Luchetti ed il suo cast raccontano l'Italia di oggi

Unico rappresentante italiano in concorso a Cannes, Daniele Luchetti ha incontrato la stampa italiana presente sulla Croisette per raccontare, insieme al cast de La nostra vita, l'Italia dei nostri giorni.

E' la storia di un dramma personale, e dell'incapacità di gestirlo, quella de La nostra vita. Ma è anche la storia dell'Italia dei nostri giorni, raccontata alternando momenti di tenerezza a sguardi colmi di cinismo, dall'immigrazione al lavoro in nero, all'incapacità di esprimere sentimenti reali in un mondo in cui sono i soldi il principale interesse di molti.
Dopo Mio fratello è figlio unico, Daniele Luchetti torna a lavorare con Elio Germano, anche qui bravissimo nel mettere in scena le diverse emozioni di Claudio, un giovane operaio, ma soprattutto un padre che si ritrova solo a crescere i suoi bambini dopo l'improvvisa morte della moglie Elena. Per Claudio non è facile gestire il dramma, e si getta anima e corpo nel lavoro, cercando di guadagnare sempre di più, senza disdegnare l'illegalità ed i soldi facili, per poter offrire ai figli ogni possibile bene materiale come forma di un insensato risarcimento per la perdita personale subita.
Unico rappresentante italiano in concorso a Cannes 2010, Luchetti ha incontrato la stampa italiana presente sulla Croisette insieme al suo cast, per analizzare il film e i suoi temi alla vigilia dell'uscita delle sale italiane in 280 copie per la distribuzione di 01.

Signor Luchetti, da uno a dieci, quanto ha sentito la mancanza di Bondi alla proiezione?

Daniele Luchetti al Festival di Cannes per presentare La nostra vita
Daniele Luchetti: Se non me l'avesse fatto notare, non me ne sarei accorto. Scherzi a parte, quando ho sentito la dichiarazione in relazione a Draquila - L'Italia che trema, mi era dispiaciuto. Riflettendo però mi sono reso conto che questa è la mia quarta volta a Cannes e mai un ministro alle mie proiezioni. Ho chiesto anche ad altri colleghi ed è così anche per loro. Forse il ragionamento fatto è stato: mi si nota di più se non vado o se dico che non andrò? Detto questo, i nostri politici sono spesso presenti a cene ufficiali, per sostenere il nostro cinema, ma mai alle proiezioni.
Elio Germano: L'importante è che si occupino della sostanza, degli aspetti pratici, a parte quelli formali.

Una domanda al signor Luchetti: non si tratta di un film politico in senso stretto, ma quello che c'è intorno alla storia ed ai personaggi lo è assolutamente. Daniele Luchetti: a un certo punto abbiamo valutato anche l'idea di raccontare per chi vota il nostro protagonista, le sue passioni politiche, ma il film si sarebbe impoverito facendo un discorso troppo diretto. Diciamo che è un film politico a posteriori, che fa trarre un ragionamento sulla condizione del nostro paese. In un'altra occasione ho citato una lettera di Chekov, in cui l'autore diceva che l'artista non deve prendere posizione, ma fare le associazioni giuste in un racconto. E' quello che ho cercato di fare e spero che permetta di far nascere un ragionamento politico. Prima un giornalista francese mi ha chiesto quando l'Italia è diventata così e io credo che sia dopo la caduta delle ideologie, un momento in cui il paese si è ritrovato povero. Quando le ideologie sono state sfilate da sotto il culo degli Italiani, l'unico modello che è rimasto loro è il diventare ricchi, ma in un paese povero.

Signor Germano, come ha affrontato il personaggio in questo ambiente italiano che ci avete descritto? Elio Germano: Ci siamo preoccupati di individuare un personaggio che potesse essere anche una persona, non appiattito in una definizione, ma vero e complesso. Ho cercato di calarrmi nel suo passato e di fare esperienze che mi dessero la possibilità di entrare in quell'ambiente, cercando di evitare di cadere nei clichè. Ho fatto un tipo di preparazione funzionale al lavoro che avremmo fatto sul set.

