Sully

2016, Drammatico

Chi è il vero Sully di Clint Eastwood: 'Guardare Tom Hanks è stata un'esperienza extracorporea'

Ospite del Torino Film Festival, il pilota Chesley Sullenberger ha raccontato i retroscena del miracoloso ammaraggio su cui si incentra Sully, il suo rapporto con il regista americano e una vita ormai cambiata per sempre.

La sala conferenze è lunga e stretta. I posti a sedere sono divisi in due file, e quando la rassicurante figura di Chesley Sullenberger fa la sua comparsa, sembra davvero di essere dentro un aereo, nelle mani ferme e sapienti di un eroe che non vuole esserlo affatto. Perché, stando al suo modo di vedere le cose, stando alla sua estrema modestia e al suo radicato senso del dovere, quel fatidico 15 gennaio 2009 lui ha fatto soltanto il suo lavoro. Niente di più. Eppure è difficile non cadere nella facile tentazione di parole come "miracolo" o "eroico", proibitivo non sfociare nel sensazionalismo, impossibile rimanere indifferenti al ricordo di quell'ammaraggio sul fiume Hudson in cui nessuna delle 155 persone a bordo perse la vita.

Il merito è di una disperata ma salvifica manovra operata dal capitano Sullenberger che in pochi secondi si è addossato una responsabilità enorme per poi essere sommerso di gratitudine, affetto e una buona dose di sospetti. Infatti, il gesto estremo del pilota viene messo sotto inchiesta da una commissione intenzionata a capire l'effettiva bontà della sua scelta. Grande intuizione o pericoloso azzardo? È la stessa domanda che si (e ci) pone Clint Eastwood con Sully, dove un umanissimo Tom Hanks indossa la divisa (e i baffi) di Sullenbergh con grande maestria. Il film, rigoroso, toccante, per niente retorico e dotato di un tatto raro, è stato presentato al Torino Film Festival alla presenza del pilota. E non è stato difficile riconoscere nella sua compostezza la stessa integrità ammirata negli occhi lucidi di un intenso Tom Hanks.

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Il comandante Eastwood

Sully: Clint Eastwood sul set del film

Voce ferma, aplomb da uomo d'altri tempi e una spiccata autorevolezza. Quando guardi Chesley Sullenberger, pensi che persino lo stesso Eastwood avrebbe potuto vestirne i panni. Accolto da un deciso applauso, "Sully" saluta tutti con un sorriso modesto come lui, non esagerato, ma cortese. Poi, declinando ogni cosa al plurale (la moglie è una costante nelle sue parole), ecco partire il racconto di quella sua autobiografia (scritta a quattro mani con il giornalista Jeffrey Zaslow) diventata un bellissimo film: "Tutto è partito da un signore che forse conoscete: Harrison Ford, pilota e grande appassionato di aviazione, che ha letto il mio libro per poi suggerirlo al produttore Frank Marshall. Dopo questa catena di eventi è stata scritta la sceneggiatura per una film che, inizialmente, ha avuto molte proposte non adatte. Poi lo script è arrivato nella mani di Clint Eastwood, che ha accettato immediatamente. Dopo una settimana sento suonare il campanello di casa, apro la porta ed eccomi davanti a Clint. È una persona cortese, gentile, affabile e riflessiva. Ha pranzato assieme a me e a mia moglie, poi abbiamo parlato del film per quasi tre ore. Durante il nostro primo incontro ho subito colto la competenza di Clint. Era la persona giusta, una persona qualificata, anche perché aveva vissuto in prima persona un ammaraggio. Insomma, affidare un'esperienza come la mia nelle mani di un'altra persona è letteralmente un atto di fede. Quando concedi i diritti è come dare a qualcun altro le chiavi di accesso alla tua vita per poi vederlo allontanarsi in auto. Ma Clint è un bravo guidatore, ci ha subito rassicurati. Eravamo in buone mani e infatti siamo felicissimi del film".

Il dubbio e la "sicurezza"

Sully: Tom Hanks e Aaron Eckhart in una scena del film

Traumi, incubi ad occhi aperti, tristi memorie che riportano alla mente l'11 settembre. Nonostante l'incidente non sia diventato una tragedia, ma venga ricordato come un miracolo, per Sully è stata un'esperienza difficile da metabolizzare. Tra l'entusiasmo della gente e il serpeggiare dei dubbi, il periodo dell'indagine viene ricordato così: "Io e il co-pilota Jeff Skiles abbiamo avuto pochi secondi per fare una scelta importante, una scelta che ci avrebbe segnato in ogni caso per il resto della nostra vita. In quel momento ho preso una decisione di cui ero consapevole e sono sempre stato certo della mia scelta. In passato ho fatto parte di una commissione d'inchiesta e so che dubbi, sospetti e analisi scrupolose fanno parte del lavoro. E loro hanno fatto il loro. Certo, sapere che il mio operato fosse osservato al microscopio per 15 mesi non è stato facile. Va detto, però, che ogni incidente è utile per insegnare qualcosa in tema di sicurezza. La sicurezza è stata sempre fondamentale nella mia carriera, perché è un obbligo professionale. Quella del pilota è una vocazione, è una promessa che ogni volta facciamo ai passeggeri, giurando di tenerli al sicuro".

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Specchiarsi in Tom Hanks

Sully: Tom Hanks in una scena del film

Dotato di un rigore e di un'etica professionale invidiabili, Sully, proprio come il personaggio del film, ci tiene sempre a condividere con gli altri ogni forma di merito: "Il film è stato molto rispettoso nel raccontare ogni mio pensiero, ogni mia parola e il mio assoluto senso del dovere. Dopo quell'esperienza, ho attirato l'attenzione e sono diventato un personaggio pubblico, ma non dobbiamo dimenticare mai tutti gli altri soccorritori. Quel giorno abbiamo tutti fatto la propria parte, siamo stati tutti all'altezza del nostro incarico e infatti ogni singola vita è stata salvata".
Doveroso poi chiedergli che esperienza sia stata specchiarsi sul grande schermo nella grande prova attoriale di Tom Hanks: "Rivedermi nel film è stato come guardare una vecchia foto o un vecchio video, ovvero strano e surreale. Sono davvero così? Devo dire che il ritratto di Hanks è stato accuratissimo, mi assomiglia molto ed è riuscito ad incarnarmi grazie a delle tecniche che ignoro. Guardarlo è stata un'esperienza extracorporea". A chi gli chiede se il messaggio di questo film piacerebbe più a Donald Trump o a Hillary Clinton, il comandante risponde così: "I miei valori non sono democratici o repubblicani, e nemmeno americani. Sono umani e basta. Credo nell'importanza dell'umanità, nella vita come nella professione. Penso che siamo debitori nei confronti degli altri quando viviamo all'interno di una società. Si tratta di una forma di virtù civica. Tutti valori che Clint ha inserito nel film". Il nostro incontro si conclude con l'ultimo, intenso ricordo di quel lontano 15 gennaio 2009. Poche parole e un numero per capire un uomo: "Sono tutti salvi? Sono 155? È sempre stato il mio primo e ultimo pensiero".

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