La stella che non c'è: Amelio, Castellitto e Tai Ling al Lido

Regista e attori in conferenza stampa per raccontare il film, in concorso a Venezia 63.

Massimo Borriello

Applausi per Gianni Amelio e Sergio Castellitto, ma anche per la giovane esordiente Tai Ling accolgono la delegazione de La stella che non c'è in sala conferenze a Venezia. Il film non è sembra essere stato accolto con altrettanto calore, ma i cronisti presenti si dimostrano oltremodo interessati al nuovo lavoro di Amelio.

Lei ha detto che in Cina è difficile distinguere la merce contraffatta da quella autentica; lei ha attraversato lo sguardo di Castellitto, pensa di aver colto qualcosa di autentico nella Cina di oggi, come autore e come persona?

Gianni Amelio: Come persona penso di sì, come autore non lo so. Forse non basta un solo film per raccontare tutte le Cine o anche una sola Cina tra le tante. Devo sospendere il giudizio o almeno aspettare che siate voi a pronunciarvi. Per quanto riguarda me come persona, è stata un'esperienza fortissima, pari forsi a quella che avuto in un altro viaggio molto importante, anche se diversissimo, quello fatto con Lamerica. Per il resto credo di aver avuto dei compagni magnifici, perché la condizione giusta per entrare a contatto non con i posti ma con le persone è quella di avere accanto dei compagni curiosi quanto te. Il film scorre in maniera naturale è perché accanto avevo Castellitto e Tai Ling. Considero Castellitto il compagno di viaggio ideale per qualunque regista voglia esplorare anche il proprio quartiere, non solo la Cina.

Sergio Castellitto: Io sono un uomo fortunato, nel senso che compiere un viaggio, un'esperienza di questo tipo, perché la Cina non è solo un paese, è un altro pianeta, un altro modo di pensare, è stato di per sé straordinario. Non voglio entrare nel gioco dei complimenti reciproci, ma devo dire che mai mi sono sentito così "amato" da un regista, così "cercato" dalal cinepresa. Di questo voglio ringraziare Gianni, prché lui l'ha voluto e questo conferma la sua autorevolezza; ha voluto che gli occhi dell'attore, del personaggio coincidessero con lo sguardo della sua regia, e questo mi ha fatto sentire una straordinaria responsabilità. Questo per comporre quello che il film più semplice - nel senso più alto della parola - che secondo me Gianni abbia fatto. Un film che ha una capacità di divulgazione ed emotiva che èrara nel nostro cinema.

Castellitto, come si è sentito a girare in Cina? Conosceva il pese o è andato allo sbaraglio come il suo personaggio?

Sergio Castellitto: Andare in Cina è come scendere su un altro pianeta. Io non credo dell'immedesimazione, credo nella percezione della sensibilità del personaggio. Gli occhi di Sergio erano davvero gli occhi di Vincenzo Bunavolontà. Poi questo cognome mi ha guidato molto: è cuore, intelligenza, è stomaco. E' un uomo che parte rigido e impara la morbidezza con queto viaggio, parte tenace e arriva dolce. Il gesto più attivo che compie lo compie quando si ferma. Ha attraversato le praterie e gli altiforni e non si è mai fermato un attimo, poi si siede sul marciapiede e si ferma. E' un gesto attivo perché impara a fermarsi.

Vedendo il film si scoprono dua aspetti della regia: l'aspetto documetaristico, l'esplorazione di un ambiente e ci affascina e che ci preoccupa, e il racconto dei due personaggi centrali, meravigliosamente narrati e ritratti dai due interpreti. Nella sue intenzioni, Amelio, ha prevalso non il racconto dei personaggi ma l'illustrazione dell'ambiente?

