Due fratelli

2004, Avventura

Recensione Due fratelli (2004)

"Tutte le loro espressioni sullo schermo sono assolutamente autentiche, naturali. Niente effetti speciali o computer: ciò che appare sulla pellicola è ciò che io ho girato con la mia macchina da presa". (J.Jacques Annaud, regista).

Fratelli di sangue

Jean-Jacques Annaud torna alle atmosfere e allo spirito de L'orso per questo film che unisce due delle passioni viscerali del regista: l'amore per la natura, per gli animali in particolare, e la fascinazione per il mondo orientale, già ritratto in L'amante e Sette anni in Tibet.

L'Indocina del 1920, dominata dai francesi, è il teatro della storia di due cuccioli di tigre, Kumal e Sangha, opposti per carattere e propensione all'azione (Kumal non ha timori reverenziali mentre Sangha è più insicura e indifesa), i cui destini si uniranno indelebilmente a quello di Aidan McRory (Guy Pearce), scrittore ma soprattutto avventuriero senza molti scrupoli, dedito alla caccia e al trafugamento dai templi di preziose statue. I suoi uomini uccidono il padre dei piccoli, provocando anche la separazione dei due fratellini.

Mentre Kumal, raccolto da Aidan, finirà nel circo Zerbino, Sangha verrà separato anche dalla madre e crescerà con Raoul (Freddie Highmore, il nuovo bambino prodigio del cinema americano, accanto a Johnny Depp in Neverland - Un sogno per la vita), il figlio del governatore francese di stanza nella colonia (Jean-Claude Dreyfus). Le strade dei due felini sono però destinate ad incrociarsi un anno dopo, in occasione di un combattimento fra animali feroci organizzato dal governatore in onore di sua Eccellenza, la massima autorità dell'antico regime del paese, per convincerlo ad approvare "la strada dei templi", un progetto che renderebbe comunicanti i villaggi isolati, a discapito però dell'ecosistema naturale.

Permeato da una filosofia profondamente ambientalista (la pellicola, non a caso, è stata adottata e sostenuta dal WWF, per ricordare agli spettatori che anche la tigre -purtroppo- rischia l'estinzione, con soli 7000 esemplari al mondo sopravvissuti) e strutturato sul punto di vista privilegiato degli animali, Due fratelli è un atto di accusa contro la grettezza, la mancanza di rispetto, la crudeltà della maggioranza degli uomini nei confronti degli animali - emblematiche sono le torture dei proprietari del circo -, ma è anche la prova dell'esistenza di tratti accomunanti tigri ed esseri umani: la forza dei vincoli fraterni e, in generale, familiari; il valore del ricordo e della memoria affettiva che ognuno conserva dentro di sé per tutta la vita.

A questi motivi è intrecciata anche la questione strisciante del colonialismo europeo di marca francese, colta da Annaud in maniera ambivalente: l'arrivismo e il doppio-giochismo contraddistinguono, infatti, sia il sedicente e bugiardo governatore francese sia il capo-villaggio nativo, che non esita a vendere persone, cuccioli e reperti sacri in cambio di denaro. Sua Eccellenza è invece rappresentato come un uomo debole, ma insensibile alle manovre di corruzione del governatore, intrappolato dall'ombra ingombrante del padre e contrario all'uso della violenza come modalità di gestione del potere.

Eccessivamente superficiale nel trattare la dicotomia progresso/tradizione, insita nelle complesse dinamiche del colonialismo, così come la psicologia dei personaggi, Due fratelli è però un solido racconto di avventura per tutta la famiglia, sorprendente per la recitazione delle tigri protagoniste (per i cuccioli si sono alternati diversi esemplari), carismatiche sullo schermo e dotate di una convincente gamma espressiva e corporea.
Praticamente nessun effetto digitale è stato impiegato dal regista di Un nemico alle porte (persino l'interno del tempio è stato interamente ricostruito per il timore di deturpare il reperto storico): l'addestramento e la direzione di Kumal e Sangha sono stati affidati a Thierry Le Portier, già collaboratore di Annaud per L'orso e di Ridley Scott per Il gladiatore, che ha voluto accentuare nel film la diversità dei caratteri e delle personalità di questi splendidi animali, cresciuti in cattività - come i personaggi della pellicola - nella fattoria dello stesso Le Portier.

Recensione Due fratelli (2004)
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