JFK - un caso ancora aperto

1991, Drammatico

Recensione JFK - un caso ancora aperto (1991)

Il regista ridicolizza la teoria dell'assassino solitario e rende evidente l'esistenza di un complotto dimostrando, fotogramma dopo fotogramma, la labilità di qualsiasi verità ufficiale.

Il complotto che sconvolse l'America

Dallas, 22 novembre 1963. Il presidente degli Stati Uniti viene ucciso in un attentato. Ventisette anni dopo Oliver Stone decide di ricostruire l'evento storico che, più di tutti, ha colpito il popolo americano nel suo cuore pulsante, nella speranza di contribuire alla riapertura del caso o, comunque, di risvegliare la coscienza della nazione sopita ormai da anni. Nella sua ricostruzione, Stone sceglie di sposare la tesi di Jim Garrison, procuratore di New Orleans all'epoca dei fatti, basandosi sul suo libro JFK - Sulle tracce degli assassini e sull'inchiesta che Garrison riuscì a montare faticosamente portando in tribunale alcuni uomini d'affari sospettati di connivenza con la CIA.
Film inchiesta (a tesi) sull'assassinio Kennedy, perfetto nella costruzione, attento ai più minimi particolari. Stone illustra la tesi del complotto e la documenta con uno stile documentaristico perfetto per l'occasione, circondato da un cast stellare di ottimi attori e comparse eccellenti (Gary Oldman, Jack Lemmon, Walter Matthau, Kevin Bacon, Tommy Lee Jones, Joe Pesci, e molti altri) tra i quali spicca il protagonista Kevin Costner nei panni del procuratore. L'interpretazione asciutta ed essenziale di Costner di un uomo tutto d'un pezzo, che decide di affrontare il caso prendendo di petto CIA, governo e servizi segreti, e paga sulla propria pelle le conseguenze dell'indagine, dona al personaggio spessore emotivo e credibilità, anche se in un paio di occasioni gli vengono messe in bocca battute un po' troppo forzate.

Film "difficile" per definizione per l'argomento trattato, JFK - un caso ancora aperto dura tre ore durante le quali lo spettatore viene bombardato da una enorme quantità di informazioni, nomi ed effetti sonori costringendolo ad mantenere la soglia dell'attenzione molto alta per tutta la durata della pellicola. La bravura del regista è sorprendente nel non annoiarci mai, lo stile asciutto ed elegante è subordinato, infatti, alla costruzione di un gigantesco puzzle composto da ricostruzioni tanto perfette da sembrare vere e materiali d'archivio, testimonianze e perizie, di un'indagine giudiziaria condotta a ritmo vertiginoso grazie anche alla capacità di ricreare lo sgomento, la confusione, il terrore che la morte di Kennedy produsse. Il mito dei Kennedy belli, ricchi, eleganti e progressisti spinge Stone a dipingere tutta la vicenda come un vero e proprio regicidio, un colpo di stato orchestrato da una congiura di stampo shakespeariano, utilizzando talvolta toni eccessivamente enfatici, ma i pochi difetti della pellicola sono quasi completamente offuscati dalla sua compattezza, dallo snodarsi incessante della vicenda e da alcune scene di particolare effetto. Primo fra tutte l'incontro sotto il Lincoln Memorial, a Washington, tra Garrison e il misterioso Mr X (uno splendido Donald Sutherland) che tutto sa e tutto può spiegare del "colpo di Stato" contro Kennedy. O la lunghissima scena finale del processo a Clay (che è un misurato, ambiguo Tommy Lee Jones). Inoltre nell'intreccio drammatico e spettacolare spicca la presenza di documenti autentici particolarmente significativi (come il film in super-8 dell'assassinio girato dal cineamatore Abraham Zapruder, che fu visto dal pubblico per la prima volta in occasione del processo e che conserva intatta la sua dirompente drammaticità) e di ricostruzioni (come la scioccante scena dell'autopsia truccata di Kennedy).

Attraverso la dimostrazione che un singolo cecchino non avrebbe mai potuto sparare tutti i proiettili nei cinque secondi cronometrati nel filmato di Zapruder, Stone riesce a smantellare a colpi di cinema la teoria del Rapporto Warren, che aveva chiuso l'inchiesta dopo aver attribuito tutta la responsabilità dell'omicidio a Lee Harvey Oswald. Il regista ridicolizza la teoria dell'assassino solitario e rende evidente l'esistenza di un complotto dimostrando, fotogramma dopo fotogramma, la labilità di qualsiasi verità ufficiale. Anche la sua versione dei fatti può essere ritenuta altrettanto labile, scatenando in realtà non poche polemiche all'uscita del film, ma quello che realmente conta è il tentativo di ritrovare il senso ed il valore della verità, mediante la ricostruzione, la scomposizione e l'interpretazione di un incubo collettivo.

Recensione JFK - un caso ancora aperto (1991)
Valentina D'Amico
Redattore
4.0 4.0
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