Casino Royale

2006, Azione

Casino Royale: 5 motivi per cui il film con Daniel Craig ha rivoluzionato la saga di 007

A dieci anni dall'uscita americana, ricordiamo il film che ha inaugurato la nuova era di James Bond al cinema.

Casino Royale, il primo romanzo che Ian Fleming ha dedicato alle gesta della spia britannica James Bond, è stato pubblicato nel 1953, nove anni prima dell'uscita di Agente 007, licenza di uccidere, che ha inaugurato il versante cinematografico di uno dei franchise più popolari e longevi della cultura angloamericana. Per vedere sullo schermo il vero debutto dell'agente 007 è stato necessario aspettare, poiché Casino Royale era l'unico libro di Fleming di cui, fino al 1999, la casa di produzione EON non deteneva i diritti di sfruttamento (nel 1967 uscì in sala James Bond 007 - Casino Royale, un adattamento satirico/parodistico che non fa parte della continuity ufficiale, con David Niven - e altri - nei panni dell'agente segreto con licenza di uccidere).

Archiviata l'era Pierce Brosnan, che si è congedato dalla saga dopo l'uscita di 007 La morte può attendere, i produttori Michael G. Wilson e Barbara Broccoli hanno quindi deciso di usare il romanzo mancante per dare al franchise un nuovo inizio, più al passo coi tempi che preferivano l'azione più diretta e viscerale di The Bourne Identity alle sequenze sempre più roboanti e fantascientifiche dei Bond usciti nel medesimo periodo. Una scommessa vinta, dal momento che Casino Royale è stato accolto benissimo da critica e pubblico e ha reso la figura di 007 nuovamente rilevante a livello cinematografico. In occasione del decimo anniversario dell'uscita americana, ecco i cinque fattori che, a nostro avviso, hanno contribuito maggiormente all'esito positivo del film.

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1. Ian Fleming's James Bond

Daniel Craig in una scena del film Casino Royale, primo film da lui interpretato nel ruolo di James Bond

La scritta di cui sopra appare nei titoli di testa di tutti i lungometraggi, ma chi conosce i libri sa che in molti casi, a livello di atmosfere o anche di trama (vedi alla voce Agente 007, Moonraker: operazione spazio, che ha poco o nulla in comune con il testo di base), la saga cinematografica si è allontanata in modo considerevole dalla prosa di Fleming, soprattutto nell'era di Roger Moore dove, nel tentativo - riuscito solo in parte - di distanziarsi dall'operato di Sean Connery, venne dato maggiore spazio a un'ironia non sempre efficace. Timothy Dalton, interprete della spia alla fine degli anni Ottanta, aveva cercato di avvicinarsi di più ai toni seri e violenti dei romanzi, ma il suo tentativo era in anticipo sui tempi. Dopo l'11 settembre, invece, il mondo era pronto per un Bond più brutale, vulnerabile e "terra terra", come dimostrava il successo del già menzionato franchise di Jason Bourne. E così un libro del 1953 è diventato la formula perfetta per darci un 007 adatto al cinema di oggi. In altre parole, il Bond di Fleming, dando a quella scritta un vero significato dopo anni in cui era una pura formalità.

2. Martin Campbell

Il regista neozelandese, attualmente in attesa di redimersi sul grande schermo dopo il fiasco di Lanterna verde, aveva già reinventato la spia inglese nel 1995 con Goldeneye, il primo film dell'era Brosnan, con il quale il franchise si lasciò alle spalle la Guerra Fredda di cui Bond, nelle parole della nuova M (Judi Dench), era una reliquia (per l'esattezza "un dinosauro sessista e misogino"). Un buon candidato, dunque, per portare l'agente segreto più famoso del cinema in un nuovo mondo, dentro e fuori dallo schermo, con un realismo schietto e brutale ma non senza un pizzico di autoironia: nella sua prima apparizione, commentando l'ennesima malefatta di Bond, M (sempre Dench, l'unica interprete dei film precedenti ad essere stata inclusa nella transizione, seppure nei panni di una versione diversa del capo dell'MI-6) dice: "Mi manca la Guerra Fredda". Un messaggio rivolto ai fan storici, per rassicurarli in maniera deliziosamente semiseria: i tempi saranno cambiati, ma alla fine della fiera il personaggio con cui siete cresciuti è pur sempre, riconoscibilmente Bond.

