Memorie di un assassino, la recensione: caccia al serial killer nel cult di Bong Joon-ho

Memorie di un assassino, il secondo film di Bong Joon-ho, rievoca la storia del primo serial killer coreano in un noir di provincia dai toni cupi e grotteschi.

"Hai visto la faccia di quel signore? Mi dici com'era?" "Non so... era una faccia comune. Insomma... una faccia normale."

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Memorie di un assassino: i due protagonisti del film

Nel 2003, quattro anni prima dell'uscita di uno dei migliori film di David Fincher, Zodiac, un Bong Joon-ho allora trentatreenne conquistava le platee della Corea del Sud con il suo secondo film, Memories of Murder, divenuto un vero e proprio caso cinematografico in patria. Le attinenze fra le due opere non si limitano all'analogia nell'argomento sviluppato in entrambi i casi, ovvero la lunga e sfibrante indagine sulle tracce di un serial killer, ma si estendono a una visione d'insieme e a un preciso approccio narrativo che accomunano il poliziesco di Fincher e il noir di Bong: oggetto, quest'ultimo, della nostra recensione di Memorie di un assassino, nuovo titolo italiano del film in occasione della sua tardiva distribuzione al cinema, sull'onda del gigantesco successo internazionale e del trionfo agli Oscar di Parasite.

Corea 1986: Bong Joon-ho e i ricordi di un omicidio

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Memorie di un assassino: una scena del film

Come avrebbe fatto quattro anni più tardi David Fincher in Zodiac ricostruendo la vicenda del Killer dello Zodiaco nell'America degli anni Settanta, anche Memorie di un assassino prende spunto da un capitolo di cronaca nera entrato nell'immaginario collettivo della Corea: una catena di delitti consumati nell'area metropolitana della città di Hwaseong fra il 1986 e il 1991, la cui risoluzione sarebbe avvenuta soltanto nel settembre 2019, con la confessione del pluriomicida Lee Choon-jae (considerato il primo assassino seriale nella storia della Corea). E il 1986 è non a caso l'anno di ambientazione del film di Bong Joon-ho, il quale si basa su una pièce teatrale scritta da Kwang-lim Kim e adotta come scenario un'area rurale nella provincia del Gyeonggi, nei pressi di Seul.

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Memorie di un assassino: la scena iniziale del film

Nella scena d'apertura, un esterno giorno in un campo di grano che si estende a perdita d'occhio, Park Doo-man (Song Kang-ho), detective della polizia locale, si accinge ad esaminare il canale fognario in cui è stato ritrovato il cadavere di una ragazza, con i polsi legati e il volto cosparso di formiche. Le tinte luminose della campagna, le grida e i giochi dei bambini, uno di loro che si diverte a imitare il detective, ma appena al di sotto della superficie, nell'oscurità, la prova tangibile di un orrore senza nome: una dicotomia contrastiva con cui Bong Joon-ho già stabilisce le coordinate di questo thriller atipico, in cui le convenzioni del genere e le regole della suspense sono subordinate all'osservazione antropologica di una comunità e, forse, di un paese intero durante gli ultimi fuochi del regime militare di Chun Doo-hwan.

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Caccia all'assassino

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Memorie di un assassino: un'immagine del film

Un paese che si riflette nello squallore inesorabile degli interni: che si tratti della stazione di polizia, un edificio grigio e fatiscente dove Park e il suo manesco partner Cho Yong-koo (Kim Roi-ha) sottopongono i sospettati a interrogatori assai poco ortodossi, o dell'appartamento angusto e spoglio di Park, privo perfino di un letto. Bong Joon-ho non va alla ricerca della tensione, limitata a poche, incisive sequenze, ma adotta uno stile naturalista che mostra l'inchiesta di Park e del suo superiore, il sergente Shin Dong-chul (Song Jae-ho), avanzare farraginosamente tra false piste e vicoli ciechi, gravata in partenza dalla carenza di mezzi - e di metodo - di un'autorità inadeguata a far fronte a questo avversario invisibile.

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Memorie di un assassino: un'immagine del film
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Memorie di un assassino: un primo piano di Kim Sang-kyung

Così, mentre dalla città Seul arriva per collaborare alle indagini il giovane detective Seo Tae-yoon (Kim Sang-kyung), molto più esperto e competente rispetto ai suoi colleghi di provincia, la caccia all'assassino si affida soprattutto a pettegolezzi e a coincidenze quasi miracolose: una malinconica canzone d'amore che risuona alla radio in contemporanea con ciascuno dei delitti, e che potrebbe rivelarsi l'indizio determinante per giungere alla verità. Nel frattempo, Bong impernia gli equilibri del racconto sul rapporto spesso conflittuale fra Park e Seo: due protagonisti complementari, agli antipodi nel modo di intendere la propria professione (e nel forzarne o meno i principi etici), ma sorprendentemente simili l'uno all'altro nella loro incapacità di sostenere con lucidità e distacco il confronto con il Male, beffardo e insondabile. Un Male dai contorni quasi metafisici, a cui il film dà volto - letteralmente - soltanto per una frazione di secondo, prima che tutto sia avvolto ancora una volta dalle tenebre.

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Scrutando nell'abisso

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Memorie di un assassino: un'immagine del finale

Come sarà quattro anni dopo per Zodiac, dunque, quello di Bong è prima di tutto un film sull'ossessione, sull'orrore che si annida oltre il velo del quotidiano, sull'inadeguatezza del raziocinio contro i lati oscuri della natura umana. "Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro", scriveva Friedrich Nietzsche; "E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te". Per Seo Tae-yoon, fiducioso di poter ristabilire l'ordine e la giustizia, l'abisso si spalancherà nel memorabile prefinale, sottoforma di un tunnel le cui nere fauci sono lì, pronte ad inghiottirlo non appena avrà abbandonato le ancore della ragione e della morale (e l'eco, stavolta, sembra provenire da un altro cult di David Fincher, Seven).

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Conclusioni

Ma prima di concludere la recensione di Memorie di un assassino, non si può non far riferimento anche alla successiva sequenza del film: un epilogo collocato nel presente (vale a dire diciassette anni più tardi) che funge da ideale postfazione e, al contempo, sancisce la chiusura di un percorso circolare, e destinato pertanto ad avvitarsi su se stesso, senza possibilità alternative. Il ritorno sulla “scena del delitto”, fra le spighe di grano, l’incontro con un’altra bambina e quella casuale, scioccante rivelazione: che il Male possiede “una faccia comune… una faccia normale”.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
3.5/5

Perché ci piace

  • La commistione di registri attraverso cui Bong Joon-ho, al di là dei codici del poliziesco, ci restituisce la complessità del reale.
  • Una sapiente messa in scena, capace di arricchire il racconto di una molteplicità di sottotesti e sfumature.
  • L’abile caratterizzazione dei personaggi e la spontaneità nella descrizione dei loro rapporti.
  • Le due magistrali sequenze poste al termine del film, due momenti raggelanti e indimenticabili.

Cosa non va

  • Una narrazione talvolta ‘ondivaga’ che potrebbe lasciare spiazzata una parte del pubblico.