Il tempo dei lupi

2003, Drammatico

Recensione Il tempo dei lupi (2003)

Se il pessimismo estremo di Haneke è quindi chiarissimo, meno limpido è invece il modo in cui il regista arriva al nocciolo della riflessione.

Il tramonto della civiltà

Il cupo affresco di un'umanità derelitta, a cui basta poco per ritornare indietro nel tempo e dimenticare la civiltà: è il quadro dipinto da Michael Haneke nel suo Il tempo dei lupi, pessimistica e oscura riflessione sull'uomo dell'occidente e sulle sue reazioni di fronte all'improvvisa privazione delle ormai scontate comodità quotidiane.

Il film su apre su madre, padre e due figli che, una volta arrivati nella loro casa di campagna, trovano all'interno un'altra famiglia, sconosciuta, armata e in preda al terrore. Morto il marito, Anna (Isabelle Huppert) inizia con i suoi due figli una vera e propria odissea in un territorio che appare devastato a causa di un misterioso disastro. Linee di comunicazione e trasporti sono interrotti, ma mancano progressivamente anche i cibi di prima necessità e perfino l'acqua.

Oltre ai protagonisti del film, anche gli spettatori navigano nel buio riguardo la calamità che ha scatenato tutto. Non è mai dato sapere quale è stato l'evento che ha provocato una mezza apocalisse, Haneke non lo svela mai perché in realtà non è questo che gli interessa. Al regista austriaco interessano semplicemente le conseguenze dell'evento, l'uomo messo al centro di qualcosa di più grande di lui, e che messo alle strette si fa piccolo, meschino, rispolverando la belva che riposava in lui, addormentata dai lussi e dal benessere. Anche l'ancora di salvezza non è ben chiara, ed è rappresentata solamente da un treno che passa ogni tanto e che porta chissà dove. Comunque lontano da lì, da quella situazione "primitiva", dove è bastato un attimo per ritornare all'epoca dei clan e dei baratti.

Se il pessimismo estremo di Haneke è quindi chiarissimo, meno limpido è invece il modo in cui il regista arriva al nocciolo della riflessione. Il lentissimo indugiare su determinate scene e l'immobilità delle immagini, se all'inizio servono a entrare nel clima ansiogeno della situazione e a far scendere una cappa sull'anima, alla lunga hanno purtroppo il potere di annoiare lo spettatore, che deve già fare i conti con infiniti silenzi e lunghe fasi di buio assoluto nelle scene girate senza alcuna luce. Uno stile asciutto fino all'estremo, privo di colonna sonora, che dopo il fascino iniziale finisce però per stancare. Uno stile insomma nel quale Haneke ha forse esagerato, lasciando invece perdere una maggior caratterizzazione di alcuni personaggi, che restano solo abbozzati. Seppur non del tutto convincente, Il tempo dei lupi è comunque un'opera scomoda, che fa riflettere, e che nel finale non chiude tutte le porte, nemmeno a questa umanità ridotta allo stato brado.

Recensione Il tempo dei lupi (2003)
Antonello Rodio
Redattore
3.0 3.0
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