3. Craig, Daniel Craig

Un bel primo piano di Daniel Craig in una scena del film Casino Royale

Dopo l'addio di Brosnan, vari attori furono considerati e/o provinati per la parte di 007, tra cui Goran Visnjic (che non riuscì a recitare con un accento inglese convincente), Henry Cavill (scartato perché all'epoca era troppo giovane), Karl Urban, Dougray Scott e Hugh Jackman. A spuntarla fu l'allora semisconosciuto Daniel Craig, una scelta in apparenza controcorrente per il suo fascino decisamente più rozzo rispetto all'immagine classica di Bond al cinema. Eppure, checché ne dica il fondatore del sito danielcraigisnotbond.com, era proprio questa anticonvenzionalità il motivo per cui Craig era - ed è tuttora, dopo quattro film e forse un quinto in arrivo - perfetto per questo Bond meno elegante, ancora in fieri, che nel corso del film si tramuta gradualmente nell'icona cinematografica che tutti conosciamo. Basta vederlo all'inizio, quando è visibilmente a disagio mentre commette il suo primo omicidio (ne occorrono due per ottenere la licenza 00), e poi alla fine, quando gambizza il misterioso Mr. White e si presenta nell'unico modo possibile: "Il mio nome è Bond, James Bond".

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4. Vesper Lynd

Con la sua aria da femme fatale classica, era inevitabile che Eva Green diventasse una Bond girl. Meno prevedibile, invece, che le venisse affidato un ruolo complesso come quello di Vesper Lynd, donna capace di spezzare il cuore all'inguaribile sciupafemmine e lasciarlo devastato nella parte finale della pellicola, una ferita mai completamente rimarginata (come abbiamo potuto vedere nei successivi Quantum of Solace e 007 Spectre). E questa volta, a differenza del finale di Agente 007, al servizio segreto di sua maestà (dove il Bond di George Lazenby si sposa e diventa vedovo subito dopo), nessuno si è lamentato al cospetto di un 007 capace di soffrire per amore. Se la versione di Craig dovesse tornare per un quinto lungometraggio, siamo curiosi di vedere se Madeleine Swann (Léa Seydoux), con la quale Bond sembrava aver ritrovato un minimo di felicità al termine di Spectre, saprà essere all'altezza di Vesper, raro esempio di donna che non cede subito al fascino della spia britannica.

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5. Tortura

In un'intervista al mensile Empire i produttori hanno svelato che c'erano tre elementi che non potevano essere omessi da Casino Royale: la morte di Vesper, la battuta finale del romanzo ("La puttana è morta!") e la celeberrima sequenza di tortura. Quest'ultima è fondamentale per mostrarci fino a che punto il nuovo corso della saga fosse disposto ad allontanarsi dal luogo comune dell'eroe pressoché invincibile, con Bond che viene malmenato dal perfido Le Chiffre (Mads Mikkelsen) nella zona cruciale per i suoi exploit romantici. Più che in un film di 007 sembra quasi di stare in zona Hostel (o, pensando ad un altro film successivamente girato da Craig, Millennium - Uomini che odiano le donne), tant'è che la scena in questione dovette essere parzialmente limata per evitare un visto di censura più restrittivo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Eppure è proprio qui, paradossalmente, che ritroviamo al meglio il Bond beffardo dinanzi al pericolo, che la butta sul ridere prendendo di mira la virilità del suo avversario: "Ora tutti sapranno che sei morto grattandomi le palle!". Bentornato 007, avevamo sentito la sua mancanza.

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