Il ritorno

2003, Drammatico

Recensione Il ritorno (2003)

Il Ritorno è un viaggio simbolico, atemporale (potrebbe essere ambientato in qualsiasi periodo storico) nella coscienza, nella condizione umana.

Elena Mortelliti

La poesia dell'immagine

Il ritorno nel film palma d'oro al 60° Festival di Venezia è il ritorno a casa di un padre svanito nel nulla per dodici anni, lasciando i suoi due figli e la sua bella moglie a badare a sé stessi.
Questo ritorno non è definitivo, perché in realtà annuncia una nuova partenza, questa volta pianificata: quella del padre e dei suoi figli increduli di aver ritrovato improvvisamente la loro "guida" verso una meta lontana misteriosa: un'isola deserta del nord della Russia.
Questa la trama del film che in queste ultime settimane ha fatto tanto palpitare i cuori degli italiani delusi dal verdetto della giuria internazionale del festival, e che al di là di tutte le polemiche sterili e ingiuste, permette ad un pubblico internazionale di conoscere un'opera di un paese come la Russia le cui produzioni sono pressochè assenti nelle sale cinematografiche europee, e un regista che al suo primo lungometraggio di finzione dimostra di padroneggiare molto bene i mezzi espressivi del cinema e soprattutto di saperli utilizzare poeticamente.
In realtà la trama del film è funzionale ad un "discorso" cinematografico e poetico che utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione (l'immagine, la luce, la realtà, i colori, i volti) per raccontare un momento molto delicato nella crescita, ovvero quello del passaggio all'età adulta, matura (a volte questo avviene prima del tempo, perché gli eventi lo esigono, come in questo caso) che due bambini conosceranno proprio in occasione della loro prima e ultima avventura col padre.
Il Ritorno è un viaggio simbolico, atemporale (potrebbe essere ambientato in qualsiasi periodo storico) nella coscienza, nella condizione umana.
E' infatti un film ricchissimo di immagini simboliche, che descrivono così bene la condizione psicologica dei personaggi soli e costretti prima del tempo a prendersi le proprie responsabilità.
Ogni immagine de Il Ritorno può essere letta come una piccola poesia sulla condizione umana, a partire dalla composizione del quadro, dalla scelta delle angolazioni della macchina da presa, dall'uso dello spazio ad esempio e del suo rapporto con i personaggi. Si intuisce infatti proprio dal rapporto nell'immagine tra lo spazio e i personaggi, come il regista voglia esprimere l'idea di una natura prevaricatrice sul destino degli uomini, piccoli e indifesi, come ci suggerisce fin dall'inizio del film, chiave di lettura della poetica del Ritorno.
Le prime immagini ci mostrano una piccola stradina desolata lungomare dove predomina, grazie ai movimenti della macchina da presa, un cielo livido che si immerge gradualmente nel blu intenso del mare. In questa atmosfera sospesa nel tempo (che la musica sapientemente contribuisce a descrivere) si erge maestosa una torre di vedetta, dalla quale dei ragazzi incoscientemente si tuffano. L'ultimo del gruppo, uno dei due protagonisti, soffre di vertigini, e pertanto una volta in cima alla torre non riesce a tuffarsi, nonostante le risa di scherno degli amici che nel frattempo si stancheranno del gioco e lo lasceranno solo.
Eccolo lì, in cima ad una torre altissima, in mezzo a questo cielo plumbeo e al mare che si perde nell'orizzonte, nel silenzio, lui, la torre e la natura, una lotta impari a cui non riesce a sottrarsi, piccolo e impotente, avvolto dagli eleganti movimenti della macchina da presa. Arriverà la mamma a salvarlo, a riportarlo a terra, per tranquillizzarlo.
E' in questo modo che il regista ci presenta il suo film, mostrandoci fin dall'inizio come il suo sguardo sia libero e indipendente dai personaggi, che si, sono importanti, ma funzionali rispetto al significato che le singole immagini avranno.
Al nostro Zvyagintsev non interessa svelare i numerosi misteri dell'intreccio: chi è il padre di questi ragazzi? Da dove viene? Perché è scomparso per tutti questi anni? Questi misteri infatti rimarranno irrisolti, deludendo tutti quegli spettatori legati alla scioglimento finale dell'intreccio e noncuranti di quanto "altro" si possa dire in un film. I personaggi diventeranno in questo modo simboli della condizione umana e dunque conoscere tutti i dettagli sulla loro vita non sarà il primo intento del regista.
Non ci sembra così difficile scorgere nell'indagine poetica dell'autore de Il Ritornoun'influenza "Antonioniana"che per alcune scelte registiche sembra evidente. Quando lo sguardo di un autore riesce ad esprimere sentimenti forti, emozioni, come quelli espressi nel film, attraverso le risorse del linguaggio cinematografico, senza ricorrere ad "effetti" o altre trovate spettacolari, per semplificare piuttosto che complicare l'immagine, caricandola di senso, allora si è di fronte ad un piccolo capolavoro (come in questo caso), che ci lascia sperare in un futuro prossimo ricco di soprese.

Recensione Il ritorno (2003)
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