Gianni Amelio: Io credo un po' tutte e due le cose. Io ho un maestro, che credo sia un po' maestro di tutti, Rossellini, che ci ha insegnato che lo sguardo è uno sguardo morale che non permette di distinguere le due cose, il cuore e la ragione. Nel momento in cui io guardo un paese che non conosco e cerco di giudicarlo ho bisogno di una guida accanto a me o dentro di me. La storia della scoperta di un mondo diverso, con la necessità di qualcuno che ti prenda per mano. Io come regista portavo per mano Vincenzo Buonavolontà, ma allo stesso tempo i ruoli spesso si invertivano. Io non sono molto bravo come documentarista, se per questa cosa si intende un sguardo neutro su ciò che si racconta. Ho sempre bisogno di passare attraverso i sentimenti per descrivere anche un semplice paesaggio. Tutto ciò che della Cina ho imparato e raccontato nel film era in realtà la visione che ne avevano Vincenzo e Liu Hua. E per la prima volta credo di essermi immedesimanto completamente con un personaggio di un mio film, non ci ero mai riuscito, avevo sempre avuto un minimo di distacco e anche molto critico su degli esseri umani che ho descritto, come i due criminali che vanno in Albania, o l'emigrato che va a Torino e diventa mafioso in Così ridevano, o anche il padre di Paolo in Le chiavi di casa, un uomo che ha paura. Per la prima volta ho potuto dare una parte dei miei sentimenti a un personaggio, e credo che Sergio in qualche modo camminasse anche su questa lunghezza d'onda, in modo che Vincenzo diventava una terza persona che stava in nostra compagnia. A un certo punto credo che Vincenzo ci abbia anche protetti, tutti e due. Nei momenti in cui capita che un regista abbia qualche dubbio (devo dire che come attore Sergio non ne ha), rincorrevo a Vincenzo e poi trasmettevo a Sergio il bisogno di Vincenzo. Il film si è fatto con questa tenerezza che veniva dal bisogno di scrollarci di dosso delle scorie che ci portavamo adosso da casa nostra e volevamo lasciarci alle spalle.

Se dal punto di vista umano c'è sempre speranza, ho avvertito in questo film un certo pessimisto per quanto riguarda l'aspetto politico-sociale. L'uomo di buona volontà esiste ancora sul piano umano, ma su un piano più ampio tutto si sta uniformando negativamente...

Gianni Amelio: Vorri ricordare il finale di una altro mio film, Porte aperte, che sembre il film più amaro che io abbia fatto, ma si chiude con una frase: "Ho fiducia, nonostante tutto." E questo è anche il messaggio de La stella che non c'è.

Amelio, lei non è nuovo a questi sguardi fuori dai confini nazionali, quasi percorrendo la moda del momento: dieci, quindici anni fa, si parlava dell'Albania che premeva ai nostri confini, oggi c'è lo slogan "La Cina è vicina". Sarà una trilogia, con cosa la chiuderà? Qual è lo scenario prossimo venturo?

Gianni Amelio: La trilogia è appena aperta, diventerà una pentalogia, una nonalogia, perchè no. Io non scelgo affatto le mode, casomai alcune cose diventano di moda proprio perché rielaborate dagli artisti. La Cina è vicina era uno slogan del '68. Se io sono andato in Cina non è stato per lisciare il pelo alla propaganda, ma per raccontare la storia di una decantazione, racconto una storia eterna, il bisogno di vivere, di non arrendersi nonostante tutto, nei panni di uomo che cerca un posto per ricominciare. Guardandosi intorno non è facile trovare un posto adatto per ricominciare. Io mi sono fermato in una stazioncina e isolata e ho lasciato che lì due essere umani cominciassero la loro strada - una strada mi auguro non in salita, ma diritta come i binari.

Tai Ling come è stata scelta, e continuerà a lavorare in Italia?

Tai Ling: Sono stata scelta per caso, e mi sono sentita molto naturale, non ho avuto problemi a immedesimarmi nel personaggio, anzi le mie esperienze, i miei ricordi mi hanno aiutato. Mi piacerebbe motlo continuare a recitare, mi è piaciuto moltissimo

Gianni Amelio: Io sono abituato a non fare provini agli attori non professionisti, li farei volentieri ai professionisti invece, non per loro, ma per capire se sarò io in grado di gestirli. Non si pretende la tecnica dalla persona che arriva per la prima volta davanti alla cinepresa, quindi si sceglie una persona prima che un attore. Tai Ling era una persona straordinaria; passando due ore insieme a lei capii che sarebbe stata vicina al personaggio che io volevo raccntare, quindi il personaggio di Liu Hua si è plasmato sul suo carattere e il suo modo di fare.

La stella che non c'è: Amelio, Castellitto e Tai...
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