Innamorarsi a Manhattan

2005, Avventura

Recensione Innamorarsi a Manhattan (2005)

I ragazzi sono carini e accattivanti, e la sceneggiatura non manca di humour, citazioni e eco alleniane. Ma questo non basta a salvarci dalla noia.

Cuccioli in amore

Manhattan, New York. La city nella city, teatro di piccoli e grandi drammi e di intense e capricciose storie d'amore cinematografiche: ma il bianco e nero di Woody Allen è tanto distante, e i colori con cui Mark Levin e Jennifer Flackett - sceneggiatori di Wimbledon nonché marito e moglie - scelgono di dipingere Manhattan sono i più insulsi pastello che la tradizione della commedia romantica ricordi. Perché a innamorarsi, qui, sono i bambini, e, per quanto sensibili e bravi a osservare i più piccoli, difficilmente gli adulti sono in grado di ricreare i sentimenti infantile senza calcare la mano con lo zucchero, i proclami d'innocenza e i cuoricini tachicardici.

Gabe è un ragazzino di dieci anni a cui piace schizzare in monopattino per Central Park e girovagare per il quartiere con i suoi buddies - le "donne", per lui, non esistono e se esistono sono un fastidioso contrattempo. Questo fino al momento in cui Rosemary Telesco si presenta a lezione di karate. Cresciuta anche lei nella city, compagna di scuola di Gabe sin dai tempi dell'asilo, a undici anni Rosemary è diventata una delle ragazze più carine dell'istituto. Ma non è solo un bel vedere: è gentile, simpatica, e un vero asso con il karate.
Il giovane eroe è presto vittima del fascino della bella guerriera, ed eccolo improvvisamente proiettato tra beatitudini paradisiache e sofferenze infernali. C'est l'amour, o meglio, c'est un florilegio di stereotipi da moderna rom-com in versione prepuberale, con tanto di genitori separati che si riavvicinano per fronteggiare i turbamenti del pargolo.

I ragazzi sono carini e accattivanti, per carità, e la sceneggiatura - pur insistendo con il voice over, ma vuole essere una eco alleniana - non manca di gustose citazioni e di un certo humour. Ma questo non basta a salvarci dalla noia. D'altronde, il film non ha altre pretese e lo dichiara apertamente; dunque, a chi si rivolge Innamorarsi a Manhattan? Non certo ad un pubblico che i dieci anni non li vede da molto tempo e a cui non basta il primo piano di una bella bambina in slow motion per rivivere le ansie della prima cotta. A volerlo considerare per quel che è, ovvero una modesta commedia familiare, questo piccolo lavoro di Mark Levin si lascia guardare, è inoffensivo come un cucciolo, ma non altrettanto tenero e troppo artificialmente lezioso.

Recensione Innamorarsi a Manhattan (2005)
Alessia Starace
Redattore
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