Matt Reeves racconta il suo Blood Story

Il regista di Cloverfield, in una interessante conversazione telefonica, ci ha raccontato diffusamente genesi e realizzazione del suo ultimo film, remake del bellissimo Lasciami entrare.

E' stato letteralmente un fiume in piena, Matt Reeves, quando ci ha parlato del suo ultimo film Let Me In (in Italia impropriamente reintitolato Blood Story), remake del bellissimo horror svedese Lasciami entrare. Il regista di Cloverfield, attraverso una lunga e stimolante conversazione telefonica, ha rivelato una forte passione e un coinvolgimento personale nel progetto abbastanza inusuali per chi dirige un remake, spaziando sui molti aspetti della storia originale, su come ha voluto reinterpretarla nella sua versione e sul suo amore per il romanzo di John Ajvide Lindqvist che ha dato origine al film svedese. Una storia che il regista ha evidentemente sentito molto sua, e che ha voluto restituire al pubblico statunitense partendo proprio dal romanzo e dal suo rapporto con esso.

Let Me In è un horror molto elegante, intelligente ed emozionante, rispetto alla media dei prodotti americani di genere. Qual è stata, secondo lei, la ragione dei risultati deludenti al botteghino statunitense?

E' difficile da dire, ci sono un po' di cose che sono successe dopo l'uscita del film, la casa di distribuzione è fallita, era un momento difficile, alcune persone erano state licenziate poco prima dell'uscita del film. E' stato distribuito anche in Giappone, e lì al contrario è stato un successo, nonostante una distribuzione limitata. Negli Stati Uniti è stato pubblicizzato impropriamente come un semplice horror, forse anche questo ha influito; ma se lo si vede, ci si accorge che non è solo questo. Ho amato il film originale, e ho pensato che non avesse bisogno di remake, era un film che mi rappresentava molto e l'ho trovato subito molto bello. E' una pratica comune quella di fare remake negli Stati Uniti, come capita spesso per gli horror giapponesi: questa mi sembrava un'operazione simile, per cui all'inizio ho rifiutato. Poi ho letto il libro, e leggendolo ho sentito ancora più forte la connessione con la storia, mi è tornata in mente la mia infanzia; l'autore Jon Lindqvist è un mio coetaneo, è cresciuto nello stesso periodo in cui sono cresciuto io, negli anni '80; ho scritto una lettera a Jon, e gli ho confessato quanto ne fossi stato commosso. E' stata questa la ragione per cui alla fine ho accettato, perché a quel punto non potevo lasciare andare la storia, volevo esprimerla dal mio punto di vista, volevo ricollegarmi con la mia infanzia, con le mie sensazioni di solitudine, con l'essere stato vittima dei bulli, il dolore e la confusione, il divorzio dei miei genitori. Lui mi ha risposto, mi ha detto che aveva amato Cloverfield, che era un film fresco e originale, e che il libro rappresentava davvero, in un certo senso, la storia della sua infanzia. Mi ha incoraggiato, e siamo rimasti in contatto mentre io dirigevo il film.

Richard Jenkins in un'immagine tratta dal film Let Me In
##Il più grande miglioramento del suo film rispetto all'originale è stata la performance di Richard Jenkins. Come avete scelto questo attore? Gli avete dato la possibilità di sviluppare il suo personaggio in modo più profondo rispetto all'originale?## Certo. Pensavo che quel personaggio avesse potenzialità emotive molto forti. Una cosa che mi interessa del fare film in genere è raccontare una storia dal punto di vista di un personaggio, un po' come faceva Alfred Hitchcock che ti portava direttamente "nelle scarpe" dei personaggi, ti faceva provare empatia per loro a prescindere da cosa pensassi delle loro azioni. Mentre scrivevo il film, la casa di produzione aveva appena fatto un film con Richard Jenkins intitolato L'ospite inatteso, per cui lui era stato candiato all'Oscar; avevano organizzato una festa per lui, a me era piaciuto molto quel film e così sono andato alla festa e l'ho incontrato, insieme a mia moglie. Abbiamo parlato con lui per 40 minuti, e l'ho trovato subito una persona straordinaria; poco dopo mia moglie mi ha detto che avrebbe dovuto recitare nel mio film, e io ho subito concordato, ho pensato che sarebbe stata una grande idea: da allora il mio sogno è stato quello di averlo nel film, anche se all'inizio non sapevo se ci saremmo riusciti. Sono stato felice quando ha accettato. E' una persona molto creativa: io cerco sempre di venire incontro ai miei attori, ma con lui non ce n'è stato bisogno perché siamo stati fin dall'inizio in sintonia. E' stato subito stupito dal personaggio della ragazzina vampiro, e ha stabilito subito una connessione emotiva molto forte con lei. E' per questo, credo, che la sua interpretazione è così potente.

