Maghi e viaggiatori

2003, Drammatico

Recensione Maghi e viaggiatori (2003)

Il secondo film del bhutano Khyentse Norbu si rivela una bella sorpresa, un'opera fresca, intelligente e visivamente di grande fascino, sorprendentemente firmata da un regista che non si reputa un professionista del cinema.

Bellezza effimera

Opera seconda di Khyentse Norbu, monaco buddista prima che regista, selezionato nella sezione "Controcorrente" dell'ultimo festival di Venezia, questo piccolo film prodotto da una cinematografia finora a noi del tutto oscura si rivela come una delle sorprese più piacevoli e interessanti della stagione, un'opera fresca, intelligente e visivamente di grande fascino.
La storia è incentrata sul personaggio di Dondup, giovane funzionario governativo in un piccolo villaggio, che sogna di lasciare il suo paese per raggiungere la "terra dei sogni", che nella sua visione si identifica con l'America: approfittando di una festività locale, il giovane si metterà così in viaggio, incontrando sulla sua strada alcuni compagni, tra cui un monaco cantastorie e una ragazza, che finiranno per far vacillare le sue convinzioni.

Il film colpisce subito per il suo grande fascino visivo: la terra del Bhutan è rappresentata nella sua bellezza incontaminata, e le scenografie restituiscono tutta la fascinazione per quei luoghi aperti, selvaggi. La sceneggiatura, dal momento in cui il protagonista incontra il monaco, si snoda su un doppio binario: l'uomo inzia infatti a narrare una storia che diviene il secondo piano narrativo del film, con uno studente svogliato, sempre immerso in sogni di terre lontane, che si perde nel bosco durante una tempesta e riceve ospitalità da un vecchio e dalla sua giovane moglie, per la quale subito sviluppa una taciuta attrazione. Da quel momento, seguiamo parallelamente le due vicende, differenziate a livello visivo da un taglio diverso nella fotografia: solare e naturalistica durante il viaggio dei protagonisti, più "densa" e virata al giallo nelle immagini che visualizzano il racconto del monaco. In queste sequenze, il film assume un look sognante, da fiaba, che genera fascino e mistero soprattutto nelle scene notturne, con soluzioni visive di grande impatto estetico ed emozionale. Unitamente a ciò, nelle sequenze del racconto la colonna sonora è sempre presente in sottofondo, con note prolungate che creano un motivo solenne, che comunica mistero: immagini e suoni insieme generano così una sintesi di grande suggestione, che ammalia e "rapisce" lo spettatore analogamente a come i protagonisti vengono ammaliati e rapiti dal racconto del monaco.

Il taglio narrativo ed estetico differenziato per le due "tracce" del film non fa perdere comunque ad esso una sostanziale unità di tono: nel racconto "morale" del monaco troviamo infatti motivi, quali l'insoddisfazione per il proprio stato e il carattere ingannevole dei sogni, che si possono trasferire tranquillamente nel mondo del giovane Dondup. "I fiori di pesco sono belli perché effimeri", dice il monaco al protagonista in una delle battute finali del film, e il senso della pellicola si può riassumere proprio in questa frase: i grandi sogni svaniscono, i momenti belli restano appunto momenti, da vivere a pieno con la consapevolezza del loro carattere transitorio. E' effimero anche il racconto del monaco per i protagonisti, così come, in fondo, è bello ma volutamente effimero il film per lo spettatore: niente più che una storia narrata intorno a un fuoco con degli occasionali compagni di viaggio l'uno, niente più che un sogno ad occhi aperti, nel buio di una sala, l'altro, bello ma inevitabilmente momentaneo. E il viaggio di Dondup alla ricerca della terra dei sogni assume così il carattere di un romanzo di formazione, che traghetterà il giovane verso la consapevolezza dell'età adulta.

Stupisce non poco, la qualità di questo film, se si considera che viene da un regista che non si reputa un professionista del cinema (coadiuvato da una troupe di attori composta ugualmente da non professionisti): in mezzo a tanti cineasti di mestiere, di ogni latitudine, che realizzano prodotti vuoti, vorremmo sinceramente averne di più, di "non professionisti" con tante idee e tanta abilità nel metterle in pratica. Cinema fresco, curato nonostante il basso budget, che diverte, stupisce e comunica insieme: un plauso a chi lo ha realizzato e a chi ha avuto il coraggio di distribuirlo, in un panorama che non ha mai brillato per l'attenzione a proposte "piccole" e non convenzionali.

Recensione Maghi e viaggiatori (2003)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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