Recensione Kinshasa Kids (2012)

Pensato inizialmente come un documentario, il film è una descrizione spietata e realistica, ma piena di energia, della vita di un gruppo di ragazzini di strada che vogliono formare una band.

Kinshasa Social Club

Kinshasa, nel cuore del Congo. Una città in cui le baraccopoli e i quartieri fatti di lamiera convivono con l'industrializzazione di una grande metropoli, in cui la colonizzazione ha diffuso in modo capillare la lingua francese, ma non è riuscita ad eliminare usanze tribali che al contrario sono penetrate a fondo nel tessuto metropolitano. Tra queste, l'abbandono dei bambini considerati "stregati", trentamila ragazzini cacciati dalle loro case e costretti a vivere in strada, andati a ingrossare ulteriormente le file dei senza tetto che abitano i già sovraffollati slum metropolitani. Tra loro, il gruppo di Josè e dei suoi amici, molto legati tra loro, dallo sguardo duro dei ragazzini di strada ma dai sogni ancora vivi, espressioni di un'infanzia che la difficile vita dei bassifondi non è ancora riuscita a scalfire. Non vogliono rassegnarsi a questa vita, Josè e i suoi amici: così, dopo l'incontro con uno strambo musicista e impresario, vera e propria celebrità locale, decidono di formare una band che si esibirà nelle strade di Kinshasa, dando una scossa alla città.

E' una genesi curiosa, quella di Kinshasa Kids, pellicola presentata nell'ambito delle Giornate degli Autori del sessantanovesimo Festival di Venezia: il regista Marc-Henri Wajnberg l'aveva infatti pensata, inizialmente, come un documentario, un resoconto diretto della vita degli shegués (i bambini di strada africani) che allargasse lo sguardo alla cosmopolita realtà di operai, senzatetto, poliziotti corrotti e famiglie che abitano i bassifondi della capitale congolese. Il progetto, tuttavia, si è trasformato radicalmente nel corso della sua genesi: nelle tante storie con cui è venuto a contatto durante le ricerche per il film, Wajnberg ha intravisto la possibilità di un percorso, di una lettura di quelle vicende che passasse per lo strumento della fiction. Lo stile resta in gran parte documentaristico, specie nella parte iniziale del film: la descrizione dell'ambiente abitato ai piccoli protagonisti (tutti autentici bambini di strada di Kinshasa) è priva di mediazioni propriamente cinematografiche, e in un paio di sequenze viene addirittura esplicitata, da parte dei personaggi, la presenza della macchina da presa.
Tuttavia, quello di Wajnberg è un film che si trasforma gradualmente durante i suoi 85 minuti di durata; il documentarismo iniziale, mediato da un approccio quasi neorealistico alla materia trattata, lascia gradualmente il passo alla descrizione di sogni, speranze e aspirazioni dei piccoli protagonisti. C'è squallore e desolazione, nella vita degli slum di Kinshasa, ma anche tanta energia e voglia di fare: una realtà in cui si sovrappongono speranze e delusioni, violenza e dolcezza, vita e morte. Persino i poliziotti corrotti, vittime dello stesso degrado che ha avvolto i giovani protagonisti, non sono dipinti come personaggi del tutto negativi: si fa il poliziotto, come dice uno degli amici di Josè, per poter rubare più facilmente, e quindi sopravvivere. Ma la trasformazione del film è in realtà più radicale: mentre prende corpo il progetto della band e del concerto, la regia muta il suo stile anche visivamente, inanella sequenze musical e persino una sorprendente scena animata.
La sequenza del concerto, in sé, risulta assolutamente trascinante: la città stessa ne viene contagiata, trasfigurata, forse (momentaneamente) rigenerata. I piccoli "stregoni", ripudiati dalle loro stesse famiglie, possono per un po' dimenticare di essere stati considerati tali. Le tante, troppe Kinshasa che popolano la cartina geografica hanno ovviamente bisogno di ben altro che di un concerto: ma quella scossa benefica, data dalla sequenza conclusiva e dal film nel suo complesso, non si dimentica così facilmente. Il cinema, e la musica, in questo caso hanno raggiunto il massimo risultato possibile.

Movieplayer.it

3.0/5