Triage

2009, Drammatico

Recensione Triage (2009)

Triage non è il solito film di guerra ma una storia ricca di sentimento e di rispetto che racchiude l'amarezza, il pessimismo e l'incapacità di tornare alla normalità di un uomo, Tanovic, che ha vissuto sulla sua pelle tutto quello che noi vediamo sullo schermo.

Istantanee di guerra

Dublino, 1988. Mark e David vivono in Irlanda ma da molti anni ormai hanno scelto di lavorare lontano da casa per avventurarsi nei luoghi più flagellati del mondo. I due amici condividono infatti una grande passione, quella per il loro lavoro di fotoreporter di guerra, un lavoro rischioso che entrambi hanno scelto di fare spinti da motivazioni diverse. L'ennesimo viaggio insieme sul campo di battaglia li porta in Kurdistan, dove imperversa una guerra infinita tra le fazioni curde e gli stati confinanti che mirano alla supremazia territoriale e ai possedimenti petroliferi di quello spicchio di terra che è di tutti tranne ma di nessuno dei suoi abitanti. Ma mentre David non ne può più di vedere quegli scempi, Mark sembra non fermarsi dinanzi a nulla ed è perennemente alle ricerca lo scatto perfetto. Sarà negli altipiani curdi, nei meandri delle grotte di Harir, che i due entrano in contatto con il dottor Talzani, un medico decisamente atipico armato di pistola, costretto a decidere in pochi istanti il destino dei suoi pazienti affibbiando loro un'etichetta: gialla se c'è ancora speranza di salvarli, blu se non c'è più nulla da fare. Dopo l'ennesimo attentato ai loro convogli diretti verso gli avamposti iracheni, David molla la presa e dice basta deciso a tornarsene a Dublino dove la moglie Diane sta per dare alla luce il loro primo figlio. Ferito gravemente durante un'offensiva irachena Mark è invece costretto a trattenersi in Kurdistan e viene trasportato proprio nelle grotte in cui aveva assistito alle 'sentenze' del dottor Talzani. La sua etichetta gialla lo rassicura e giudicato guaribile in poche settimane Mark viene invitato a tornare a casa.

Paz Vega e Colin Farrell nel film Triage
Ad attenderlo la sua bellissima moglie spagnola Diane, che sorpresa di vederlo tornare a casa fa fatica a riconoscerlo e si accorge subito che in quelle terre qualcosa di grave gli è successo. Mark è cambiato, sembra non riuscire più a tornare alla sua vecchia vita, si aggira come uno zombie per le strade e i locali della città ed è sempre più provato, psicologicamente e fisicamente. Le sue condizioni anziché migliorare stanno visibilmente peggiorando mentre il suo umore è sempre pessimo. La situazione precipita quando da Diane viene a sapere che in realtà David a casa non è mai tornato. La verità è che non gli importa molto degli ottimi scatti realizzati e del fantastico reportage che potrà vendere al migliore offerente perchè qualcosa di brutto è accaduto in Kurdistan e la verità sulla sorte di Mark comincerà pian piano a raffiorare anche grazie all'86enne Joaquin, vecchio nonno di Diane, psichiatra in pensione che nell'esercizio della sua professione ha 'guarito' tanti uomini di guerra dai loro tormenti, inimicandosi persino sua nipote per aver offerto sostegno a molti criminali di guerra ai tempi della spagna di Franco.