Nel film originale c'è una componente sessuale molto importante. Come avete affrontato questo aspetto?

Quando ho visto il film originale, nel momento in cui la ragazzina rivela il suo sesso e si vede quella cicatrice, non sapevo di preciso cosa stessi vedendo; l'ho capito solo leggendo il libro, in cui c'è un esplicito riferimento alla castrazione e al fatto che Eli fosse originariamente un maschio. Nel libro, al momento di quella rivelazione, lei gli dice "sii me", e ciò crea una connessione ancora più forte tra di loro, lui capisce e condivide la sofferenza che Eli ha vissuto; il sesso, a quel punto, diventa irrilevante. E' un momento molto forte e bello, ma ho deciso di non utilizzarlo nel mio film, perché non era così, originariamente, che avevo visto la storia: dal mio punto di vista, si trattava di un racconto sulla crescita, e anche sulla curiosità, da parte di un ragazzino, di scoprire l'altro sesso.

Chloe Moretz, Kodi Smit-McPhee e il regista Matt Reeves sul set del film Let Me In
##Da dove ha preso l'ispirazione per l'ambientazione? Il film si svolge negli USA, precisamente negli anni '80.## Il libro è ambientato negli anni '80, e anche nel film originale ci sono alcuni particolari che fanno capire che l'ambientazione è in quel periodo. Leggendo il libro, molte cose mi hanno ricordato la mia infanzia, ed ho deciso di ambientarlo negli anni '80 proprio perché ho sentito questo forte elemento della memoria; sentivo di essere fortemente legato a quegli anni, che sono stati quelli in cui sono cresciuto. Ho cercato di rendere il film più personale possibile, di fare in modo che fosse la mia interpretazione della storia originale, e proprio per questo l'ho ambientato in un periodo che conoscevo bene, e ho inserito elementi, come quello del divorzio e della religione, che facevano parte del mio bagaglio personale. E' un film narrato soprattutto dal punto di vista del ragazzino, ed è un film sulla crescita. Inoltre, l'ambientazione negli anni '80 ti fa anche pensare, alla fine del film: "Cosa gli è accaduto, poi?". E' come una favola che inizia con "C'era una volta, in un tempo e in un luogo reali".

Quanto è stato difficile fare un remake di un film come Lasciami entrare, sicuramente tra i più begli horror degli ultimi anni?

Quando è stato dato l'annuncio che avremmo fatto il film, Lasciami entrare era appena uscito negli Stati Uniti, e subito molti spettatori l'hanno amato: questo ovviamente mi ha spaventato molto, anche perché ci sono troppi rifacimenti fatti senz'anima, senza che chi li ha realizzati sentisse davvero la storia. Ero in una posizione strana, perché mi ero davvero appassionato alla storia: così sono tornato indietro al libro, ho cercato di prendere elementi da lì. Credo che nel momento in cui si offre una propria versione di una storia creata da altri, la cosa fondamentale sia appassionarsi ad essa, amare il materiale di partenza. A un certo punto comunque ho cercato di dimenticarmi il film originale, di andare avanti raccontando la mia versione della storia: ho anche chiesto agli attori di non guardare il film originale, così come al resto della troupe, compreso il direttore della fotografia. Dovevamo fare il nostro film. Sono stato comunque contento di ricevere la benedizione e l'incoraggiamento di Jon Lindqvist, per me la sua opinione contava più di ogni cosa. Ricordo che quando il film è uscito nelle sale americane, ero a New York e ho letto una recensione positiva del New York Times: per chiunque fa film negli Stati Uniti, un risultato del genere è qualcosa di straordinario. Solo che poi ho controllato la mia casella e-mail e ho visto qualcosa di ancora più importante: mi era arrivata una mail da Jon che mi diceva che aveva appena visto il film insieme a sua moglie, che lo avevano amato moltissimo e lo avevano visto due volte, e poi avevano stappato una bottiglia di champagne: diceva di essere lo scrittore più fortunato del mondo, perché il suo primo romanzo, quello che amava di più, era stato trasposto non in uno, ma in due grandi film. Le sue parole mi hanno commosso.

