Il riccio

2009, Commedia

Recensione Il riccio (2009)

L'esordiente Mona Achache dirige un film in cui il rispetto per l'opera letteraria, la sua vicenda e i suoi personaggi, si coniuga con soluzioni cinematografiche che trasmettono la stessa sensibilità e poesia che avevamo imparato ad amare nel best seller della Barbery.

L'eleganza al cinema

Realizzare la trasposizione cinematografica di un libro non è mai cosa facile. Certo, la storia è bella e pronta, ed è già tanto, ma quella storia porta con sé il lascito di migliaia di lettori, che ad essa hanno sovrapposto le proprie immagini, sensazioni, emozioni. Per quanto i contorni di un ambiente possano essere precisi, i personaggi descritti con dovizia di particolari, ogni lettore fa della stessa storia un mondo a parte, suo personale, fatto di echi lontani, desideri inespressi, nostalgie. E' forse proprio questo l'aspetto più bello del leggere, il potersi appropriare di una dimensione che a prima vista non ha niente a che fare con noi, una dimensione poetica, bellissima, che la maestria di qualcuno a noi sconosciuto ha voluto regalarci, invitandoci ad esplorarla, colonizzarla, condividerla. Non si contano gli appassionati di letteratura scontenti delle declinazioni sul grande schermo delle loro opere preferite, come è normale che sia.

Josiane Balasko e Togo Igawa in una scena de Il riccio
Non può non suscitare curiosità, però, l'interpretazione che un "collega lettore" ha dato dello stesso testo che ha fatto emozionare noi, ed è per questo che probabilmente in moltissimi andranno a vedere Il riccio, tratto dal best seller L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, autentico caso letterario dello scorso anno. Difficile sarebbe stato immaginare che la storia della burbera portinaia Reneé e dell'acuta, disillusa dodicenne Paloma avrebbe conquistato una tale platea di lettori. Eppure le esistenze parallele di queste due donne, separate da svariati, lussuosi piani del palazzo altoborghese di cui la prima è custode, pressoché invisibile agli altezzosi abitanti, hanno molto da dire a tutti, anche grazie alla bella prosa, colta e scorrevole al tempo stesso, della scrittrice che le ha immaginate per prima. Veniamo presto a sapere che Paloma, concluso che il proprio destino non potrà sfuggire alla maledizione del privilegio economico, che ha fatto di sua madre una donna perennemente in analisi che parla con le proprie piante e del padre politico l'emblema di una sinistra vacua, di nome ma non di fatto, ha deciso di slegarsi dall'inanità dell'esistenza suicidandosi, in occasione del suo compleanno. Anche Reneé, a suo modo, sfugge alla vita: dietro l'immagine che presenta a tutti, principalmente perché non sarebbero in grado di concepirne un'altra, si nasconde una vorace lettrice e appassionata di cinema, dalla cultura autodidatta ma vastissima, lontana anni luce dallo stereotipo gretto e pettegolo della portinaia. Ad unire queste due anime diversamente sensibili sarà l'incontro con Kakuro Ozu, un distinto giapponese nuovo inquilino dello stabile, a cui l'intelligenza di Reneé e la curiosità di Paloma non passeranno inosservate.

La delicatezza e insieme la profondità con cui sono descritte le relazioni tra i personaggi, attraverso le quali tutti, a loro modo, intraprendono un percorso di apertura e speranza, mantengono sul grande schermo la stessa poesia che avevamo apprezzato al momento della lettura. Mona Achache, qui al suo esordio cinematografico, pennella un affresco vibrante dei mondi prima paralleli, e poi condivisi, di Paloma e Reneé, adattando in maniera convincente gli espedienti letterari non immediatamente utilizzabili su pellicola. Al diario di Paloma, infatti, si sostituiscono la videocamera e i disegni, altrettanto efficaci nel descrivere la sua disillusione, il suo distacco da una famiglia e da una società che giudica estranee, confinate in una boccia per pesci, impermeabili al suo sguardo onesto, senza ipocrisie. La biblioteca di Reneé è proprio come ce l'eravamo immaginata, celata al mondo da una quinta di centrini, pentoloni fumanti di stufato e televisore sempre acceso; un posto reale, vivo, una roccaforte conquistata solo da chi ha compiuto il semplice gesto di guardare oltre il pregiudizio. Anche senza l'ausilio delle parole, quindi, i luoghi e i gesti posseggono una grande forza comunicativa, che sfugge al pericolo della descrizione asettica e traduce, grazie a movimenti di macchina e inquadrature mai banali, lo stesso spirito critico che anima le parole delle protagoniste. Non poteva essere più felice la scelta del cast: Josiane Balasko, attrice e regista francese, spesso impegnata a dare voce alle istanze dei meno appetibili per questa

Josiane Balasko in una scena del film Il riccio
nostra società dell'apparenza, non potrebbe essere più simile a Reneé, nel suo passaggio da "selvaggia" (seppur molto civilizzata, come osserva il signor Ozu) a donna con la propria sensualità anche esteriore, mentre lo sguardo della giovanissima Garance Le Guillermic comunica tutta la disperata intelligenza di Paloma, costretta ad assistere impotente alla superficialità della propria famiglia.

Difficilmente, dunque, chi ha amato il libro potrà non apprezzare questo film, non soltanto per il grande rispetto della vicenda e dei personaggi dimostrato dalla regista e sceneggiatrice, ma anche perché gli inevitabili cambiamenti occorsi nel passaggio al video si inscrivono perfettamente in quell'atmosfera colta ma non supponente, critica ma non distruttiva, che animava i gesti e le intenzioni dei protagonisti.

Recensione Il riccio (2009)
Lucilla Grasselli
Redattore
4.0 4.0
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