La maschera del demonio

1960, Horror

Recensione La maschera del demonio (1960)

Una strega torna dal passato per vendicarsi. Un regista italiano di buone speranze giunge, finalmente, al suo esordio cinematografico, con un classico che fa gettare la maschera al cinema italiano d'epoca.

Vincenzo Carlini

Dietro la maschera dell'horror all'italiana

Il vero capostipite dell'horror italiano è I vampiri del 1956, girato da Riccardo Freda ma con Mario Bava impiegato prima come direttore della fotografia, e poi, a seguito di un litigio che coinvolse Freda e la produzione, anche come regista. La maschera del demonio di Bava è, però, quella con cui il genere horror raggiunse anche nel Bel Paese una dignità ed un valore non inferiore (ed, almeno in parte, anche superiore) alle coeve produzioni straniere.

Il film d'esordio del regista sanremese ricalca esteriormente le gesta dei film gotici della Hammer e della Universal, ma con una personalità ed uno stile unici ed originali, che negano alla fonte il carattere di puro entertainment. La sceneggiatura è tratta da un racconto di Gogol dal titolo Il Vij e di cui Bava stravolge però il contesto generale: dove in Gogol ci sono ironia, atmosfere quasi surreali e atteggiamenti più fantastici che orrorifici, in La maschera del demonio ci sono crudeltà, ribrezzo e larghe concessioni al macabro. Il maestro italiano immerge la storia in un paganesimo atavico e pieno di conseguenze che, travisando volutamente il racconto gogoliano, lo ammantano di un'aura da gothic novel con tanto di risultanze romantiche (la storia d'amore tra Andrei e Katia) estranee a Il Vij dello scrittore russo. Inoltre il bianco e nero di Bava è illuminato morbidamente, con tinte turgide e lontanissime dai chiaroscuri sovraccarichi dell'Espressionismo. Semmai l'unico vero ed evidente debito nei confronti di un classico del filone succitato, è quello verso il Nosferatu di F.W. Murnau, sia per la famosa scena della carrozza (che Bava, in modo diverso, riprende al ralenti e senza il caratteristico negativo del regista tedesco) e sia per il volto della strega che "fuoriesce" dalla bara (in questo caso un altro riferimento potrebbe essere anche quello ad una scena simile del Vampyr di Carl Theodor Dreyer). Le immissioni più orripilanti sono, in ogni caso, di marca tipicamente baviana.

Altro merito del film di Bava è quello di aver trasformato un'attrice praticamente sconosciuta come Barbara Steele (nei titoli di testa il cognome è indicato erroneamente come Steel), in una vera icona del cinema alternativo, grazie al suo volto quasi squadrato, dai lineamenti asimmetrici ma dall'immenso e insondabile fascino. Di straordinaria suggestione è, in particolar modo, l'"apparizione" dell'attrice inglese che in lontananza, nella veste di Katia Vajda, tiene alcuni alani al guinzaglio come una seducente sentinella a guardia dell'inferno. Il tema del doppio (la Steele ricopre, infatti, anche il ruolo della strega Asa) è sicuramente uno dei più caratteristici del film di Bava, il quale porterà alla perfezione l'ambivalenza dei suoi personaggi in Operazione paura, con una delle sequenze più memorabili della sua intera filmografia. Ma il momento più indicativo del film è sicuramente quello della scena iniziale: la strega viene giustiziata insieme al suo amante. Fiumi di inchiostro sono stati scritti sulla soggettiva della strega, ripresa nel momento esatto in cui il boia posiziona sul suo volto l'infamante e raccapricciante maschera chiodata. A noi non resta che ribadire la grande capacità di Bava nel rappresentare lo spazio diegetico, la cui segmentazione è ridotta al minimo optando, grazie ai carrelli e ai piani-sequenza, ad un suo progressivo ingrossamento (come quando la macchina da presa che, muovendosi febbrilmente all'interno del castello, segnala l'arrivo di Iavutich o, ancora, per le sequenze ambientate nel bosco). Non da meno è la padronanza dei mezzi tecnici in cui il regista italiano non è inferiore a nessuno (splendido è il passaggio dal volto in primo piano della strega alla campana dello strumento a fiato, seguito da uno zoom all'indietro che ci proietta nella baldoria del locale pubblico; altrettanto riuscita è la dissolvenza incrociata con cui il volto di Asa appare dai cerchi concentrici dell'acqua, senza che si noti quasi lo stacco). Più oculato e molto efficace in La maschera del demonio è l'impiego del caratteristico zoom fulminante che nei film successivi diverrà una vera e propria cifra stilistica, fino a divenire, in ultima analisi, un vezzo eccessivamente di maniera nelle prove meno riuscite (poche) del maestro sanremese. E tra queste non c'è sicuramente il film in esame che è da considerarsi di diritto (se c'è bisogno di ribadirlo ancora) uno dei classici dell'horror (internazionale) in bianco e nero di tutti i tempi.

Recensione La maschera del demonio (1960)
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