Jake Gyllenhaal al London Film Festival: "Volevo essere Patrick Swayze"

Jake Gyllenhaal è stato ospite al London Film Festival per ripercorrere alcuni momenti curiosi ed emozionanti della sua carriera sul grande schermo.

Solo pochi fortunati hanno potuto partecipare allo Screen Talk di Jake Gyllenhaal in programma alla 61° edizione del London Film Festival, vincendo il biglietto estratto a sorte come una vera e propria lotteria. E non solo il pubblico, ma anche la stampa e gli addetti ai lavori hanno dovuto sperare di rientrare tra gli spettatori selezionati e, noi di Movieplayer siamo stati tra coloro che hanno affollato la sala NFT 1 del BFI Southbank, per ascoltare l'attore americano ripercorrere alcuni dei momenti fondamentali della sua carriera sul grande schermo.

"I miei genitori mi hanno sempre appoggiato, purché la passione per la recitazione non incidesse sugli studi. Mi hanno permesso di partecipare ad alcuni provini importanti poichè, a quel tempo, sentivo che fare l'attore era una cosa che volevo fermamente, pur non sapendo spiegare il perché" ha raccontato Gyllenhaal ad una platea attenta e incuriosita, ricordando l'emozione delle prime volte che si è messo davanti ad una telecamera per dimostrare il suo talento e realizzare il sogno di fare l'attore. "Ai tempi del liceo capitava spesso che tra una lezione e l'altra volavo ad un provino e poi tornavo di corsa sui banchi di scuola" con due film nel cuore, Il giullare del re e Point Break. "Mia madre amava Danny Kaye e quindi sono cresciuto guardando molti suoi lavori. Era molto musicale e aveva un certo charme, ma da bambino mi ha colpito soprattutto la musica dei suoi film che ormai fa parte del mio DNA. Il giullare del re è uno di quei film che ho visto a ripetizione, insieme a Point break, Punto di rottura con Patrick Swayze".

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Il successo tormentato di Donnie Darko

Jake Gyllenhaal in una sequenza di Donnie Darko

Il suo primo film importante è stato Cielo d'ottobre di Joe Johnston nel 1999, seguito poi da Donnie Darko, che ha realmente segnato la svolta definitiva della sua carriera. Durante lo screen talk è stata mostrata la clip in cui il giovane Donnie viene ipnotizzato dalla sua psicoanalista, una delle tante scene che hanno contribuito a portare alla luce questo cult di Richard Kelly che, in un primo momento, non è stato accolto con convinzione dalla stampa americana. "Richard si è dimostrato subito aperto e disponibile con me e la sceneggiatura era incredibile. Abbiamo girato il film in circa 28 giorni e ci sono state una serie di coincidenze strane sul set, tra realtà e fantasia. Quando il film è uscito negli Stati Uniti però non è stato preso molto in considerazione e accolto molto bene, mentre in Inghilterra la risposta è stata particolare e ha prodotto un'energia tale da richiamare l'attenzione dei giornalisti americani che ci hanno in un certo senso ripensato" ha spiegato l'attore, aprendosi al pubblico presente in sala come fosse una chiacchierata tra amici. "Ho letto su una rivista inglese che hai detto di non essere dotato di umorismo" gli ha chiesto una spettatrice, e lui ha replicato prontamente: "Ero sarcastico, ma nel paese sbagliato forse!", facendo ridere l'intera platea.

Jake Gyllenhaal, Jena Malone e lo spaventoso coniglio Frank in una scena di Donnie Darko

Continuando a parlare di Donnie Darko, Gyllenhaal ha tenuto a sottolineare l'importanza del cast con cui ha lavorato, "un gruppo di persone incredibile, in particolare Patrick Swayze che per me è l'ultimo modello di quel tipo di star. Da ragazzo sognavo di essere un attore come lui". Un racconto di formazione intriso di paranormale per un viaggio allucinato ed emotivo da interpretare, così si potrebbe definire Donnie Darko. "Io e Richard abbiamo parlato di un'idea di adolescenza non molto chiara, con una sensazione straordinaria ma anche spaventosa in cui non si è padroni della propria vita. Infatti per me tutto in questo film è una metafora della crescita di questo giovane protagonista, metafora del diventare grande con tutto quello che comporta. Abbiamo parlato molto di questo aspetto soprannaturale del film che doveva accompagnare una storia normale. Ma se pensi che la storia è tutto frutto della mente di Richard è incredibile" ha raccontato, aggiungendo: "Quando prepari un personaggio devi fare quello che senti. A me non piace lavorare da solo, adoro guardare il lavoro degli altri e farmi ispirare da quello che ho intorno. Cambio spesso idea e credo di imparare da chi è migliore di me, amo fare questo".

