L'apocalisse di Bela Tarr e il cavallo di Nietzsche a Berlino

L'anziano regista ungherese di culto presenta The Turin Horse nel concorso internazionale di Berlino. Ad accompagnarlo sono i 'suoi' attori: Janos Derzsi ed Erica Bok.

Cinema d'autore aspro e scevro da compromessi quello di Bela Tarr. Il suo The Turin Horse irrompe nella competizione berlinese spostando il piano della riflessione su temi complessi come la moralità, la caducità umana e il senso del tempo e della morte. Simbolico e metafisico, il suo denso lungometraggio si ispira alle leggenda legata all'incontro di Nietzsche con un cavallo maltrattato dal suo cocchiere durante la sua permanenza torinese. Insieme al regista ungherese, sono presenti a Berlino i due straordinari protagonisti, il veterano Janos Derzsi e la timidissima Erica Bok, attrice non protagonista scoperta da Bela Tarr in Sátántangó.

Sarebbe interessante sapere qualcosa di più sull'inizio del film dove, in una lunga didascalia, citi la tua fonte d'ispirazione, Nietzsche, o meglio l'incidente occorsogli a Torino nel 1889 quando la visione di un cocchiere che frustava il cavallo gli provocò una crisi di pazzia. Quale è il tuo legame con il filosofo e come la sua opera ha influenzato il tuo lavoro?

Bela Tarr: Se cominciassi ora a parlare dell'opera di Nietzsche non mi basterebbero settimane per esaurire l'argomento. Per il momento posso solo dire che Nietzsche fa parte del mio film come il cavallo e gli altri personaggi.

C'è un ragione particolare per la presenza degli zingari e per il modo in cui essi sono rappresentati?

Bela Tarr: Il mio film si svolge in un arco temporale di sei giorni. Gli zingari arrivano il terzo giorno e sono ovviamente figure simboliche. Rappresentano la libertà, la vita selvaggia e il nomadismo.

Il concept visivo di The Turin Horse è incredibile. Potresti dire qualche parola su come lo avete creato concettualmente e tecnicamente?

Bela Tarr: Il concept visivo del film è legato ai nostri gusti, alla nostra passione per un certo tipo di film e per un'epoca precisa che abbiamo tentato di ricreare nel nostro lavoro. Io vedo il mondo in un modo molto simile a quello dei miei collaboratori, mettiamo la macchina da presa sul terreno e giriamo. Questo è il risultato.

Il film è diviso in sei atti e a ogni atto, ogni giorno che passa, la speranza diminuisce.

Bela Tarr: Capisco che il mio film possa essere percepito così. Il mio lavoro non è fornire soluzioni, ma narrare storie, mostrare situazioni. In questo caso si tratta di una situazione molto negativa. Nel mondo tutto muore, le cose finiscono e quello che faccio nel mio film è mostrare la realtà, denunciare la deperibilità di cose, animali e persone.

Erika Bók nel film A Torinói ló
Si parla di un tuo ritiro dal mondo del cinema. E' una notizia vera? E come reagiresti nel caso in cui The Turin Horse ricevesse un premio al festival?

Bela Tarr: So che è circolata la notizia che mi voleva pronto al ritiro, ma non ne voglio parlare. Le persone che mi conoscono bene sanno quale potrebbe essere la ragione. Sono consapevole del fatto che sia complicato produrre film d'arte per via del loro mercato limitato. Anche i premi hanno un valore limitato. Dopo un po' di tempo il pubblico si dimentica dei premi vinti da un film e nel frattempo vengono prodotte nuove opere. Io sono un pericolo perché mi piace ripetermi perciò, se deciderò di continuare a lavorare, potrei realizzare altri film di questo tipo.

The Turin Horse è una sorta di visione metafisica della fine del mondo. Come ha fatto il cast a trovare la chiave giusta per recitare in questo film?

Janos Derzsi: Lavorare con Bela è estremamente difficile. All'inizio del film lui ti spiega cosa vuole, però è folle, è un monomaniaco. Cura ogni produzione nei minimi dettagli piazzando la camera di fronte all'attore e pretendendo il massimo da lui. La sua ossessione è fotografare la verità espressa dagli occhi di chi recita.

Bela, quando hai iniziato a girare The Turin Horse quale era il tuo vero scopo?

Bela Tarr: Le persone sono spinte da motivazioni molto diverse. Chi si avvicina all'arte lo fa perché sente la necessità di esprimere la propria anima, di fare qualcosa di completamente nuovo rispetto alle cose già prodotte. Questo processo è inevitabile. Solo se una persona è fermamente convinta di una cosa può trasmettere il suo pensiero a un pubblico. Io ho cercato di narrare l'inevitabile pesantezza della vita.

Come è nata l'idea di girare un film sulla leggenda che vede protagonista Nietzsche?

Bela Tarr: L'idea è nata negli anni '80. Quando ho letto la storia di Nietzsche l'ho trovata commovente e così ho deciso di trarne un film. Ho iniziato a discutere il soggetto con i miei collaboratori e progressivamente questo ha preso forma, focalizzandosi sul destino del carrettiere e della figlia. Il fulcro di questo lavoro non è l'arte o l'ideologia, ma la vita. Ho trasformato una leggenda in una storia vera e propria.

Il film è un racconto morale in cui a ogni tappa vengono ripetuti gli stessi gesti. Quale è il significato di questo ritorno costante?

Bela Tarr: Quando ogni mattina ci alziamo ci guardiamo allo specchio e compiamo gli stessi gesti. Vi è un'insistenza patologica nel riprodurre costantemente le stesse azioni nell'attesa che qualcosa di nuovo accada. E' una tendenza tipica dell'essere umano. Quello che ho fatto nel mio film è stato riprodurre la vita.

The Turin Horse ha già una distribuzione?

Bela Tarr: Questo è un film low budget co-prodotto da tre compagnie ungheresi insieme a Germania, Francia e Svizzera. E' stato veramente arduo trovare i fondi per girare un lavoro del genere. Il film non ha ancora un distribuzione, ma la nostra speranza è quella di venderlo in tutto il mondo.

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