La casa delle estati lontane

2014, Commedia

La casa delle estati lontane: una storia di speranza nelle sanguinanti terre di Israele

Esordio dolce-amaro quello della regista Shirel Amitai, che sposa un'ambientazione surreale per un ritratto intimo fra dramma e bisogno di pace.

Francesco Bruni
La casa delle estati lontane

2014 – Commedia
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Un ritorno a casa. In cui si ride, si piange, si concilia il tutto ma può anche capitare di sentirsi feriti. Un luogo - alla mercé di una terra tormentata - capace però di risvegliare tanto il meglio quanto il peggio di sé stessi. Nei ricordi di tre sorelle che ritrovano i frammenti della propria infanzia e adolescenza, mentre fuori c'è un intero paese che parla di speranza. Perché sospeso fra dramma interiore e forte desiderio di libertà, La casa delle estati lontane dell'israeliana Shirel Amitay ne trae una lezione tutt'altro che scontata: sublimando la pace dall'interesse del singolo a quello collettivo. Dinanzi all'emergere del dubbio, lungo contrasti famigliari ancora disseminati di fantasmi; o fin su alle proprie radici come nel riaffiorare di antichi dissapori esplosi in millenari conflitti politici.

Le case delle estati lontane: Yael Abecassis, Géraldine Nakache e Judith Chemla sorridenti in un momento del film

Israele, 1995. La pace sembra vicina a concretizzarsi. Quando nella piccola città di Atlit, Cali (Géraldine Nakache) si riunisce alle sue due sorelle, Darel (Yael Abecassis) e Asia (Judith Chemla), per soppesare la vendita della casa ereditata dai compianti genitori. Man mano che i giorni passano, alle incontenibili risate - dove appaiono strani 'convitati' a seminare un'allegra confusione - sopraggiunge l'inevitabile riemergere di insanabili divergenze: il legame con la loro terra si intreccia con quello che nasce dai ricordi, dalle affezioni oramai dimenticate. Ma la Storia preme sul destino, con i suoi inganni e atroci tragedie. Il 4 novembre, a Tel Aviv, ogni buono auspicio viene annientato dall'assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin. Nonostante il serpeggiare dell'odio e dell'inquietudine, le tre sorelle credono ancora di poter costruirsi un futuro migliore.

Una riflessione politica declinata al femminile

Le case delle estati lontane: Yael Abecassis, Géraldine Nakache e Judith Chemla in una scena del film

C'è un senso di doppia lacerazione nell'opera prima della Amitay, una transizione generazionale che la regista tesse fra pubblico e privato, verso un recupero dell'identità che anima il film di una bellezza dolorosa, carica di toccanti implicazioni umane. In ogni gesto, in ogni scontro, in ogni avvenimento fantasmagorico (come il mondo dell'invisibile dentro le 'mura', abitato dagli spiriti e i loro prodighi consigli per affrontare le asperità della vita) si respira l'incombenza del retaggio adulto che la casa di Atlit esprime e simboleggia. Valore, quest'ultimo, messo sempre in discussione dalla situazione politica israeliana-palestinese; nonché dal naufragio drammatico per un popolo costretto a dialogare con il rancore e la guerra nel microcosmo dei propri affetti, tra il desiderio di normalità e un fanatismo sposato dalle frange più estreme. Se non è possibile affermare dunque un comune desiderio di pace, è almeno possibile una riflessione tutta al femminile sulla complessità del mondo in cui viviamo. Intenzioni, pensieri circolanti e su cui la pellicola vuol far riflettere, con più di una tentazione nel fantastico.

Le case delle estati lontane: Yaël Abecassis e Judith Chemla in una scena del film

Dal poetico al desiderio di riconciliazione

Le case delle estati lontane: la regista Shirel Amitay sul set del film

Rendez-vous sospeso nel tempo, spinto a prendere coscienza della possibilità di guardare indietro (alle origini) per andare avanti, è attraverso il realismo magico che La casa delle estati lontane smorza il dramma, ne accresce il disincanto e, infine, rinsalda i legami delle tre sorelle e l'empatia con il suo pubblico. Amitay mette in scena tutto con estrema delicatezza, in un'ironia benevola ma dolce-amara che vede restituire l'importanza della famiglia su un piano più elevato di armonia universale. Grazie anche all'accorata partecipazione delle sue interpreti, ognuna ben caratterizzata e portatrice di un bagaglio di esperienze pronto a deflagrare ai primi accenni di asperità. Senza poi dimenticare il nostrano e irresistibile Pippo Delbono (noto soprattutto agli amanti del teatro), nel ruolo del padre-spettro lunatico e dal cuore d'oro. Piccoli tratti surreali di un'opera sincera e limpida, che - pur a dispetto di un finale sconfinante nell'evitabile cliché morale - conserva tutta l'efficacia del proprio messaggio. Che viene dall'alto, sotto forma di una preghiera d'amore cantata per sancire la fine dei conflitti, delle 'barbarie umane', e magari l'inizio di una pacificazione finalmente tangibile.

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