Aurora

1927, Drammatico

Recensione Aurora (1927)

Un'operazione meritoria, il restauro e la distribuzione in sala di questo film, capolavoro del cinema muto e "summa" artistica degli stilemi del cinema di F.W. Murnau.

Una ballata universale

"Questa storia di un Uomo e di sua Moglie appartiene a ogni luogo e a nessun luogo... la potreste sentire ovunque e in qualsiasi momento." L'universalità ricercata da F.W. Murnau per questo suo capolavoro, uscito nel 1927 e oggi restaurato e ripresentato in sala (grazie alla meritoria opera della BIM), è evidente fin dal primo cartello. D'altronde il sottotitolo del film, "La canzone di due esseri umani", parla chiaro: non una storia legata ad un tempo e ad un luogo, ma un semplice racconto di uomini che amano, odiano, hanno paura e sperano. Individui che la sceneggiatura ribattezza con nomi semplici, lapidari: "L'Uomo", "La Moglie", "La donna di città", e via dicendo: non conta il nome dei personaggi, sembra suggerirci Murnau, ma solo le loro azioni, i loro sentimenti e le loro pulsioni.

Le "cifre" stilistiche del cinema muto di Murnau sono tutte ben presenti in questo suo esordio americano, che anzi potrebbe rappresentarne in un certo qual modo il compendio, la summa artistica: l'estrema mobilità della macchina da presa (caratteristica che ha sempre fatto spiccare il regista tedesco tra i suoi colleghi dell'epoca), l'uso della sovrimpressione, la riduzione all'essenziale dell'uso dei cartelli: su questi ultimi, in particolare, Murnau era molto scettico, convinto che il carattere simbolico delle immagini potesse "dire" molto di più di una didascalia. Qui, in particolare, i cartelli sono usati a volte in chiave figurativa, andando oltre la mera funzione didascalica: quando, ad esempio, la donna di città suggerisce al protagonista di annegare la moglie, le parole si sciolgono, suggerendo visivamente l'idea che c'è dietro alla frase scritta. Fondamentale anche la mobilità della cinepresa, il suo continuo spostarsi tra gli ambienti, restituendo all'occhio dello spettatore luoghi e situazioni fortemente caricati di simbolismo; a completare l'impianto visivo del film, c'è un uso funzionale della sovrimpressione, che da un lato evidenzia i sentimenti, i ricordi e le paure dei personaggi, dall'altro mostra il contrasto tra i luoghi "cardine" del film, quelli intorno ai quali ruota l'intera storia: la campagna e la città. Quest'ultima, in particolare, è identificata come luogo di tentazione per il protagonista, a causa anche dell'azione malvagia della donna di città: le sovrimpressioni ci mostrano spesso questo universo caotico, alieno, ma non privo di attrattive, contrapposto alla quiete serena e "familiare" della campagna in cui l'uomo vive. Solo nella seconda parte del film (quella più specificamente comica), l'universo cittadino si trasforma in un mondo di meraviglie da scoprire, non più fonte di confusione e paura ma "oceano" di volti, suoni e colori in cui perdersi: la trasformazione è dovuta alla riconciliazione tra i due coniugi, con i sentimenti che, ancora una volta, giocano un ruolo fondamentale nell'evolversi della storia, assurgendo a veri protagonisti.

Un altro aspetto da sottolineare è l'enorme sforzo produttivo (per gli standard dell'epoca) usato per la ricostruzione degli ambienti: le scenografie del film furono interamente ricreate in studio, dagli esterni della Città a quelli della palude e del lago, fino agli interni del cottage. Una ricostruzione minuziosa, quasi maniacale, su cui il regista volle avere il completo controllo, fedele all'idea che il film dovesse esprimere i concetti che lui voleva veicolare soprattutto attraverso le immagini. Immagini che furono "immerse" nella bellissima fotografia, di matrice espressionista, curata da Charles Rosher e Karl Struss, che con i suoi chiaroscuri non fa che caricare di ulteriore simbolismo la vicenda narrata.
Il finale del film, che si distacca dal romanzo originale di Hermann Sudermann, mostra il salvataggio della Moglie, data per morta dopo la tempesta che ha sorpreso i due coniugi durante il loro ritorno a casa, e l'allontanamento definitivo della Donna di Città, con l'alba nascente dopo la terribile notte a suggellare il ritrovato sentimento tra i due protagonisti. Un lieto fine che fu imposto dalla produzione per ragioni commerciali, ma che in fondo non fa che ribadire e suggellare l'anima "morale" di cui il film è intriso.

Una bella occasione, in definitiva, per riscoprire un classico della storia del cinema, un film ancora sorprendente, emozionante e di una forza visiva straordinaria nonostante i quasi novant'anni passati dalla sua prima apparizione cinematografica. L'auspicio di chi scrive è che il pubblico continui a premiare questi "recuperi" di grandi pellicole del passato (la BIM ha già riproposto in sala, negli ultimi anni, pellicole come Il terzo uomo, Otello, Jules e Jim e Il grande dittatore): perché, nonostante il mercato dei DVD abbia ormai reso non solo facile, ma anche qualitativamente appagante il recupero di tali classici, non ci stancheremo mai di ripetere che la sala cinematografica e il "supporto" pellicola restano i canali privilegiati per godere davvero di un'opera cinematografica: e questo è vero a maggior ragione se si parla di opere, come queste, che hanno fatto la storia della Settima Arte.

Recensione Aurora (1927)
Marco Minniti
Redattore
5.0 5.0
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