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Il ricordo di Heath Ledger

Heath Ledger e Jake Gyllenhaal sul set di Brokeback Mountain

Nel 2005 Jake Gyllenhaal accetta il ruolo di Jack Twist nel film I segreti di Brokeback Mountain diretto da Ang Lee, conquistando la nomination agli Oscar l'anno dopo. Negli anni '60 tra gli affascinanti paesaggi del Wyoming due guardiani di greggi instaurano un rapporto profondo, che parte da un'amicizia per trovare una nuova intimità fino alla fine dell'estate, quando è il momento di tornare dalle rispettive mogli. Per questo film Gyllenhaal ha lavorato a stretto contatto con Heath Ledger, scomparso prematuramente nel 2008 all'età di soli 28 anni. "Heath e io abbiamo imparato a cavalcare e a fare altre cose da cowboy per il film. Abbiamo passato molto tempo insieme, anche con Michelle Williams e Anne Hathaway. Mi ricorderò sempre che ad un certo punto lui è venuto da me e mi ha detto 'Tu e Anne state insieme come l'olio e l'acqua' e io perplesso gli ho risposto 'Cool, yeah!', ma poi ho passato tutta la notte a cercare di capire cosa volesse dire".

Heath Ledger è Ennis Del Mar in Brockeback Mountain

Visibilmente commosso ha ricordato il lavoro dentro e fuori dal set con l'amico e collega che ha conosciuto proprio in occasione del film. "Ero a New York e venni a sapere di questo casting, e due settimane dopo ero nel cast. Ho fatto questo primo incontro con Heath Ledger, un ragazzo che non conoscevo per niente e ci hanno messo insieme in una stanza chiusa a provare. Eravamo entrambi molto giovani e confusi, ma questo film ha avuto conseguenze sulla mia vita e la mia carriera, ed entrambi abbiamo imparato molto" ha raccontato Gyllenhaal.
"È la storia di due anime connesse che si cercano, e per me non si tratta di una storia d'amore omosessuale, ma solo di una storia d'amore" ha detto infine, concludendo il discorso su questo dramma applaudito da pubblico e critica.

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Il detective Loki di Prisoners

Prisoners: Jake Gyllenhaal e Hugh Jackman in un'immagine tratta dal film

Lo screen talk si sofferma poi sul ruolo di Jake Gyllenhaal nel film Prisoners di Denis Villeneuve, in cui egli interpreta il detective Loki a capo di una indagine su due bambine scomparse nel nulla in un sobborgo della Pennsylvania. "Ho passato molto tempo con un vero detective per capire come interpretare al meglio Loki, nel comportamento con i criminali e il resto. Questo ragazzo cerca di trovare delle risposte" ha raccontato prima della proiezione di una scena del film in cui porta avanti un interrogatorio graffiante con Paul Dano nei panni del sospettato colpevole. "In particolare quando si tratta di un thriller o di un mistery devi saper creare quell'atmosfera giusta e noi abbiamo provato a farlo" ha detto, aggiungendo che prossimamente reciterà nel debutto alla regia di Paul Dano, intitolato Wildlife: "Sì, farò il suo film con Carey Mulligan, un'altra cara amica, quindi non vedo l'ora di girare. E' un regista molto bravo".

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Stronger, l'emozionante storia di Jeff Bauman

Lo screen talk si è concluso con alcune riflessioni di Jake Gyllenhaal sul suo ultimo film Stronger, che farà parte anche del programma della Festa del Cinema di Roma 2017. Qui l'attore interpreta Jeff Bauman, un ragazzo che ha perso realmente le gambe in seguito al famoso attentato durante la maratona di Boston del 2013. "Questo film ha cambiato la mia prospettiva, mi sono innamorato di Jeff, della sua storia. Ho passato un anno con lui e, quando l'ho incontrato per la prima volta avevo già fatto molte ricerche sull'accaduto. Ho ascoltato molte interviste e visto un po' di materiale di repertorio, ed ero così intimidito e nervoso che non potevo fare finta di non esserlo. Ma io e Jeff siamo stati subito connessi, e siamo diventati amici" ha raccontato.

"Penso che sia necessario raccontare la storia di Jeff adesso, come fonte di ispirazione. Non voglio che le persone interpretino male il senso di questo film. Non riguarda un evento, si tratta di un essere umano e penso che tendiamo a sensazionalizzare le storie e non la gente, proprio per questo abbiamo fatto questo film" ha aggiunto, continuando infine: "Penso che le persone che sopravvivano diventino più forti e anche migliori di quelle che erano prima. Sono esattamente il tipo di persone su cui dovremmo fare film".

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