Levity

2003, Drammatico

Recensione Levity (2003)

Intimista, leggero, lineare, semplice, a tratti anche divertente ma che non perde mai di vista la sua vena spirituale grazie all'alone di mistero che avvolge gli strani ed imprevedibili personaggi.

La leggerezza del perdono

Levity (leggerezza) è un film ricco di sentimento, atipico rispetto ai soliti drammi sociali di Hollywood; il protagonista è Manual Jordan (Billy Bob Thornton), un uomo in cerca di un perdono che 'alleggerisca' la sua anima dal peso troppo gravoso che si porta dietro per aver commesso un omicidio, scontato con 22 anni di carcere. Manual si è arreso senza combattere al suo triste destino e si è convinto negli anni di non meritare di vivere serenamente il resto dei suoi giorni, ma di dover finire la sua esistenza nel luttuoso limbo di colpevolezza costruitosi intorno. Dovrà cambiare idea quando giunge inaspettatamente per lui, il momento di uscire di prigione ed affrontare lo stesso mondo che tanti anni prima lo aveva giustamente punito. Non vorrebbe uscire ma deve, non può decidere di rimanere ma vorrebbe farlo, la sua buona condotta gli ha ridotto la pena ed ora è - a tutti gli effetti - un uomo libero. Avrà inizio così il viaggio di Manual alla ricerca, se mai esistesse, del posto che gli è stato destinato o meglio 'assegnato' in cui vivere quel che resta di una vita che sente non essergli mai appartenuta appieno.

Cosa ci sarà là fuori ad aspettare un uomo solo che non sa dove andare e non si sente di meritare nulla? Gli basterà ottenere il perdono anche se il passato rimarrà lì fisso ed incancellabile per sempre? Sono tutte domande a cui non sa rispondere, quel che sa è che ora a differenza di prima ha un motivo per cui vivere, un obiettivo preciso: quel riscatto che ai suoi occhi pareva così irraggiungibile e che renderebbe meno inutile la sua permanenza su questa Terra sembra adesso più vicino. Basta semplicemente abbandonarsi alle emozioni e tendere una mano, non serve affannarsi nel cercarlo a tutti i costi, perché se è destino che lui lo debba ottenere, in un modo o nell'altro lo otterrà.
Con l'unico scopo di redimere la sua anima, Manual proverà ad aiutare Adele (Holly Hunter), la sorella del ragazzo ucciso 22 anni prima e contemporaneamente darà una mano a Miles (Morgan Freeman), un pastore del centro sociale per disadattati in cui è capitato per una strana coincidenza. Proprio qui conoscerà l'isterica e menefreghista Sofia (Kirsten Dunst) definita cinicamente da Manual 'uno spreco di spazio'; una ragazza che ha come unico passatempo le droghe, l'alcool ed una promiscua condotta di vita, ma forse è anche l'unica capace di capirlo fino in fondo perché come lui ha toccato il fondo ed ora può solo cercare di risalire. Chissà se poi alla fine tutto questo basterà a Manual per sentirsi sollevato, in fondo pensandoci bene ha ragione il suo amico Miles: "che senso ha avere paura di un Dio in cui non credi e che non ti da la possibilità di tornare indietro e comportarti in maniera diversa?".

Il regista Ed Solomon ha tratto lo spunto per questa storia da un'esperienza personale vissuta quando era insegnante in un penitenziario giovanile di massima sicurezza. Lì conobbe un ragazzo, un detenuto, che aveva da scontare un ergastolo per omicidio e che si teneva davanti agli occhi - in ogni istante delle sue interminabili giornate - la foto della persona che aveva ucciso. Quello che incuriosiva Solomon, e che in questi anni è stato l'oggetto delle sue riflessioni, era la ragione che potesse spingere quel ragazzo a fissare quel ritaglio di giornale e quel che avrebbe fatto se un giorno fosse mai uscito di prigione. Intorno alla metà degli anni '80 iniziò a pensare ad una sceneggiatura che parlasse di questo argomento e che, ci avventuriamo in un'ipotesi, potesse provare a dare una risposta a queste domande o almeno ad immaginare una possibile conclusione per questa triste storia. Si rese conto di non essere pronto per affrontare un argomento simile e quindi ripose tutto in un cassetto. Solo dopo il successo di Men in Black (di cui è stato sceneggiatore) Solomon pensò che forse era giunto il momento di riprovare con il suo progetto, sia perché si sentiva ormai maturo per un'esperienza impegnativa, sia perché gli sarebbe stato più facile trovare i finanziamenti per realizzarlo al meglio.

La svolta ci fu quando decise di contattare gli unici artisti a suo parere capaci di dare vita alle due figure che si era fissato in mente; stiamo parlando di due grandissimi come Billy Bob Thornton e Morgan Freeman. Nonostante il film avesse ben poche pretese e non fosse mai stato pensato come un kolossal i due non solo accettarono immediatamente di parteciparvi ma Freeman decise anche di entrare come produttore esecutivo con la sua Revelation Entertainment (insieme alla sua socia Lory McCreary). Altri finanziamenti però non furono facili da trovare sia perché Levity nasce come indipendente e tale volle mantenerlo Solomon, ma soprattutto perché è un film che affronta temi difficili con un particolare approccio rispetto al solito retorico mercato hollywoodiano.

Intimista, leggero, lineare, semplice, a tratti anche divertente ma che non perde mai di vista la sua vena spirituale grazie all'alone di mistero che avvolge gli strani ed imprevedibili personaggi. Immaginate poi il tutto immerso nell'atmosfera magica che solo una città solitaria e romantica come una Montreal invernale può donare (per scelta precisa del regista mai citata nel film).
Tutto questo fa di Levity un film piacevole, serioso e talvolta troppo cinico ma anche ironico e positivista a metà tra il sacro e il profano; ma cosa più importante, è un film che fa entrare di diritto Solomon (finora produttore e sceneggiatore) nella cerchia dei registi emergenti più promettenti del panorama cinematografico mondiale.
Eleganti e talvolta geniali i dialoghi Freeman-Thornton, magistrale la fotografia di Roger Deakins in certi momenti quasi glaciale, tendente ai colori freddi come il grigio ed il celeste illuminati dalla luce dei neon che donano al personaggio di Manual allo stesso tempo una surrelità ed una incisività visiva che non avrebbe avuto bisogno di dialoghi per esprimersi.

Recensione Levity (2003)
Luciana Morelli
Redattore
3.0 3.0
Privacy Policy