Michael Cimino: Locarno si ferma di fronte al maestro

L'autore di culto regala al pubblico di Locarno la più grande lezione di cinema in una spettacolare masterclass che ne rivela la personalità debordante.

Michael Cimino
Michael Cimino

77 anni, regista, sceneggiatore

Il ciclone Michael Cimino si abbatte su Locarno. Il regista dei grandi capolavori, dei flop clamorosi, delle pellicole fiume, scardina il cerimoniale di Locarno in un incontro memorabile sotto tutti i punti di vista. Dopo aver tolto la parola al moderatore e aver schivato la sedia preparata per lui (perché non è un professore né un predicatore e non vuole sedersi in cattedra), Cimino si accomoda sul tavolo e mentre sorseggia un cappuccino si scusa per la voce roca, conseguenza di una nottata passata in Piazza Grande sotto la pioggia a rivedere, insieme al pubblico svizzero, Il cacciatore.

Il maestro Michael Cimino pardo d'onore a Locarno 2015

Il regista decide arbitrariamente di far durare l'incontro un'ora in più del previsto, si fa dire il nome di tutti gli interlocutori, con cui intreccia serrati dialoghi, richiama all'ordine quelli che gli scattano troppe foto o che si distraggono mentre lui racconta i suoi incredibili aneddoti, e si scusa ripetutamente perché ha il vizio di parlare troppo. Nel corso del Cimino show c'è tempo per un irresistibile siparietto con Enrico Ghezzi, che il regista definisce "completamente pazzo" per poi abbracciarlo calorosamente, e una passeggiata tra il pubblico a cui gli assistenti del regista assistono con sguardo terrorizzato. A una signora che si rivolge al cineasta chiamandolo Mr. Cimino, lui ribatte: "Mr. Cimino era mio padre. Chiamami Michael" tra le risate degli spettatori che impazziscono di fronte alla vivacità del loro interlocutore.

Pubblicità, donne e celluloide

Nella chiacchierata con Michael Cimino c'è posto per tutto, dalla passione per l'architettura all'ammissione pubblica della sofferenza causata dal non poter girare più film. Quando viene toccato un argomento sgradito o viene fatto un nome che deve far parte della sua personale lista nera, Cimino liquida l'interlocutore in due parole esclamando "Passiamo alla prossima domanda". Il ricordo va agli esordi del regista, che ammette di non aver mai studiato cinema, ma di essere totalmente autodidatta: "Non conosco bene i film. La mia formazione è nel campo della pittura e architettura. Il mio amico Quentin Tarantino è cresciuto lavorando in una videoteca e sa a memoria le battute di tutte le pellicole. Io non sono un cinefilo. Sono entrato in questo lunatico mondo per caso e ho capito subito che il cinema è un'anarchia controllata. Non so perché la mia vita abbia preso questa direzione, ma è successo e ora mi ritrovo qui a Locarno". Prima di dedicarsi al lungometraggio, Michael Cimino approda nel business degli spot pubblicitari. "Giravo pubblicità di auto di lusso. Adoro le macchine e adoro le donne, perciò dirigere questi spot mi permetteva di avere a che fare con entrambe. Mi piaceva molto l'atmosfera di Los Angeles, questa città dove tutti corrono, fanno surf, pilotano aerei. Mi piace il deserto, perciò a un certo punto ho deciso di trasferirmi in California. La mia socia dell'epoca mi disse che, per fare un film, l'unico modo sarebbe stato scrivere una sceneggiatura che facesse il maggior rumore possibile. Ma io non avevo mai scritto una sceneggiatura perciò ho dovuto imparare il più velocemente possibile. E' così che è nato Una calibro 20 per lo specialista dove ho avuto la fortuna di lavorare con Clint Eastwood pur essendo un esordiente".

I personaggi prima di tutto

Locarno 2015: Michael Cimino con il pardo d'onore alla carriera

Quello di Michael Cimino è un cinema di personaggi. Tutto nasce da loro e la storia si costruisce intorno alle loro personalità. "Non posso scrivere niente se non ho i personaggi. Cosa ricordiamo di Anna Karenina? La figura di Anna. Di Via col vento ricordiamo Rhett Butler e Rossella O'Hara. Per creare i miei personaggi ho usato ciò che conoscevo. Tutto ciò che ho scritto proviene dalla vita. Credo che i film più belli siano quelli che si generano a partire dalla vita vera e non da altri film. I film che accumulano cose già viste non hanno senso. Se siete in grado di guardare a fondo nel vostro animo, lì troverete i personaggi". Cimino è un fiume in piena mentre racconta come sono nate le sue opere immortali. E ribadisce: "Non sono le idee a ispirarmi, non mi interessa la politica. Mi affascina di più la storia di un uomo che vuole conquistare il mondo. Credo che scrivere sia molto più difficile che dirigere perché sei solo davanti a un computer. Anche se al computer, io preferisco carta e penna. Essere sinceri con se stessi è difficile, il rischio è di cadere nei cliché. Sembra strano, ma il miglior modo per imparare a fare film è studiare recitazione. Anche se non vuoi fare l'attore, aiuta a scrivere e dirigere meglio perché insegna a esprimere i sentimenti attraverso le azioni".

