Golden Globe: pro e contro di una notte cinefila e impegnata

Il trionfo di La La Land, Elle e The Night Manager, l'emozionante discorso di Meryl Streep, lo strepitoso siparietto d'apertura di Jimmy Fallon: ecco il nostro bilancio dei Golden Globe 2017.

Come ogni anno, la cerimonia dei Golden Globe - giunta alla 74° edizione - si riconferma un miscuglio di certezze e sorprese, di risate ed emozioni, di celebrazione del meglio (il più delle volte) del cinema e della TV in quella che molti considerano ancora la notte che anticipa gli esiti degli Academy Awards (sebbene i membri votanti dei Globe, i giornalisti della Hollywood Foreign Press Association, non facciano parte dell'Academy, a differenza di chi aderisce a sindacati come lo Screen Actors Guild). Una serata, condotta da Jimmy Fallon, volta ad iniziare il 2017 cinematografico e televisivo con una botta d'allegria dopo un 2016 non proprio roseo (un fatto al quale lo stesso Fallon ha fatto riferimento nel suo monologo iniziale). Come da consuetudine, ecco il nostro bilancio della cerimonia, concentrandoci sui momenti-chiave della serata.

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Apertura danzante

Abituato a fare le cose in grande e all'insegna della risata in quanto attuale conduttore del celeberrimo Tonight Show, Fallon si è dimostrato all'altezza del compito, seppure con una ferocia inferiore rispetto a qualcuno come Ricky Gervais, con svariate frecciatine nei confronti degli ospiti durante il monologo d'apertura (Manchester by the Sea è "l'unica cosa del 2016 ad essere più deprimente del 2016 stesso", e la più grande interpretazione di Matt Damon sarebbe stato "quando ha detto a Ben Affleck che gli è piaciuto Batman v Superman: Dawn of Justice"). Ma il vero momento forte è stato il prologo preregistrato, un omaggio alla sequenza d'apertura di La La Land con la partecipazione di vari rappresentanti dei film e delle serie candidate, da Amy Adams a Sarah Paulson passando per Kit Harington - che ha parodiato la resurrezione di Jon Snow - e il cast di Stranger Things, che si è dato a un numero di rap contenente una piccola rivelazione sulla serie: "Barb is still alive!". La seconda parte del video, che scimmiotta la canzone City of Stars, ha invece puntato sulla consolidata complicità bromantica tra il comico e Justin Timberlake (con l'aggiunta di un cameo di Tina Fey che strizza l'occhio ad un'amicizia ormai ventennale), per un totale di cinque minuti da rivedere più volte per scovare tutti i rimandi nascosti.

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Premi politicamente corretti

Moonlight:una delle primissime immagini disponibili del film

Nel suddetto video d'apertura si è anche ironizzato sulla controversia #OscarsSoWhite, sottolineando il fatto che non tutti candidati fossero bianchi (e a dirlo sono stati Courtney B. Vance e Sterling K. Brown di American Crime Story, la cui prima stagione ha trattato con brutale onestà il tema dei problemi razziali negli Stati Uniti). E forse c'è un eccesso di politically correct dietro almeno uno dei premi principali della serata, quello al pur ottimo Moonlight come miglior film drammatico, a discapito di una concorrenza che includeva Manchester by the Sea (premiato per l'interpretazione di Casey Affleck) e La battaglia di Hacksaw Ridge (presumibilmente snobbato a causa dell'alone di controversia che ancora circonda il suo regista Mel Gibson), mentre non ci pronunciamo su Viola Davis, premiata per Barriere, dato che il film non è ancora arrivato in Europa.

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In ambito televisivo, il doppio riconoscimento ad Atlanta - miglior serie comica e miglior attore per il creatore/protagonista Donald Glover - conferma l'abitudine della Hollywood Foreign Press a premiare le novità, sfruttando anche l'occasione per ricompensare una serie attenta al punto di vista afroamericano, così come Black-ish (miglior attrice in una serie comica per Tracee Ellis Ross) e la già citata prima stagione di American Crime Story, premiata come miglior miniserie e per la performance di Sarah Paulson (la quale, come predetto da Fallon, non ha ringraziato O.J. Simpson). L'Academy avrà preso appunti? La risposta tra qualche settimana...