E' un modello di Italia che conosceva?

Elio Germano, protagonista del film La nostra vita
Elio Germano: E' l'Italia di tutti noi. Se uno dice di non conoscerla, non può essere in buona fede. Qualunque ambiente di lavoro è infarcito di questi meccanismi, non mi sembra si parli di un mondo lontano che non esiste.
Daniele Luchetti: Forse sembra nuovo in termini cinematografici, perchè spesso è un tipo di Italia che ci viene mostrato in termini da commedia o in relazione a ragionamenti politici diretti. Noi trattiamo questi personaggi come se fossimo parte di loro, perchè in realtà lo siamo. Normalmente quando diciamo "loro" ci riferiamo a quelli che votano per la parte contraria, e così via, ma in realtà è un discorso che riguarda tutti.
Elio Germano: Il lavoro di tutta la troupe è stato di assoluto rispetto per un mondo che esiste, cercando di riprodurre ogni aspetto nel modo più realistico possibile, rivolgendosi allo stesso ambiente dei nostri personaggi, a partire dai tagli di capelli agli abiti di scena acquistati al centro commerciale.

Signor Luchetti, come è nata l'idea di far immergere Claudio nel lavoro? Daniele Luchetti: E' uno degli snodi più delicati del film e secondo noi è uno dei punti di forza, perchè sono i due aspetti più difficili da connettere. E' stata importante la decisione di far fare il ricatto ad Elio dopo la morte della moglie e non prima, come in una prima versione della sceneggiatura. In questo modo si dà l'idea di un personaggio che deraglia. Qualsiasi commedia borghese avrebbe rappresentato un personaggio che si butta in altre storie o che guarda con nostalgia la foto della moglie, ma lui nega questa situazione ed è questo il punto di forza del film, che speriamo possa essere apprezzato.

Signor Germano, ci dice qualcosa sulla scena in cui Claudio mostra la fede che ha ancora al dito? Elio Germano: Per Claudio è come se questa persona non fosse mai morta. Tutto quello che Claudio fa, lo fa per lei, perchè non ha ancora superato la tragedia. Ogni tanto guarda la luce, come se questa madre, che è anche un po' la madre del mio personaggio, ci fosse ancora o lo osservasse. Lei è un po' la figura che organizza la loro vita, che si occupa di tutta la parte affettiva.

Una domanda per i due attori rumeni: cosa pensate dei vostri personaggi? Il film rispecchia l'atteggiamento che abitualmente hanno gli Italiani nei confronti degli immigrati?

Elio Germano, Raoul Bova e Marius Ignat in una scena del film La nostra vita
Alina Madalina Berzunteanu: Non penso che l'atteggiamento sia sempre questo, perchè è vero che ci sono persone che si comportano in modo politicamente scorretto, ma non si tratta solo di Italiani.
Marius Ignat: Per quanto mi riguarda, viene fuori un carattere fondamentale di quella che è la vita degli immigrati in Italia e soprattutto su come vengono trattati sul luogo di lavoro. Questo di solito è un aspetto che viene approfondito poco, di come si pensi solo a sfruttarli per ottenere un guadagno maggiore.
Daniele Luchetti: Marius non è un attore professionista ed è stato trovato dai miei assistenti dopo molte ricerche perchè aveva le caratteristiche che mi servivano, quell'enorme acutezza che dimostra alla fine. Volevo che questo messaggio finale, questa sorta di analisi fatta sul comportamento di Claudio, arrivasse dal personaggio da cui meno ce lo saremmo aspettati. Alina è stata bravissima nel recitare in italiano nonostante non lo parlasse, riuscendo non solo a memorizzare le battute, ma aggiungendo sfumature.

