FEFF19: 3 film horror orientali che ci hanno terrorizzato e divertito

Il cinema horror orientale non è da sottovalutare e il Far East Film Festival 2017 lo ha dimostrato con tre film in programma che ci hanno sorpreso, spaventato e divertito.

Ormai sembra che la maggior parte dei festival di cinema abbiano aggiunto la proiezione di mezzanotte come un momento speciale dedicato al cinema horror, che di solito viene un po' snobbato dalle kermesse internazionali. Rispetto a Cannes o Venezia, il Far East Film Festival 2017 ha offerto al suo pubblico la possibilità di fare le ore piccole ogni giorno, con dei thriller-horror orientali di cui tre ci hanno colpito in particolar modo.
D'altra parte molti horror americani sono ispirati al cinema giapponese come la saga The Ring, The Grudge, o Dark Water, quindi è sicuramente interessante esplorare questo genere fuori dagli Stati Uniti con il rischio di restare positivamente sorpresi e aggiungere qualcosa al panorama contemporaneo di sangue e terrore. La 15° edizione del festival friulano, nel 2013, ci aveva ipnotizzato con Countdown, un horror thailandese scritto e diretto da Nattawut Poonpiriya che raccontava la violenta avventura di tre ragazzi in cerca di divertimento e sballo a New York, che invitano a casa la persona sbagliata la notte di Capodanno, scrivendo il loro triste destino. Così, quando Sabrina Baracetti, Direttrice del Far East Film Festival, ha presentato Kongkiat Khomsiri come il "migliore regista di film horror thai" si è accesa una certa curiosità per Take Me Home, il suo nuovo film che è stato incluso nel programma di questa 19° edizione e che si è rivelato infatti una vera sorpresa.

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Un pericoloso legame di sangue

Tan, interpretato dal giovane Mario Maurer, è un ragazzo che vive e lavora in un ospedale in seguito ad un incidente che gli ha procurato una profonda amnesia. Non ricorda niente della sua vita, ma non si arrende e passa il suo tempo libero a cercare informazioni sul suo passato, fino a scoprire una casa dove, probabilmente, lo aspetta qualcuno, o forse no. Così Tan raggiunge questa villa circondata da una fitta vegetazione, e trova la sorella gemella Tubtim che abita lì con il marito e due figli piccoli. Durante la sua permanenza il ragazzo si accorge che qualcosa non va, e strani avvenimenti cominciano a turbare l'apparente armonia all'interno di quella costruzione ultramoderna, lussuosa e avvolta nella nebbia. La casa dei sogni si trasforma in un luogo da incubo e la ricerca dell'identità diventa per Tan un viaggio pericoloso ed intimo, tra fantasmi, strane allucinazioni, urla e pianti soffocati, che costruiscono una costante tensione pungente. "Non devi fargli sapere che sono fantasmi, altrimenti si arrabbiano con te!", dicono più volte i bambini ad uno spaventato protagonista, che presto si rende conto che quella casa nasconde il dolore di una tragedia familiare che lui ha rimosso dai suoi ricordi anni prima.

Inaspettato e doloroso Take Me Home conferma il talento thailandese per i film horror che, purtroppo, è possibile vedere solo in rassegne particolari o girando sul web. Il regista Khomsiri utilizza il concetto di famiglia per raccontare una storia inquietante, fortemente drammatica e a tratti spaventosa, che regala diversi salti sulla poltrona puntando molto sull'effetto sorpresa. Il mistero si insinua gradualmente in una sceneggiatura attenta e lineare, pensata come un loop temporale che imprigiona il protagonista senza via di uscita. Ogni inquadratura è piena e nasconde un dettaglio in ogni angolo, esplorando la realtà alle spalle di Tan che si muove in stanze buie, piene di ombre ambigue e sussurri indecifrabili che mettono a dura prova la sua razionalità.

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Take Me Home tratta il cinema horror come una forma di arte malinconica e intima, che porta il pubblico in una dimensione poco esplorata sul grande schermo, unendo la psicologia all'azione con uno stile nuovo ed intrigante. Un tumulto emotivo detta le regole, nascosto dietro una calma apparente che non dura poi molto. Il confronto fra Tan e la personalità contorta e ambigua della sorella è il cuore pulsante del film, contaminato dal sospetto negli occhi e nei gesti dei personaggi coinvolti. Una storia di fantasmi, paura, possessione, forze oscure e scomode confessioni intorno alla famiglia, che unisce, ma presenta anche un conto da pagare quando meno te l'aspetti.

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Dearest Sister, il terrore è donna!