No alla guerra oggi come ieri

Michael Cimino durante la masterclass a Locarno 2015

Nonostante la critica abbia osannato gran parte della sua produzione, Michael Cimino è laconico nel ribadire che non legge le critiche ai suoi lavori, né quelle positive né quelle negative. "Quando ho fatto il primo film sono stato chiamato omofobo, dopo il secondo mi hanno definito fascista, dopo il terzo marxista, dopo il quarto razzista. Mi potete chiamare come vi pare, non mi interessa. Non reagisco a questo tipo di provocazioni e non credo che le recensioni possano aiutare a migliorare. Pavarotti leggeva le sue recensioni? Esisteva forse qualcuno in grado di aiutarlo a cantare meglio? Il critico che ha cercato di distruggere I cancelli del cielo è morto. Io sono ancora qui." La discussione si sposta sul più celebre film di Cimino, Il cacciatore, opera simbolo che racconta l'orrore della guerra. Cosa è cambiato dal Vietnam a oggi? "Niente" esclama il regista. "Non è cambiata la tragedia della guerra. Ieri c'era il Vietnam, oggi il Medio Oriente. Cambiano i luoghi, cambiano le armi, ma il sangue, le persone torturate e uccise non cambiano. Non ho fatto un film politico, ma ho fatto un film sugli effetti della guerra sulle persone. Tutti i grandi film di guerra sono film contro la guerra. Dobbiamo fare qualcosa per placare la follia che imperversa. I giovani devono dire basta e rifiutarsi di combattere per sostenere le stupide idee dei politici".

Al servizio degli attori

A far grande il cinema di Michael Cimino è stata anche la presenza di interpreti straordinari come Robert De Niro, Kris Kristofferson, Isabelle Huppert, Mickey Rourke. Attori che hanno sempre dichiarato pubblicamente la loro stima nei confronti del regista. "Perché non dovrebbero? Io ho fatto tutto per gli attori, ho lottato, mi sono impegnato al massimo perché nei miei film apparissero nel miglior modo possibile. Sono sempre stato contrario all'idea del regista star. Il regista deve essere invisibile. In passato nessuno aveva idea di che aspetto avessero John Ford o Victor Fleming. Sapete perché? Perché giravano tre film l'anno. Gli studios gli fornivano sceneggiature e attori. Avrei preferito lavorare all'epoca. Prima fare un film era un lavoro, ora è una sofferenza."

Ognuno deve trovare il West che ha dentro di sé

Michael Cimono preceduto da un cameraman al Festival di Locarno
Con un cognome che denuncia chiaramente un'origine italiana, viene spontaneo chiedere a Michael Cimino se è mai andato alla ricerca delle sue radici. "Perché? Ho radici italiane?" risponde perplesso il regista, per poi ammettere che "la cucina italiana è la mia preferita, mi piace la pasta, il parmigiano, mi piace l'opera, amo Fellini, Visconti, Antonioni. Cinecittà era un'eccellenza in cui fare cinema e mi auguro che ritorni presto ai livelli del passato". In Italia Cimino ha girato Il siciliano, biopic dedicato al bandito Salvatore Giuliano. Della lavorazione ricorda "la grande difficoltà. La Sicilia è un grande paese. La sua relazione con l'Italia ricorda un po' quella dell'Irlanda con l'Inghilterra. Girare lì è stato complicato perché avevamo un gran numero di comparse e maestranze che difendevano le loro abitudini. Sul set c'erano lunghe pause pranzo. Ognuno si portava da mangiare in grande quantità. Chiedevano acqua in continuazione. Ho trovato un grande calore. Le persone, prese singolarmente, sono meravigliose. Messe insieme, però, creano qualche problema". L'ultimo pensiero è il maestro John Ford, a cui Cimino è molto legato. "Sentieri selvaggi è uno dei film che preferisco. Forse è il film in cui John Ford ha usato nel modo migliore la Monument Valley. Questo celebre luogo, in realtà, è una piccola parte della riserva Navaho in Arizona. E' un'area ristretta, ma è diventata emblematica dell'intero West. Quando ho girato Verso il sole, sono stato in visita alla Monument Valley e ho capito che non metterei mai la camera dove l'ha messa John Ford perché era un grande. Tutto ciò che è stato fatto lì in seguito si è rivelato un fallimento perché quel posto appartiene a lui".
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