Dalla speranza di Dunkirk al ritorno del Cavaliere Oscuro: imparare a resistere con Christopher Nolan

Mariti afflitti dal senso di colpa, eroi con la schiena spezzata, padri che vogliono tornare dai loro figli, prestigiatori ossessionati e soldati allo stremo delle forze. Il cinema del regista londinese pullula di personaggi messi alle strette, ma sempre e comunque avvinghiati alla propria, testarda missione di vita.

dunkirk

Volantini che pesano come bombe. Una pioggia di carta pronta a detonare nella mente di un manipolo di soldati assediati, accerchiati, oppressi nonostante il mare prometta profondi respiri lì a pochi passi. Dunkirk si apre con la lenta discesa di tanti opuscoli bellici, fogli che lanciano un messaggio spietato: siete circondati. Sulle coste settentrionali di una Francia piegata da un nemico invisibile, la guerra si pratica anche con la più subdola delle armi: il terrore. Quei volantini pesantissimi non sono figli della propaganda nazista, non esasperano lo stato delle cose per puro sensazionalismo, ma contengono solo e soltanto la scarna verità. Christopher Nolan ci promette un assedio, e assedio sarà. Apre il suo decimo film con una minaccia e minaccerà tutti per 107 minuti. Questa volta, però, nessuna struttura complessa, nessuna architettura narrativa ardita. Nolan asciuga il suo cinema con un film impregnato di acqua e tensione, fa della guerra un'occasione per cambiare bersaglio, e sposta il suo mirino dal cervello alla pancia. E ai polmoni. Niente fronzoli, nessun enigma. Questa è la guerra: vera, cruda, soffocante. Dunkirk è esperienza bellica pura, asfissiante ed elementare. Elementare nel suo essere spietata e secca. Elementare perché scissa su tre piani: l'aria, la terra e l'acqua. Severo e impietoso, Nolan ti avvinghia alla poltrona, ti fa sudare, ti fa ingoiare sabbia umida, ti opprime e ti invita senza gentilezza in un vortice di ansia e claustrofobia. Il tutto scandito da un sonoro assordante e perenne, dove le note sembrano allarmi, suonano come lamiera perforata da proiettili e ticchettano come una bomba pronta ad esplodere. In mezzo a tutto questo ci sono gli uomini. Uomini che si attaccano alla vita come la schiuma del mare sui bagnasciuga durante le basse maree. Uomini mai personaggi, perché non hanno il tempo per diventarlo.

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Dunkirk: i soldati sotto il fuoco nemico

Solo e soltanto persone a cui bastano pochi sguardi per dire tutto. E l'umanità di Dunkirk è paradossale. Da una parte soldati stanchi di combattere, svuotati, traumatizzati, dall'altra persone normali con una vocazione eroica spontanea, empatica, solidale. Resistere e seppellire. Sopravvivere o morire, ma sperare sempre e comunque. Ed è proprio la speranza l'unico "trucco" di Dunkirk. Perché la casa dei soldati è lì, a portata di vista, appena oltre la Manica.

Dunkirk: Tom Hardy in una scena del film

Nolan suggerisce che la speranza può essere un inganno beffardo, un'arma a doppio taglio. Quella che ti tiene in vita o quella che ti logora poco alla volta. Quella che ti riempie e poi ti svuota. In ogni caso Dunkirk è una lezione di resistenza e di attaccamento alla vita di rara forza e umanità, un tema assai caro al regista londinese che ha fatto del suo cinema una palestra di uomini legati alla propria missione, spesso semplice ma per niente facile: tornare a casa. Ancora una volta. Sembra davvero la fissazione testarda di Christopher Nolan. Ci hanno provato i ricordi dolorosi di Memento, ci sono riusciti un illusionista con un ultimo prestigio, un padre disperso dentro un sogno, un eroe oscuro con la schiena spezzata, un astronauta capace di riabbracciare sua figlia. Adesso ci provano i soldati. Noi, invece, proveremo a delineare questo cinema della resistenza firmato da Christopher Nolan. Un cinema abitato da personaggi attaccati a sogni, fissazioni e principi, mossi dall'amore, dall'ossessione, dalla paura e dal coraggio. Un cinema potente, capace di assediare cuore e cervello con una minaccia: siete circondati. E noi, questa volta, ci arrendiamo volentieri.

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In memoria di una trottola

Memento: Guy Pearce

Resistere, insistere, non demordere mai. La tempra dei personaggi nolaniani è una forza incessante e inscalfibile. L'attaccamento morboso al proprio obiettivo permea ogni loro azione e alimenta le loro motivazioni come la neve fa con le valanghe. In questa nostra panoramica dedicata all'ostinazione nel cinema di Nolan, abbiamo individuato tre tipologie di "missione"; la prima è quella puramente personale, vissuta da uomini afflitti ma non arresi, pronti a tutto, persino a perdersi pur di trovare la via. È quello che succede sia a Lenny in Memento che a Cobb in Inception, due personaggi scalfiti dallo stesso lutto (la perdita della moglie) e schiacciati dal peso di ricordi dolorosi che non vanno via nonostante una profonda amnesia. "Non riesco a ricordare di dimenticarti" ammette Lenny, colui che perde di continuo la sua memoria a breve termine, ma ma non il desiderio di vendetta e di giustizia, indelebile come uno dei suoi tanti tatuaggi. Memento, thriller al contrario che ci fa vivere lo stesso stato confusionale di un protagonista frammentato, ci racconta della ricerca estenuante di un colpevole.

