Recensione Stratos (2014)

'Un noir mediterraneo, uno psico-cardiogramma esistenziale fatto di parole e silenzi', come lo ha definito lo stesso regista Yannis Economides: in concorso a Berlino, Stratos è una pellicola controversa, piuttosto monotona e ripetitiva, destinata probabilmente a dividere.

Recensione Stratos (2014)

Tragedia greca

In concorso alla 64a Berlinale, Stratos è il quarto film del regista Yannis Economides, che con il suo precedente Knifer del 2010 aveva raccolto in patria diversi riconoscimenti. Anche in questo caso si tratta di una crime story, una sorta di noir mediterraneo con risvolti sociopolitici che riflettono la crisi economica e gli effetti devastanti sugli individui che piombano in uno stato di smarrimento e disperazione che si rispecchiano sia nei lunghi silenzi attoniti del protagonista sie negli sfoghi verbali violenti e nell'abbrutimento delle persone che lo circondano.

La coscienza dell'assassino
Stratos è il nome del protagonista che lavora di notte in una panetteria e di giorno è un killer prezzolato al soldo di un misterioso mandante chiamato il Pittore. Il suo è un passato oscuro, veniamo a scoprire che durante gli anni di prigione è stato protetto dal suo mentore Leonides, a cui deve la vita, e il suo onore lo spinge a finanziare con i suoi guadagni la fuga di quest'ultimo organizzata dal fratello Yorgos. Vive confinato nella sua solitudine, le uniche altre persone che fanno parte del suo mondo sono il vicino di casa, lo storpio Makis, sua sorella Vicky, e la figlioletta di lei, la piccola Katarina della quale Stratos ogni tanto si prende cura. Quando i due fratelli si troveranno invischiati in un losco affare con il boss Petropulos che coinvolge l'incolumità di Katarina, Stratos si vede costretto a scuotersi e ad agire spinto dal barlume di coscienza che ancora alberga in lui. Le decisioni che prenderà saranno irrimediabilmente fatali e senza ritorno.

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Stratos: Vangelis Mourikis in una scena del film con Vicky Papadopoulou
Psico-cardiogramma piatto
Il regista ha definito il suo film "uno psico-cardiogramma esistenziale, fatto di parole e silenzi", il che già costituisce una premessa piuttosto inquietante di fronte alle due ore e quaranta di visione. Per quanto riguarda il silenzio appare subito evidente che lo stile cercato é quello tipico della cinematografia non solo tradizionalmente ellenica, ma anche di tanto cinema recente turco: elegie non solo del silenzio, ma anche della solitudine, del vuoto, dell'immobilismo, che riflettono un deserto e una paralisi interiore dell'individuo che rispecchia quella del mondo esterno. Sin troppo facile vedere come nella desolazione dei protagonisti si rifletta quella di una nazione piegata dalla crisi economica, e che ha gettato i suoi abitanti in un baratro di disperazione e di abbrutimento. Il problema è che il concetto appare chiaro sin da subito e per le restanti due ore e mezza si va avanti insistendo sullo stesso registro, un tristissimo e ripetitivo blues greco fatto di vuoto, solitudine e smarrimento, sulle note della chitarra di Babis Papadopulos, con il risultato di un elettrocardiogramma piatto che i rari lampi di violenza fisica e verbale non servono a rianimare.

Stratos: il regista Yannis Economidis in una foto dal set
Malakas
Lo stato catatonico perenne del protagonista Vangelis Mourikis si adatta perfettamente al registro che Economides vuole imprimere al film: lo sguardo inebetito di fronte alla decadenza di una società che non ha più né costumi e né morale, e di fronte agli sfoghi di violenza verbale volutamente logorroici a cui assiste (forse è il film dove si ripete più volte la parola malakas nella storia del cinema, altro che i fuck di Di Caprio con Scorsese). L'idea non è nuova, l'intento lodevole, la differenza la fa lo stile in cui la si sviluppa: nel caso di Economides, per lo meno in questo caso, lo stile non è originale e tantomeno lo è la figura del killer il cui smarrimento interiore é lo specchio delle desolazione del mondo in cui si muove, non cerca riscatto, non cerca redenzione. Come questo film che si dimentica di essere un noir e rinuncia a qualsiasi tentativo di creare suspence o suscitare un emozione. I silenzi possono essere assordanti e straordinariamente carichi di tensione emotiva, non è questo il caso, non è quello che abbiamo percepito noi, anche se crediamo che si possa legittimamente restare affascinati dal questo tipo di estetica della quale abbiamo visto esempi migliori.

Alessandro Antinori
Redattore
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