulmino pieno di coetanei, un lavoro per guadagnare qualche soldo, un ragazzo che le piace e tanta voglia di vivere le esperienze che si confanno ai suoi anni.

I ragazzi stanno bene

Così saliamo a bordo del minivan con cui la giovane ed efficiente imprenditrice Kristal (interpretata da una formidabile Riley Keough, la nipote di un certo Elvis Presley) trasporta suoi impiegati - tutti ragazzi delle classi povere - su e giù per gli Stati Uniti per vendere abbonamenti a riviste. E la cosa che sorprende da subito, e ci accompagna per tutto il film, è la naturalezza di questa immersione in un piccolo e vitale microcosmo, che ci ricorda la straordinaria sintonia della regista britannica con il sentire giovanile già dimostrata con l'acclamato Fish Tank.

American Honey: Sasha Lane e Shia LaBeouf in una scena di gruppo

Con Mia, la protagonista di Fish Tank, Star ha in comune più che la gioventù. Le uniscono una singolare sensibilità che si esprime anche nel contatto con la natura (c'è una sequenza elettrizzante in cui Sasha Lane si trova a tu per tu con un orso), la mancanza di prospettive e il bisogno d'amore. Se Mia cadeva preda delle mire dell'amante di sua madre, per Star c'è un assurdo colpo di fulmine dentro un Walmart sulle note di un celebre brano pop di Rihanna che a questo film calza a pennello (al punto che la Arnold lo usa due volte, senza che la cosa ci arrechi il minimo disturbo).

We found love in a hopeless place

Amore on the road

Sasha Lane in una immagine dal set di American Honey.

Se Sasha Lane, bellissima, magnetica, assorta, è indubbiamente una magnifica scoperta per la Arnold e American Honey, il rilancio di Shia LaBeouf non è un risultato da sottovalutare. Alla sua prova migliore che memoria ricordi, LaBeauf riesce ad essere ad un tempo affascinante e allarmante (proprio come Michael Fassbender in Fish Tank) e a mettere al servizio del suo Jake le ben note idiosincrasie del suo personaggio pubblico. In un film che, in due ore e quaranta minuti di durata, riesce a tenere viva l'attenzione grazie alla sua esuberante vitalità, i momenti in cui Shia condivide la scena con la protagonista sono tra i più intensi e restituiscono la foga, la rabbia, la gioia furtiva di un amore giovane.

Perché il film, dal punto di vista narrativo, non fa molto di più che raccontare frammenti di questo road trip senza una meta e di un amore che è in pezzi prima ancora di sbocciare. Non è una storia, è un percorso durante il quale, nel corpo e nell'anima di Star, raccogliamo tutta la gioia possibile in a hopeless place.

La bellezza nonostante tutto

Quello che differenzia American Honey dai precedenti lavori di Andrea Arnold è la ricerca estetica. Fantastico il lavoro nel montaggio e nel sonoro, ma a sbalordire è soprattutto la fotografia sfolgorante dello scozzese Robbie Ryan. Il formato a 4:3 serve forse a ricordarci che quella che abbiamo davanti è la generazione di Instagram e degli smartphone, ma questo film non è un selfie, anzi questi ragazzi degli smartphone fanno per lo più a meno; probabilmente perché non se li possono permettere, ma forse anche perché non ne sentono il bisogno. American Honey, con il limite forse di non osare più di tanto, di non essere abbastanza provocatorio, non racconta i millennial con la freddezza raggelante di Sofia Coppola di Bling Ring. Non mostra il vuoto cosmico di un party senza fine come Spring Breakers - Una vacanza da sballo di Harmony Korine. Racconta la bellezza nonostante tutto, la speranza abbandonata sul fondo del vaso di Pandora. O nelle braci di un fuoco intorno al quale ballare fino all'alba.

American Honey: voglia di partire
Alessia Starace
Redattore
3.5 3.5
Cannes 2016
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