È più facile per un cammello...

2003, Commedia

Intervista con Valeria Bruni Tedeschi

Incontrare Valeria Bruni Tedeschi è un'esperienza particolare, poiché è esattamente come nei suoi film.

Mattia Nicoletti

Incontrare un'attrice come Valeria Bruni Tedeschi è un'esperienza particolare, poiché è esattamente come nei suoi film. Apparentemente timida, fortemente convinta delle cose che fa e in cui crede, libera dagli stereotipi dell'"aura" dell'attore. Nella conferenza stampa per il suo ultimo film È più facile per un cammello... ci ha raccontato cosa significa per lei essere diventata regista.

La prima volta dietro la macchina da presa è sempre una bella esperienza. Quale è stata la tua prima sensazione quando il film è uscito nelle sale in Francia?

Mi è sembrato un sogno. Il film è stato subito accolto con calore sia dal pubblico che dalla critica, e io all'inizio non volevo crederci. Devo comunque ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato perché non è un progetto che sarei riuscita a portare avanti da sola. Quando scrivevo la sceneggiatura, poiché mi raccontavo personalmente, anche in modo molto intimo, mi permettevo di correggermi, di tagliare, di allungare o accorciare. A essere sinceri, forse, da sola, non mi sarei data il diritto di mettere in scena l'intimità, e a esprimerne la comicità e l'ironia delle cose.

Il taglio autobiografico della storia, quanto si riflette realmente nei personaggi e nelle situazioni che poi sono state messe in scena?

Il cinema è sempre un'esperienza molto particolare. Quando si inizia a girare, vorresti che tutto si trasponesse sullo schermo sistematicamente come su scritto su carta, ma questo poi, non è possibile. I personaggi quindi, mentre si procedeva nelle riprese, acquisivano sempre di più una vita propria, contro la nostra volontà, e si allontanavano dalle persone a cui il film era stato ispirato.
Per me fare film è comunque sempre un lavoro, e io so lavorare solo con l'intimità. Quando si fa questo mestiere, anche quando ci si mette in gioco, non c'è più vergogna e diventa uno spazio in cui le cose sono permesse, come un laboratorio.

Le inquadrature e le scene hanno sempre presenze umane, poco è concesso ai luoghi dove si svolge l'azione. E' una tua scelta precisa?

Fin dal primo giorno, io non mi sono mai sentita in grado di dirigere il film, e infatti sono stata quasi "obbligata" da Mimmo Calopresti e dalla mia amica e regista Nathalie Baye, a prenderlo in mano io. All'inizio, io mi chiedevo cosa volesse dire posizionare la cinepresa, i movimenti di macchina, dirigere la troupe. Poi mi è stato consigliato di fare un film "da attrice", sulla base delle mie esperienze sul set, e di conseguenza mi sono fatta guidare dai personaggi, cercando poi di andare verso il cuore della scena. Non sono mai andata alla ricerca dell'estetica e ho sempre fatto prevalere la semplicità.

Federica, la protagonista, ha un rapporto di amore odio con il denaro. Vuoi spiegarci quale è stato il tuo approccio nel delinearne i tratti principali?

Federica è una donna in crisi con se stessa, per molti aspetti. Odia il denaro, poiché si sente in colpa di essere una privilegiata, ma nel contempo è consapevole del fatto che non potrebbe condurre il suo tenore di vita se non lo avesse. Per la religione il discorso è il medesimo. Andare a confessarsi continuamente, parlare con il prete, non è una ricerca della spiritualità, bensì un rifugio nell' infanzia della protagonista. I momenti in cui si recava in chiesa, rappresentavano una certezza, una sicurezza. E gli stessi frequenti sogni a occhi aperti sono per lei un modo di reinventare la vita, come faceva nei primi anni della sua vita. Per lei sono la via più semplice per restare bambina, e ricreare la realtà come l'avrebbe voluta.

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