Leonardo DiCaprio e Marion Cotillard nel film Inception

Il suo nome è John G. e le lettere che lo compongono sono lì in bella vista, incise sul petto di Lenny e soprattutto nella sua ferrea volontà di trovarlo e ucciderlo. Se Memento segue l'indagine di un vedovo disperato, Inception è, in fondo, la storia di un padre che vuole soltanto rivedere i suoi figli. A tutti costi. È un viaggio negli abissi del dolore, in bilico tra realtà e dimensione onirica, un'avventura cerebrale e criptica giocata su più livelli dove Cobb rischia persino di smarrirsi dentro il suo stesso labirinto. Eppure, il fine di ogni suo gesto è solo uno: vedere i suoi due bambini giocare in giardino, alzare la testa e correre di nuovo verso il loro papà. E non è un caso, quindi, che queste due missioni ostinate puramente personali siano "ambientate" dentro dimensioni intime come la memoria e il sogno.

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Qual è il parassita più resistente? Un'idea!

L'ossessione, il duello, il prestigio

Hugh Jackman e Christian Bale in una scena del film 'The Prestige'

Seneca disse che "senza un avversario la virtù marcisce". Il saggio monito del filosofo romano deve aver viaggiato per secoli, attraversato il tempo ed essere giunto all'orecchio di due abili prestigiatori della Londra vittoriana. Infatti, stando alla nostra tesi che vede nel cinema di Nolan un crocevia di uomini avvinghiati ai loro principi, e per questo capaci di resistere strenuamente a tutto, crediamo che The Prestige sia uno dei film che abbia meglio definito il sentimento dell'ossessione. Non c'è il sano piacere dello spettacolo né semplice agonismo nello scontro disperato da Angier e Borden, due illusionisti impegnati in uno gioco al massacro sempre più subdolo, sadico e masochista. Dapprima colleghi, i due prestigiatori cadono in un vortice di antagonismo feroce, invidia e prevaricazione quando Borden causa la morte della moglie di Angier (ancora una volta è la perdita di una moglie a fungere da motore dell'azione). The Prestige è uno dei film più complessi di Nolan, aperto a diverse chiavi di lettura (tra cui una straordinaria riflessione sull'illusione e sul senso dello spettacolo nella società di massa), ma volendo rimanere nello strato più visibile, è un film basato sull'attaccamento ossessivo all'affermazione di sé ai danni di un'altra persona. Quattro anni prima anche Insomnia aveva giocato sul dualismo tra un detective e un assassino, con-fondendo il bene e il male, l'investigatore e il colpevole, ma è in quella fumosa Londra vittoriana a tinte steampunk che Nolan ci ha mostrato l'abisso a cui può condurre l'ambizione più viscerale.

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Perché cadiamo, signore? Per imparare a rimetterci in piedi.

Il cavaliere oscuro e il buco nero

Christian Bale in una scena de Il cavaliere oscuro d Cristopher Nolan

Abbiamo parlato di missioni puramente personali e di duelli, ma c'è una terza dimensione degli eroi nolaniani in cui convivono egoismo e altruismo, percorsi personali e traguardi collettivi. L'epopea del suo Batman e la spedizione spaziale di Interstellar, infatti, conciliano alla perfezione l'affermazione del singolo e la salvezza di città, società, pianeti interi. Come? Ovviamente grazie alla solita, cocciuta perseveranza. Il Bruce Wayne di Christian Bale ha nella risalita il suo movimento-simbolo, un atto che sintetizza alla perfezione la sfida esistenziale di un uomo con il dovere di vincere le proprie paure. Dal pozzo in cui cadde da piccolo alla prigione sotterranea da cui fuggire con un meraviglioso salto "senza corda", il Batman di Nolan vive un percorso minato dalla fobia, dal caos e dal terrore per arrivare a delineare un'icona eroica ombrosa, inquieta, mai sovraesposta, capace persino di addossarsi colpe non sue pur di proteggere simboli più accessibili per gli abitanti di Gotham (Harvey Dent). La resistenza di Bruce Wayne è fisica quando si rimette in piedi (come gli hanno insegnato suo padre e Alfred) dopo il cruento confronto con Bane, è psicologica quando resiste alle tentazioni mortifere del Joker, è politica e morale quando decide di liberarsi della sua stessa icona, separando il simbolo dalla persona.

Interstellar: Matthew McConaughey in una scena con la giovane Mackenzie Foy

Da un uomo che si libera della paura ad un altro che si lega all'amore. Un amore capace di andare al di là di tutto e tutti, persino del tempo e dello spazio. Il legame tra Cooper e sua figlia Murphy è l'unica ancora di salvezza di un viaggio interstellare ai confini dell'ignoto, un viaggio che ha una destinazione ben precisa: salvare l'umanità. Non basteranno sfasamenti temporali, tsunami d'acqua, tradimenti e buchi neri a separare Cooper dalla promessa fatta a sua figlia. Una promessa lunga una sola parola: tornerò. Ecco che Nolan unisce ancora una volta una missione intima ad una globale attraverso una disperata resistenza, o meglio, un atto di fede a cui si affidano entrambi per decenni, sino all'ultimo saluto tra un padre più giovane della sua anziana figlia. Una figlia che ha resistito anni semplicemente perché il suo papà, quando era lei era ancora bambina, le aveva lasciato due regali preziosi prima di andarsene: un orologio e la sua parola.

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