Una scena tratta dal film Let Me In
##Qual è stata la sequenza da incubo, quella più difficile da girare?## Quella nel tunnel, quando Chloe aggredisce l'uomo che fa jogging. L'abbiamo girata d'inverno, si gelava, c'era dell'acqua per terra e lei era a piedi nudi: faceva così freddo che non riuscivamo neanche a sentirci la faccia. Era da pazzi girare in quella situazione, erano le 3 di notte e lei era lì seduta, a piedi nudi nell'acqua gelata, e io pensavo "mio Dio, ma cosa stiamo facendo, sua madre ci denuncerà". Fare un film in un certo senso è come guidare un autobus: c'è un momento, però, in cui l'autobus va giù per una discesa e le ruote si staccano, e tu non hai più il controllo. Ecco, per noi quella scena è stato il momento in cui le ruote si sono staccate.

Ha avuto un approccio diverso nel dirigere questo film, rispetto a un altro, molto diverso, come Cloverfield?

I due film sembrano molto diversi, ma in realtà il mio approccio è stato simile: entrambi raccontano una storia attraverso il punto di vista di un personaggio. Quando vado al cinema, il mio desiderio è quello di vivere l'esperienza di qualcun altro attraverso lo schermo, è questa la potenza del cinema. Cloverfield era un esperimento più specifico, questo processo in quel film era portato all'estremo, c'era una telecamera e ciò che un personaggio vedeva o non vedeva; qui lo stesso processo è gestito in modo più classico, un po' come faceva Hitchcock. La differenza è che questo film è molto più emozionale, ha una componente malinconica più forte, mentre Cloverfield ha un ritmo più concitato, è incentrato su come i personaggi possono sopravvivere; ma il mio approccio ai due film è stato simile, legato in entrambi i casi al punto di vista di un personaggio.

Cloverfield, un'immagine della Statua della Libertà decapitata
##Cosa ne pensa di tutti i mockumentary horror che hanno seguito il suo Cloverfield? E' una moda che ancora non accenna a diminuire.## The Blair Witch Project è arrivato prima di Cloverfield, ma un prodotto del genere non era mai stato proposto su quella scala. Quando abbiamo proposto Cloverfield alla produzione, non esisteva ancora la sceneggiatura, e loro hanno subito accettato, solo perché il budget era più basso del previsto. Stavamo ancora scrivendo la sceneggiatura poco prima di iniziare a girare, c'è stata molta improvvisazione in quel film. Ci sono stati molti mockumentary dopo, ma ognuno girato in modo diverso: quello che mi interessa di questo tipo di film è il restringimento del punto di vista, il fatto di girare interamente dall'ottica di un personaggio fa cambiare completamente l'approccio alle riprese: questo succede anche in Let Me In, in realtà, la storia è raccontata dal punto di vista del bambino e da quello del personaggio di Richard Jenkins; ma in Cloverfield, ovviamente, questo discorso è portato all'estremo, perché il punto di vista è quello di una telecamera. Un'idea che ci era venuta, per un sequel di Cloverfield, era quella di raccontare la storia di quella notte dal punto di vista di un altro personaggio, ma è un'idea che abbiamo momentaneamente abbandonato visto che eravamo tutti impegnati su altri progetti; ma ci potremmo tornare. La chiave sarebbe trovare il modo di rendere il progetto fresco e interessante, meritevole di essere visto.

Matt Reeves racconta il suo Blood Story
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