Asghar Farhadi: “Il mio cinema? Una sintesi tra il neorealismo italiano e Hitchcock”

Il regista iraniano Asghar Farhadi ci racconta in un'intervista esclusiva il suo nuovo film, il rapporto con il testo di Arthur Miller e anche le limitazioni che il governo del suo Paese continua ad imporgli nonostante il successo conclamato a livello internazionale.

Al Festival di Cannes, lo sapete, si è soliti incontrare i più grandi cineasti contemporanei. Uno di essi è sicuramente Asghar Farhadi. Dopo About Elly, Una separazione (premio Oscar al miglior film straniero ) e Il passato il regista iraniano torna con un film liberamente ispirato a Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Un'originale "rilettura" ambientata in Iran per evidenziare la violenza che si insinua nelle nostre vite trovando spesso giustificazione nei nostri sensi di colpa. Invitandovi a dare una chance al film di un autore che ha dalla sua un linguaggio peculiare e raffinato, lasciamo che sia lui stesso a convincervi attraverso la semplicità delle sue parole.

The Salesman: il regista Asghar Farhadi e Shahab Hosseini sul set del film

I collegamenti con l'opera di Arthur Miller

Ci spiega come mai ha scelto il testo di Arthur Miller? Ho avuto l'impressione che l'ispirazione sia subentrata in un secondo momento. Sbaglio?

The Salesman: Taraneh Alidoosti in una scena del film

Sì, è andata proprio così. Ho cominciato a scrivere la sceneggiatura incentrata su una coppia, due teatranti, e ad un certo punto ho pensato che quel testo fosse lo stratagemma giusto per approfondire la loro relazione. Ecco perché è nel finale che il riferimento diventa sempre più chiaro.

Come mai ha intitolato il film Il cliente?

È la traduzione in Farsi del titolo dell'opera di Miller e mi piaceva che non avesse connotazioni di genere e che fosse applicabile a quasi tutti i personaggi del film.

Il punto di vista e l'empatia

Il film presenta idee e temi che lei ha già esplorato in precedenza. È importante per lei che ci sia una continuità narrativa tra i suoi lavori?

Alcuni temi, come l'esplorazione delle relazioni umane in rapporto al giudizio altrui, fanno e faranno sempre parte del mio lavoro. Ad accompagnarli inserisco sempre un nuovo aspetto che in questo caso lo sono la violenza e le giustificazioni con cui motiviamo il nostro agire. Da regista sono più interessato all'empatia che si crea tra lo spettatore e i personaggi che non a suggerire il punto di vista da adottare. Affido al pubblico la responsabilità del giudizio.

Perché le premeva approfondire questo argomento?

The Salesman: Taraneh Alidoosti e Shahab Hosseini in un momento teso del film

Quando comincio a scrivere non mi impongo dei temi da affrontare ma lascio che siano i personaggi e le loro storie a suggerirli. Ad ispirarle sono le esperienze di tutti i giorni. Non smetto mai di notare le piccole cose che mi accadono nella mia vita quotidiana. In Iran le persone tendono a nascondersi, i rapporti sono regolati dalla distanza, basti vedere il massiccio uso che facciamo delle tende, come se fossero indispensabili per proteggere la nostra intimità. Anche le nostre case sono costruite in modo da non rendere immediato l'ingresso del visitatore. Solitamente prima c'è un cortile, poi un atrio e poi un lungo corridoio.

Tra limiti e impotenza

Spesso nei suoi film i personaggi fanno un gran parlare di azioni senza mai commetterne alcuna. È la metafora che predilige per definire la nostra società?

Credo che sia la nostra tendenza, come esseri umani, di sederci e fantasticare sul modo in cui agire o affrontare determinate situazioni senza poi trovare la forza o il coraggio di essere migliori di chi ci ha preceduto.

Com'è percepito il suo successo in Europa nel suo Paese?

I miei concittadini sono tutti molto felici e orgogliosi perché si sentono tutti protagonisti del mio cinema. Sono felice che i miei film non rimangano solo un argomento di discussione tra i critici o i cinefili ma che siano condivisi e amati dal pubblico. E' a loro che appartengono. Purtroppo c'è anche una minoranza di integralisti che è infastidita dal mio successo e da chiunque provi a realizzare un film o un evento al di fuori del paese. Queste persone guardano ogni forma d'arte con sospetto e, spesso, come un attacco al regime.

Ha notato dei cambiamenti negli ultimi anni o è sempre soggetto alle stesse limitazioni da parte del regime durante le riprese dei suoi film?

Ogni filmmaker in Iran è costretto a sottostare a dei principi politici e religiosi. Sono ormai abituato ad accettare i limiti imposti dal regime senza sacrificare la mia creatività.

Il cliente: Taraneh Alidoosti e Shahab Hosseini in una scena del film

Ispirazioni e nostalgia

Com'è stato tornare a girare in Iran dopo l'esperienza in Francia con Il passato?

In realtà avrei dovuto girare un altro film all'estero prima di rientrare ma la verità è che avevo molta nostalgia del mio Paese e della crew con cui sono solito lavorare. Quella in Francia è stata una grande opportunità e un vero piacere. Mi hanno accolto tutti con grande entusiasmo e le riprese sono andate meglio di quanto avessi mai potuto immaginare.

Si è sentito cambiato?

Ogni film ti dona nuove competenze, è come se si alzasse sempre un po' di più l'asticella ma allo stesso tempo si percepisce un nuovo inizio. Il primo giorno di riprese mi sento sempre un principiante, insicuro e ansioso. Credo nel valore dell'umiltà. Sul set non bisogna mai dare nulla per scontato.

Nei suoi film continuano ad essere riferimenti al neorealismo italiano e ad Alfred Hitchcock. Dobbiamo a loro il suo amore per il cinema?

Sicuramente nello storytelling dei miei film ci sono echi hitchcockiani ma è il Neorealismo ad aver influenzato maggiormente me e un'intera scuola di filmmaker iraniani. Credo che sia dovuto alle somiglianze con il contesto storico e sociale tra l'Iran e l'Italia di quegli anni.

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