Riflessi di paura

2008, Horror

Recensione Riflessi di paura (2008)

Un ibrido americaneggiante capace di 'frullare' insieme l'azione di una puntata di 24, la tensione de L'Esorcista e i risvolti intimisti e psicologici in stile Shyamalan.

Dietro lo specchio

Ben Carson (Kiefer Sutherland) è un ex detective con gravi problemi di alcolismo. Dopo l'allontanamento dalla polizia e la separazione da moglie e figli sta cercando faticosamente di ritrovare il bandolo della matassa. In attesa di un nuovo lavoro che lo aiuti in questo recupero è costretto a vivere a casa di sua sorella, che è ben felice di ospitarlo sul suo divano ma visibilmente preoccupata per lui. A distanza di un anno però qualcosa comincia a muoversi perché per cause del tutto da accertare si è appena liberato un posto come guardiano notturno in un ex-centro commerciale andato in fiamme anni prima, un grosso edificio abbandonato e fatiscente che solo a guardarlo fa venire i brividi. Il precedente guardiano sembra svanito nel nulla ma ben presto Ben scoprirà la verità: ad uccidere l'uomo sono stati gli specchi che tappezzano le pareti del grande magazzino, dentro i quali sembrano essere imprigionate oscure forze del male, anime in cerca di vendetta pronte ad uccidere a risucchiare chiunque si metta contro di loro...

Il lupo perde il pelo e stavolta, purtroppo, anche il vizio: Alexandre Aja, regista orrorifico francese celebre per il low budget Alta tensione e per lo spasmodico remake de Le colline hanno gli occhi di Craven, distintosi per la sua vena gore e il suo spiccatissimo senso estetico nel raccontare il delirio della violenza in ogni sua forma, arriva qui al suo secondo film hollywoodiano facendo un netto quanto inatteso passo indietro. Ripercorrendo assai poco fedelmente la trama di Geoul sokeuro - Into The Mirror (un piccolo ma brillante film sudcoreano arrivato in Italia solo in DVD, che ci sentiamo di consigliare a tutti gli appassionati) Aja esagera ancora, ma stavolta solo sulla carta, in fase di scrittura più che nella cifra stilistica. Insieme al suo inseparabile collega Lavasseur rielabora la sceneggiatura originale in modo del tutto sconclusionato, rimpinzando l'idea di partenza del centro commerciale distrutto e poi ricostruito e delle anime imprigionate negli specchi (quella del film di Sung-ho Kim) con una serie di archibugi narrativi e sottotrame aggrovigliate che confondo lo spettatore e vagano senza meta tra il thriller psicologico, l'horror demoniaco, l'action poliziesco e chi ne ha più ne metta.

Scordatevi i fiumi di sangue, le teste mozzate e quella sua affascinante seppur raccapricciante

Paula Patton in una scena del film Riflessi di paura
rappresentazione della violenza, ai limiti del pornografico: in una New York dai due volti, scintillante di giorno e maledettamente funesta di notte, seguiamo la vicenda personale e professionale del protagonista (un poco convincente e disorientato Kiefer Sutherland) senza capire quale sia la direzione scelta dal regista né tantomeno la 'soluzione' del mistero al centro della vicenda. Gli specchi dell'edificio uccidono veramente o quel che accade è solo il frutto della mente scossa di Ben Carson? E se uccidono veramente, lo fanno perché dentro di essi è rimasto imprigionato qualcosa di malefico dovuto alle anime dei defunti a causa del misterioso rogo e alle cause che l'hanno generato oppure al passato oscuro dell'edificio che in tempi lontani ospitava una clinica psichiatrica?

I titoli di testa che mostrano la Grande Mela riflessa su se stessa e l'incipit d'impatto piuttosto truculento fanno comparire una smorfia di approvazione sul volto dello spettatore, che col passare dei minuti Riflessi di paura si trasforma presto in un ibrido americaneggiante capace di 'frullare' insieme l'azione di una puntata di 24 (la serie poliziesca che ha reso Sutherland famoso ma anche piuttosto statico), la tensione de L'esorcista e i risvolti intimisti e psicologici in stile Shyamalan. Niente più inquietanti angolazioni nelle inquadrature, poca voglia di osare, mancanza di convinzione e soprattutto di coraggio. Dispiace vedere come un talento così brillantemente efficace si riduca già dopo il terzo film al nulla cosmico e rimanga attanagliato in inutili e sempre meno significative rivisitazioni di idee altrui.
Cosa salviamo? Il finale (lo stesso del film originale sudcoreano) - che però nella versione 'stravolta' della storia non ha molto senso se non quello di impressionare gli spettatori con un ultimo, forse l'unico, ben realizzato colpo di scena - e la sola sequenza che merita di essere citata, quella che vede protagonista la povera Amy Smart. Rimarrete letteralmente a bocca aperta...

Recensione Riflessi di paura (2008)
Luciana Morelli
Redattore
2.0 2.0
Privacy Policy