Christopher Lee e Paz Vega in una scena del film Triage
Triage è un termine francese usato per indicare il sistema di smistamento con cui in un pronto soccorso si attribuisce priorità ai pazienti a seconda della gravità del loro infortunio, di solito associando ad essi il colore corrispondente alla classe di urgenza. Una categoria che nelle zone di guerra si riduce a due colori, uno associato alla speranza di sopravvivenza l'altro alla morte certa. Decisioni da prendere velocemente da parte di medici che in questi frangenti si sostituiscono a Dio, cercando di non farsi coinvolgere emotivamente, provando a pensare alle vite che possono effettivamente essere salvate senza perdere tempo con i casi disperati. Una delle cose più forti e sconvolgenti che i due protagonisti di Triage abbiano mai visto visto e documentato con i loro obiettivi sui campi di battaglia. C'è l'orrore della guerra anche in questa nuova fatica del regista bosniaco Danis Tanovic, già vincitore nel 2002 del premio Oscar per No Man's Land, ma stavolta non è più la 'sua' guerra bensì quella dei curdi e quella vissuta da due uomini che hanno scelto di vivere in guerra non in nome dei loro ideali e del loro paese ma per lavoro e per passione, per catturare immagini e testimoniare quello che realmente accade in alcune parti del mondo e che nessun altro ha il coraggio di documentare. Non hanno fucili, non hanno protezioni, sono in balìa degli eventi forse più dei militari che la guerra la combattono con bombe e mitragliatrici, sono uomini senza paura che sfidano il loro destino pensando di essere immortali, spesso dimenticando che quel che accade davanti ai loro occhi stia accadendo realmente e trascurando le conseguenze psicologiche che tali orrori possono scatenare nel loro subconscio impedendo loro di tornare alla vita normale.
E' quel che è accaduto a Scott Anderson, corrispondente di guerra americano che per anni ha documentato in giro per il mondo gli orrori dei conflitti più sanguinosi collezionando avventure e aneddoti che poi ha raccolto in Triage, il romanzo da cui Tanovic ha tratto questo film subito dopo la lavorazione di No Man's Land rendendolo assai diverso da quest'ultimo nonostante si tratti del medesimo argomento.

Colin Farrell e Jamie Sives nel film Triage, di Danis Tanovic
Triage è un film scioccante, per certi versi innovativo e per altri classico nella sua narrazione ricca di flashback e di macabro realismo. Un film ricco di umanità e di sentimento ma mai ruffiano, un racconto che si sofferma sull'assurdità di ogni guerra e degli uomini che la combattono e la osservano, sulla straordinaria capacità di adattamento in situazioni limite, sull'accettazione del dolore e sul coraggio, sull'amore che può alleviare le sofferenze o renderle insopportabili. Colin Farrell conferisce al suo personaggio e all'intero film un grandissimo spessore umano offrendo una prestazione attoriale che tocca livelli altissimi, i più alti della sua carriera. Il suo sguardo perso nel vuoto, il volto scarno e l'aspetto provato dalla sofferenza, che più volte lo avvicina alla figura di Gesù, buca lo schermo regalando soprattutto nel finale momenti di intensa emozione lontani anni luce dai ruoli da sex-symbol e da action-man che finora lo avevano contraddistinto. Indimenticabile anche Christopher Lee, protagonista dei dialoghi più intensi ed allo stesso tempo divertenti del film, che ha messo in gioco il suo passato e molti dei suoi ricordi in un personaggio che gli appartiene più di ogni altro mai interpretato e che sembra essere stato scritto per lui: uno studioso dell'animo umano che non vede mai tutto bianco o tutto nero ma che riesce a guardare al futuro col sorriso, ad intravedere qualcosa di positivo persino nella guerra e nella morte.

Colin Farrell in una scena del film Triage
Doloroso, cinico, ironico, sarcastico (nei confronti dei francesi, del cibo scozzese e perfino dello stesso Kurdistan), volutamente asciutto e diretto come un pugno nello stomaco, Triage non è il solito film di guerra ma una storia ricca di sentimento e di rispetto che racchiude l'amarezza, il pessimismo e l'incapacità di tornare alla normalità di un uomo, Tanovic, che ha vissuto sulla sua pelle tutto quello che noi vediamo sullo schermo.
Gli ultimi 15 minuti del film fermano il respiro, avvolgono lo spettatore in un turbinio di emozioni forti, scioccanti. Istanti in cui si materializza l'orrore vero e la verità affiora in tutta la sua veemenza, momenti in cui riappare il fiume che ha restituito il corpo ferito di Mark, i fiori gialli e viola che cadono dal cielo, il sangue e la morte, nella sua ineluttabile certezza. Poi il silenzio, la riflessione e spazio ad una sincera e viscerale commozione. Dedicato ai morti di tutte le guerre, gli unici che non ne vedranno mai più.

Recensione Triage (2009)
Luciana Morelli
Redattore
3.0 3.0
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