My Name is Not Ali

2011, Documentario

Recensione My Name is Not Ali (2011)

Nel documentario di Viola Shafik emerge tutta la natura contraddittoria di El Hedi ben Salem, così come quella del suo compagno Rainer Werner Fassbinder che, a trent'anni dalla morte, ci ricorda come tra il suo cinema e la sua realtà il confine fosse indistinto, perché la vita vera è l'unica che vale la pena di essere raccontata.

L'amore, la morte, la vita

Pochi registi come Rainer Werner Fassbinder hanno lasciato un segno indelebile nella cinematografia europea. Nella sua carriera, cominciata in giovanissima età e finita troppo presto a causa di un'overdose, ma prolifica come poche altre, il regista tedesco ha sempre mischiato vita e arte, proiettando nel lavoro, teatrale e cinematografico, i propri fantasmi, le proprie angosce, le proprie frustrazioni, spesso attraverso le persone che ne erano protagoniste nella sua esistenza di tutti i giorni e che quindi, meglio di chiunque altro, potevano incarnarne la declinazione da dare in pasto al grande pubblico. Esempio più significativo di questo connubio tra realtà e finzione è la figura di El Hedi ben Salem, compagno di Fassbinder per qualche tempo e protagonista di tanti suoi film che, dopo la separazione dal suo mentore, andrà incontro ad una fine altrettanto tragica.

El Hedi ben Salem in una immagine di My Name is Not Ali
Lungi dall'essere la celebrazione di una figura dimenticata, o una summa dai toni definitivi e risoluti di una vita sopra le righe ma a suo modo esemplare, il lavoro di Viola Shafik non dà risposte, non offre certezze o assoluzioni. La regista si muove su due binari paralleli: quello della cosiddetta "factory" di Fassbinder, il nocciolo duro dei suoi amici e collaboratori, e quello della famiglia d'origine di Salem. E, sebbene il compagno del regista abbia abbandonato la consorte e i figli nel villaggio natale per trasferirsi in Francia, salvo poi guardarsi indietro solo per portare i due figli maggiori con sé in Germania, indifferente alle proteste della moglie, sono sicuramente le sue conoscenze tedesche a riservagli meno indulgenza. Allo stesso modo, anche della figura di Fassbinder, sebbene riconosciuta da tutti come geniale ed eversiva, e ricordata come una personalità in grado di segnare profondamente la vita di chiunque entrasse nella sua orbita, non vengono messi in secondo piano gli aspetti più gretti, meschini, cattivi.

Una immagine di My Name is Not Ali
Se la vera essenza di un documentario sta nel raccontare la verità, Viola Shafik riesce sicuramente nell'intento. La verità è fatta di bellezza, di grazia, ma anche di incoerenza, di dolore: la verità a volte è insopportabile, ci distrugge, eppure vale sempre la pena di essere ricercata, così come faceva Fassbinder nei suoi film, così come cercava di fare nella propria vita. E la verità ha mille facce, una per chiunque la racconti: e così, dalle parole dei suoi amici, emerge un Fassbinder generoso, disperatamente solo ma con un'insopprimibile voglia di amare, e allo stesso tempo spaventato dall'amore, divorato dal senso di colpa. Lo stesso vale per il suo compagno: gentile, un po' schivo ma sempre disponibile a dare una mano, eppure spesso preda di una disperazione furiosa, specie da ubriaco. E' una figura ambigua, quella di El Hedi ben Salem, di cui, nonostante tutto, ancora poco si riesce a comprendere: prova ne è che ognuno degli intervistati abbia una propria teoria sulle motivazioni del suo arresto, o sulle cause della sua morte. Certo è che il suo sodalizio con Fassbinder non è stato privo di conseguenze: entrambi spiriti inquieti, terrorizzati dalla vita ma caparbiamente decisi ad affrontarla, seppur con i mezzi limitati dell'essere umano, hanno fatto degli errori e ne hanno pagato il prezzo, ma non possono dire di essere rimasti immobili ad aspettare che le soluzioni arrivassero dal cielo.

Non è un film tranquillizzante o edulcorato, questo. Così come lo non erano quelli di Fassbinder che qui, a trent'anni dalla morte e attraverso il filtro di una delle persone a cui è stato più legato, e che forse proprio per questo ha ferito più profondamente, ci ribadisce ancora una volta che non ci sono storie più meritevoli di essere raccontate di quelle vere, che sono le nostre piccolezze, il nostro sentirci inadeguati, a renderci interessanti, a darci un motivo per vivere, per crescere, per lottare, anche senza speranza.

Recensione My Name is Not Ali (2011)
Lucilla Grasselli
Redattore
3.0 3.0
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