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God save the Queen!

The Crown: l'attrice Claire Foy in una foto della serie

Esattamente dieci anni fa Helen Mirren si portò a casa un Golden Globe - e successivamente un Oscar - per la sua interpretazione nei panni della regina Elisabetta II in The Queen, scritto da quel Peter Morgan che è ritornato ad esplorare la vita della monarca britannica con The Crown, l'ambiziosa ed acclamata serie di Netflix che ha conquistato due riconoscimenti, come miglior programma drammatico e per la migliore attrice, Claire Foy. È invece rimasto a bocca asciutta il bravissimo John Lithgow (interprete di Winston Churchill), sconfitto da Hugh Laurie, il carismatico antagonista di The Night Manager (miniserie premiata anche per le interpretazioni di Tom Hiddleston e Olivia Colman). Quello di The Crown è, insieme al Billy Bob Thornton di Goliath (una produzione Amazon), l'unico riconoscimento allo streaming in una serata che, a livello di premi televisivi, ha ribadito la forza dei network tradizionali o tutt'al più basic cable (quattro Globe per FX, uno per ABC e tre per AMC/BBC).

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Elle a gagné!

Isabelle Huppert ai Golden Globes 2017 con Paul Verh

Mentre l'Academy, o meglio il comitato che sceglie i candidati finali per la categoria del film in lingua straniera, ha già escluso dai giochi il provocatorio, ipnotico e sorprendente lungometraggio di Paul Verhoeven, la Hollywood Foreign Press lo ha premiato in ben due categorie: quella del film straniero (nonostante la presenza di Neruda di Pablo Larrain) e, a sorpresa, quella della miglior attrice.
Non sappiamo ancora se un fenomeno simile sarà replicato in sede di Oscar (i membri votanti, come già detto, sono diversi), ma è stata una grande soddisfazione vedere premiata in ambito americano un'interprete internazionale del calibro di Isabelle Huppert, visibilmente stupita ma al contempo felice, una reazione comprensibile se si pensa alla genesi travagliata del progetto (doveva essere girato negli USA, ma nessun'attrice dal peso giusto in termini di fama era disposta ad interpretare la protagonista).

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City of Globes

Ci si aspettava che La La Land vincesse almeno due o tre premi, su tutti quelli per la musica e la canzone, ma l'opera seconda di Damien Chazelle ha superato ogni aspettativa portandosi a casa tutti e sette i riconoscimenti per cui era candidato (un record inedito): miglior film musical o comico, miglior attore (Ryan Gosling), miglior attrice (Emma Stone, già premiata a Venezia e favoritissima per gli Oscar), miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior colonna sonora e miglior brano originale. Gosling ha ironizzato sulla propria vittoria sostenendo che i membri votanti l'avessero scambiato per Ryan Reynolds (candidato per Deadpool), mentre la Stone ha dedicato il suo trionfo a tutti coloro che non si arrendono dinanzi alle difficoltà. Un en plein meritatissimo per un film squisitamente cinefilo che riconcilia con la gioia di entrare nelle sale oscure.

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Meryl vs. Trump

Premiata con un riconoscimento per la carriera, il Cecil B. DeMille Award, l'attrice americana è stata al centro del momento più discusso della serata. Pur avendo perso la voce prima della cerimonia, la protagonista de La scelta di Sophie ha conquistato l'applauso della sala criticando il neo-presidente Donald Trump, e più precisamente il suo atteggiamento nei confronti della stampa (oltre all'episodio citato dalla Streep, con Trump che si è preso gioco dei problemi fisici di un giornalista disabile, il magnate newyorkese ha anche cercato di impedire a certe testate, tra cui il Washington Post, di accedere ai suoi comizi, e ha dichiarato di voler modificare le leggi anti-diffamazione perché sia più facile - per lui - fare causa ai media). Ricordando anche la compianta Carrie Fisher, l'attrice ha invitato tutti i presenti ad impegnarsi affinché la stampa rimanga libera negli anni a venire. "La mancanza di rispetto porta alla mancanza di rispetto, la violenza genera violenza", ha ricordato la Streep, sottolineando quanto il futuro possa essere potenzialmente cupo.

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