Il concetto di famiglia è anche il motore di Dearest Sister, un thriller-horror girato a Laos ma prodotto dalla Francia, diretto da Mattie Do, unica regista donna del suo paese che sceglie la formula thriller-horror per raccontare una storia da brivido al femminile, scritta da Christopher Larsen. Nok si trasferisce nel suo villaggio natale a Vientiane per assistere la cugina Ana che sta perdendo gradualmente la vista. Quest'ultima è sposata con un estone, Jakob, che non può aiutarla per i suoi numerosi impegni di lavoro, e vive in una villa lussuosa con una cameriera e un giardiniere che sembrano nascondere qualcosa. Ben presto, infatti, Nok si rende conto che la vista della cugina non è il solo problema di quel luogo, perché Ana ha anche la capacità di vedere i morti, un'abilità che si rivela alquanto terrificante nel corso del film.

Dopo Chanthaly, Mattie Do torna dietro la macchina da presa con una maggiore consapevolezza, per analizzare il confine tra vivi e morti in un'atmosfera soprannaturale, esplorando anche la figura della donna nella società di Laos, e fare così un'analisi della situazione socioculturale del suo Paese. Infatti si avverte chiara la critica all'importanza del denaro in quella società, insieme al conflitto di classe ancora molto diffuso. Dearest Sister si rivela una storia di fantasmi molto cupa, con una sceneggiatura che respira fiducia, complicità e tradimento nel legame tra le due cugine protagoniste, ma presenta anche diversi punti deboli. Forte l'aspetto psicologico della storia, con la manipolazione del pensiero, gioco di sguardi, attese e una particolare attenzione al linguaggio del corpo. Tuttavia la fotografia è suggestiva e molto curata, anche se il terrore e la tensione a volte si perdono in una narrazione troppo rituale e lenta. Le dinamiche di potere, razzismo e conflitti di provenienza sociale si alternano alle emozioni di Ana, Nok e gli altri pochi personaggi, per un thriller intenso ed interessante da vedere anche se il finale non convince del tutto.

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I vampiri invadono Hong Kong... saltellando

Il cinema di Hong Kong in questo caso non vi terrorizzerà ma vi farà sorridere, poiché Chi Sin-hang e Yan Pak-wing portano sul grande schermo una horror comedy che guarda al passato con una trama senza dubbio originale per il mondo occidentale. Dimenticate i vampiri sensuali di Twilight e True Blood, perché le pallide e mostruose creature che si aggirano per la città di Hong Kong non hanno niente di affascinante, mentre procedono saltellando con le braccia tese in avanti in cerca di una vittima da dissanguare.

I vampiri saltellanti non sono tuttavia un'invenzione moderna, ma sono nati con il cinema cinese degli anni '80 e '90 con Mr. Vampire, Rigor Mortis e altri film cult del genere. Tuttavia per tenerli a bada bisogna chiamare il Vampire Cleanup Department, una squadra di netturbini addestrata che si occupa di eliminare i pericolosi vampiri per le strade della città, partendo da un quartier generale sotterraneo che funziona anche da obitorio e crematorio, quando è necessario. Il giovane Cheung (Babyjohn Choi) è un ragazzo impacciato e timido, ma dopo un brutto incontro in un vicolo deserto, si rivolge alla nonna e allo zio che lo istruiscono sulle tecniche per uccidere queste creature pericolose, sperando anche di potergli lasciare l'attività un domani quando loro non saranno più in grado di andare avanti. Inizia così la sua formazione fino all'incontro con una "vampira umana" (Lin Min-chen) di cui il ragazzo si innamora perdutamente, ricordando le dinamiche di Warm Bodies, film del 2013 con Nicholas Hoult nei panni di uno zombie romantico.

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Vampire Cleanup Department è una parodia buffa e divertente dei film horror che spesso raccontano le azioni dei famosi succhiasangue, arricchito da un'estetica estremamente pop e colorata, dagli eccentrici titoli di testa al look hip pop della nonna di Cheung che indossa un cappello rosa con un quadretto di Barbie incollato sulla visiera. La comicità incontra il paranormale, lasciandosi andare a momenti simpaticamente trash che ricordano anche lo stile dell'iconica serie tv Buffy - L'ammazzavampiri. Incantesimi taoisti, spade magiche che spuntano dal nulla, smorfie di natura slapstick sul volto dei vari personaggi e vampiri che inghiottiscono smartphone con Siri sempre operativo. D'altra parte se per i fantasmi possiamo chiamare i Ghostbusters - Acchiappafantasmi, per i vampiri chiamare i netturbini armati di scopettone può avere una sua logica, almeno ad Hong Kong.
Una bonifica splatter ed ironica che lascia spazio ad una tenera storia d'amore teenager che si ripropone di rispolverare il genere dei film sui vampiri saltellanti cinesi, con la speranza di farli apprezzare anche alle nuove generazioni.

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