Recensione Journey to the West (2013)

Con l'usuale ricorso a tempi dilatati ed immagini che fanno della staticità la propria forza, Tsai Ming-Liang mette in scena il viaggio di un monaco buddista tra le frenetiche strade di Marsiglia.

Recensione Journey to the West (2013)

Andamento lento

Il ritmo frenetico della vita contemporanea ci travolge costantemente, asfissiante ed opprimente, in un vortice di azioni che non lascia spazio al pensiero, alle riflessioni. Non c'è un vero antidoto a questo, nessuna reale soluzione, nessuna via di fuga, se non in quelle applicazioni dell'arte che la ricercano e la promuovono. Come fa Tsai Ming-Liang, che mantiene il suo stile dilatato anche nell'ultimo lavoro presentato al Festival di Berlino 2014: Journey to the West.

Viaggio a Marsiglia
Il viaggio del titolo è quello di un monaco buddista nella frenesia delle vie occidentali, in particolare in quel di Marsiglia. Tanto basterebbe a raccontare una "trama" inesistente, che apre sullo sguardo segnato di Denis Lavant per poi seguire la lenta camminata del monaco di Lee Kang-Sheng.
Macchia rossa quasi immobile, tanto è rarefatto il suo modo di camminare, questi si sposta tra i passanti che popolano le vie della città francese: alcuni lo ignorano, altri lo guardano incuriositi o stupiti. Uno solo lo segue, imitandone il movimento. E' il personaggio di Lavant, il cui volto segnato aveva riempito lo schermo in apertura, che compone con lui una delle immagini più potenti del film.

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Journey to the West: Denis Lavant in una scena del film diretto da Tsaï Ming-liang
Pausa di riflessione
Dopo Stray Dogs, accolto bene dalla critica all'ultima Mostra di Venezia, il regista aveva annunciato un addio al cinema. Journey to the West dimostra che addio non è stato, ma forse c'è un fondo di realtà nell'annuncio, perché l'ultimo lavoro è qualcosa che va al di là della forma filmica tradizionale, è un insieme di immagini di potenza visiva incredibile che non raccontano una storia, ma permettono di affacciarsi su un mondo diverso, che evocano riflessioni e suggestioni, che ipnotizzano e, a dispetto della difficile fruizione, coinvolgono.
Interessante la scelta della Berlinale di usare la sala IMAX del Cinestar per la proiezione ufficiale, sfruttando l'imponenza dello schermo per immergere totalmente gli spettatori nel mondo del regista taiwanese.

Il cammino di Tsai
Siamo conquistati dalle immagini, ma non possiamo limitarci a quelle. Il pensiero vola mentre fissiamo il lento incedere di Lee Kang-Sheng e Denis Lavant, le cui doti mimiche avevamo già amato in Holy Motors, e non possiamo ignorare il parallelo tra lo stesso Tsai ed il monaco di Lee, entrambi a loro agio col loro passo, immersi in sé stessi in una bolla fuori dal tempo. Intorno a loro il mondo scorre ad un'altra velocità, ma questo non sembra influenzarli in alcun modo.

Antonio Cuomo
Redattore
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