Lost in Translation - L'amore tradotto

2003, Drammatico

Recensione Lost in Translation - L'amore tradotto (2003)

Sofia Coppola sceglie di non (s)cadere nello scontato, facendo sì che l'amore fra i suoi personaggi non si consumi nella maniera più ovvia, tenendoli invece continuamente sospesi sul filo del "se". Ecco finalmente una confutazione del mito del "carpe diem".

Il confine fra Amore e Amicizia

Occhio alla primissima inquadratura: il significato metaforico di tutto il film è già lì, in quel primo piano indegno di un bel paio di mutande rosa, trasparenti quanto basta. E questo è in fondo Lost in translation - L'amore tradotto: un'avventura rosa mai idealizzata, bensì con i piedi fissi a terra, piedi che corrono su un binario parallelo a quello della storia d'amore, senza mai incontrarlo davvero. Perché il film parla di niente di più che un'affettuosa amicizia: i due protagonisti s'innamorano (ma forse è troppo) durante un viaggio e vorrebbero che quei giorni fantastici durassero in eterno... chi è che non ha mai provato una sensazione del genere in vita sua?! E come ogni vera storia che si rispetti, l'idillio è destinato ad infrangersi contro la cruda realtà: lui deve ripartire; e lei non è abbastanza convinta per fermarlo, anche se vorrebbe tanto. E di quell'amore mai coronato le rimarrà soltanto un ricordo, un bellissimo ricordo scolpito nella goccia di una lacrima.

Tutto ciò se ci pensate è molto verosimile, anche perché Bob è un attore famoso over quaranta, mentre Charlotte una filosofa disoccupata poco più che ventenne. Ma allora cosa li accomuna? Intanto Tokyo, quest'immensa città paradossalmente occidentale, la metropoli dei grattacieli quanto della tecnologia più stupefacente. A dir poco affascinante la scena girata nella sala giochi: non c'è un solo spettatore che riesce a resistere alla tentazione di valicare lo schermo, almeno per un attimo, giusto il tempo per una fugace partitina. Oltre alla città, che pullula di nani dalla lingua incomprensibile, altro punto concentrico dei due protagonisti è la delusione di un matrimonio ormai insoddisfacente; se c'è un messaggio che la regista Sofia Coppola sembra lanciare, ebbene, è che il matrimonio è la tomba dell'amore. E che il mondo dello spettacolo è fumo agli occhi senza felicità, aggiungo io. Tant'è vero che il divertimento, quello puramente genuino, quello che ti assale dopo una corsa ubriaca fra le macchine o dopo una cantata stonata al karaoke, arriva solo quando l'altra metà ufficiale è lontana mille miglia. Eppure il solo pensiero della fede al dito si fa inibizione continua, invalicabile ostacolo, letale impedimento: Sofia Coppola sceglie di non cadere nello scontato, facendo sì che l'amore fra i suoi personaggi non si consumi nella maniera più ovvia, tenendoli invece continuamente sospesi sul filo del "se".

Ottima l'interpretazione dell'indimenticabile protagonista di Ghostbusters - Acchiappafantasmi o, più recentemente, Ricomincio da capo, Bill Murray, tanto espressivo quanto, paragone fulmineo, il Jack Nicholson di A proposito di Schmidt. Se la cava anche Scarlett Johansson, dalle gambe perennemente scoperte e dalle labbra così pronunciate, benché certo non sfavilli d'una luce spettacolare. Una sorte, questa, che l'attrice condivide tutto sommato con l'intera pellicola, che a parte vari spunti di esilarante comicità, non riesce proprio ad entrare nell'irraggiungibile elite dei "grandi films". Diciamo piuttosto che Lost in translation (la cui traduzione italiana è chiaramente da bocciare!) è un gradevole diversivo, deludente se si pensa alla firma di regista e produttori esecutivi (insomma, dalla figlia di Francis Ford Coppola nonché moglie di Spike Jonze ci si aspettava di più!), rinfrancante per il suggestivo panorama della metropoli giapponese. E per il whisky.

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