Nel film sembra di vedere il tema della ricerca della figura paterna, come in Biutiful, anch'esso in concorso a Cannes. Coincide con il discorso sulle ideologie? Daniele Luchetti: Forse c'è, non consapevole ma c'è. L'idea di una famiglia di soli uomini è l'idea di partenza del film, il mostrare l'orgoglio di un padre nell'avere tutti figli maschi, ma disarmato senza la presenza di una figura femminile.
Elio Germano: Non sono partito dall'idea di un padre in particolare, è stato un lavoro poco razionale da questo punto di vista. Il gioco era demandare tutto alla madre, come se anche Claudio fosse un figlio suo. Abbiamo lavorato in quest'ottica, senza pensare a quello che sarebbe stato dopo la morte del personaggio, scoprendolo poco a poco sul set.

Signor Luchetti, dalla stampa francese il film è stato accomunato a Draquila per la visione dell'Italia che arriva. Cosa ha significato per lei questo collegamento? Daniele Luchetti: L'Italia è quella, non si possono chiudere gli occhi. E' un paese pieno di contrasti, straordinario da raccontare, ma con degli aspetti che fanno stringere lo stomaco. Sono due film che fanno questo, che raccontano persone diverse da sè e sono un termometro dello stato di salute di un paese.

Questo è un festival che si caratterizza per la politica in senso ampio, è d'accordo? Daniele Luchetti: In realtà il Festival di Cannes lo è sempre stato, ha sempre raccontato l'immaginario del cinema d'autore. Un tipo di cinema che in un periodo è stato più intimista, ma che ora si sta dedicando a questo. Sicuramente non si parla di partiti, c'è molta politica ma non i partiti. Il cinema non prende posizione sulla politica, ma ne è un sintomo, a volte anche negando i temi politici.

Ci è sembrata sorprendente la scelta Raoul Bova, normalmente considerato un modello di bello, per un personaggio del genere

Raoul Bova a Cannes per presentare La nostra vita
Daniele Luchetti: Mi ha aiutato moltissimo essere amico di Raoul. Vedevo attori che corrispondevano di più alla scrittura, ma poi un giorno ho pensato a Raoul, ed è stata come una folgorazione. Ha in sè un voler far pace con la sua fortuna, un senso di colpa latente che nel film si trasforma quasi in depressione. Si tratta di un personaggio con difficoltà, con una forte timidezza, che trova accanto a sè una donna come Alina che gli dà sicurezza, che ha qualcosa di familiare che lo rassicura. Gli attori in generale possono essere scelti o per aderenza al personaggio o per contrasto e a me piace a volte sceglierli con questo secondo criterio. Anche la scelta di Isabella Ragonese o Luca Zingarettirispecchiano questa ottica: Isabella potrebbe intepretare ruoli da donna colta, mentre per Luca mi è sembrato far fare un personaggio così discutibile e diverso dal commissario Montalbano.

Signor Bova, come si è calato in questo personaggio così diverso dal suo solito? Raoul Bova: Il discorso della bellezza sembra sia quasi diventato un problema, ma in realtà io non l'ho mai affrontato, nè come problema nè come vantaggio. C'è molta attenzione su questo punto, come se alcune persone non possano avere determinati problemi o perplessità, come se chi è come me possa andare in giro senza nessun pensiero, ma in realtà sono una persona come altre, con i problemi di tutte le altre.

Signor Luchetti, ieri Marco Bellocchio ha dichiarato che secondo lui attaccare frontalmente questo governo fallimentare non fa che rafforzarlo e che bisognerebbe affrontare il problema in un altro modo. Lei ha fatto entrambe le cose, che ne pensa? Daniele Luchetti: Più che attaccare, credo sia utile cercare argomenti nuovi. Uno dei problemi della sinistra è giocare sempe di rimessa o di sponda, come reazione a quello che fa il governo. A questo paese serve una opposizione che possa rappresentare un'alternativa, proponendo nuovi modelli di felicità che non siano semplicemente "rispondere al governo", ed anche il cinema politico dovrebbe comportarsi in questo modo. Non penso che potrei fare un film oggi raccontando di Berlusconi quello che già si sa.

Signor Germano, il suo rivale per la il premio come miglior interpretazione è Javier Bardem? Elio Germano: Se è così, ho già vinto. Nel senso che per me è già una vittoria essere accostato ad un attore del genere.

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